giovedì, Dicembre 2

Occidente e Russia, alla guerra delle feluche Espulsioni e controespulsioni di diplomatici, forse solo gesti platonici ma forse no e fors’anche controproducenti

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L’ipotesi peggiore non può essere esclusa in assoluto, ma va considerata improbabile per un insieme di motivi. Compreso quello che anche secondo non pochi osservatori occidentali Vladimir Putin, duro e privo di scrupoli quanto si voglia, non è l’avventuriero e il mostro che molti dipingono. Semmai altri più pericolosi e temibili di lui, si dice, potrebbero subentrargli, data la natura del regime.

Il che può anche suonare plausibile, ma lo è altrettanto presumere che una simile prospettiva si avvererebbe più facilmente con un sostanziale contributo della controparte, sotto forma di un’intransigenza occidentale sulla questione ucraina difficilmente compatibile con i termini concreti in cui essa si pone.

Termini tali, cioè, da rendere politicamente irragionevole e inconcepibile una soluzione da taglio netto: Ucraina separata dalla Russia a tutti gli effetti oppure legata a doppio filo ad essa sotto ogni aspetto. Quanto si sia presa seriamente in considerazione, finora, una soluzione più salomonica, nelle varie sedi negoziali o di dialogo, non si sa, ma sarebbe augurabile che lo si facesse e il più seriamente possibile.

In attesa che ciò avvenga, sembra obbligatorio classificare i clamorosi sviluppi di questi ultimi giorni come l’ennesima schermaglia, una forma di pressione psicologica e propagandistica sull’avversario tutto sommato più inoffensiva di tante altre precedenti e ormai familiari. Dopotutto, le ambasciate si sono parecchio gonfiate rispetto al passato riempiendosi di addetti che sono, a quanto pare, in gran parte spie opportunamente mascherate. E che si prestano peraltro a svolgere anche una funzione alternativa: servire all’occorrenza ai governi per esibire i muscoli con proprie espulsioni sommarie e proteste indignate per quelle altrui.

Ciò non toglie che nell’attuale fattispecie valga la pena di scrutinare l’opportunità o meno dell’iniziativa occidentale, o meglio euroccidentale se è vero che sono stati gli USA, per una volta, ad accodarsi a quella assunta dalla UE seguendo l’esempio britannico. Sembra in realtà il caso di dubitarne, essendo ben nota la vitale necessità per Donald Trump, specie dopo il licenziamento del suo ex segretario di Stato, Rex Tillerson, ma anche dopo il messaggio di congratulazioni inviato a Putin per la rielezione, di fare la faccia feroce nei confronti del Cremlino.

Come tutti sanno il governo di Londra ha compiuto il primo passo giustificando la pesante accusa rivolta alla Russia non con prove adeguate ma con l’’elevata probabilità’ che l’avvelenamento dell’ex spia sia stato perpetrato o commissionato da Mosca. Un po’ poco, evidentemente, per un vistoso gesto di rottura o prerottura benchè puramente simbolico. Ma tanto più, poi, se dovesse preludere a gesti più concreti come ad esempio la diserzione del campionato mondiale di calcio in terra russa, cui Putin tiene molto per motivi di prestigio e anche economici come già per le Olimpiadi di Soci.

Che di un misfatto come quello attribuitogli l’attuale regime russo sia capace, al suo più alto livello direttamente o indirettamente, oppure possa considerarsi oggettivamente responsabile, non è contestabile. Lo attestano vari precedenti, anche di ben nota gravità e risonanza, sia all’estero sia in terra russa e persino sotto le mura del Cremlino. Senza prove certe, tuttavia, non è corretto, e può diventare addirittura controproducente, trarne concrete conseguenze.

Il cui prodest, infatti, ha suscitato parecchie perplessità, data la figura della vittima principale, un’ex spia passata da tempo al nemico. E se la sua scelta può essere stata puramente strumentale, ci si è sensatamente domandati se il tutto non sia stato invece opera di qualche servizio segreto, magari più o meno deviato, non necessariamente russo. Per poter mettere in luce ancor più cattiva Putin, si è detto e scritto, alla vigilia della sua terza rielezione.

Ma non meno plausibile, allora, può apparire che il misfatto sia stato perpetrato davvero da parte russa, però allo scopo (e all’insegna del più rocambolesco machiavellismo) opposto: far guadagnare ancora più voti al ‘nuovo zar’ suscitando prevedibili reazioni occidentali percepibili come intollerabilmente calunniose dalla maggior parte dei russi, a conferma di una pervicace quanto ingiustificabile ostilità nei confronti del proprio Paese. E proprio questo effetto, in fin dei conti, sembra esserci davvero stato, indipendentemente da chi sia stato il vero colpevole.

Torna così a proposito il contenuto di un articolo apparso sull’ultimo numero di ‘The Economist‘, l’autorevole settimanale britannico che a Putin, di regola, non perdona praticamente nulla. Vi si esorta a non disperare del futuro della Russia malgrado il suo trionfo elettorale perché nel grande Paese sarebbe in ascesa una nuova generazione orientata in senso molto diverso sotto ogni aspetto dal suo attuale leader e che prima o poi farà sentire le sue istanze e il suo impatto.

Molto opportunamente, comunque, nello stesso articolo si raccomanda di distinguere, nel trattare con la Russia, tra il suo regime e il suo popolo. Peccato però che dalla raccomandazione non si tragga poi alcuna conseguenza, dal momento che si approvano senza riserve la messa sotto accusa del Cremlino e le relative sanzioni senza preoccuparsi dei loro contraccolpi. Come avviene spesso, del resto, anche al di là della Manica.

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