martedì, Aprile 13

Occidente e Russia, alla guerra delle feluche Espulsioni e controespulsioni di diplomatici, forse solo gesti platonici ma forse no e fors’anche controproducenti

0

Fa impressione, certo, che tra potenze grandi e medie, litigiose e per lo più armate fino ai denti, si arrivi a scambi di espulsioni in massa di rispettivi diplomatici accompagnate da roventi accuse reciproche. Ricordano i tempi in cui misure altrettanto spettacolari, come semplici richiami di ambasciatori, facilmente preludevano a dichiarazioni di guerra a catena, passando magari attraverso qualche mobilitazione generale. Potevano anche essere, però, solo gesti severamente ammonitori o intimidatori, ma ugualmente platonici quanto a effettiva sostanza.

Lo spettacolo cui si assiste oggi non ha precedenti in tutto l’arco del mezzo secolo che ha visto infuriare la guerra fredda tra il mondo liberalcapitalista e quello comunista ovvero del ‘socialismo realizzato’, e che pure fu costellato da momenti di estremo allarme. Basti ricordare il blocco di Berlino del 1948 o la crisi per i missili sovietici a Cuba del 1962. Anche adesso i motivi di allarme non mancano, e non a caso si paventa da qualche anno un ritorno o una ripresa della guerra fredda.

Nessuno potrebbe però sostenere che esistano poste in gioco paragonabili a quelle di allora, con in testa ad ogni altra il dominio del mondo conteso tra due opposti sistemi politico-economici, quando fioccavano minacce reciproche di seppellirsi a vicenda e qualcuno si vantava di spingere la pressione sull’avversario ‘fin sull’orlo dell’abisso’. Sfidando, cioè, il rischio del conflitto missilistico-nucleare detto anche MAD, sigla inglese di ‘mutua distruzione assicurata’.

Le esplosioni della follia umana sono sempre dietro l’angolo, certo, e così pure il pericolo di un’ecatombe provocata da un incidente fortuito, un errore di calcolo o un semplice quanto fatale malinteso. Qualsiasi contributo all’inasprimento o all’arroventamento di un clima già teso e pesante va dunque evitato, se possibile, e se del caso condannato, senza però rinunciare a distinguere un caso dall’altro né a formulare previsioni ragionevolmente fondate.

Un braccio di ferro è in corso ormai da quattro anni tra Russia e Occidente, capeggiato dagli Stati Uniti e con la Gran Bretagna normalmente più dura degli altri membri maggiori dell’Unione europea nei confronti di Mosca. Provocato inizialmente dalla crisi ucraina tuttora aperta, ha poi ricevuto ulteriore impulso da altri motivi di contrasto, secondari o persino chiaramente strumentali, con in testa le denunciate interferenze russe nelle ultime elezioni presidenziali americane.

Le quali, tuttavia, hanno comunque avuto un esito e prodotto conseguenze tali da confermare la sensazione che non si tratti, malgrado tutto, di uno scontro ad oltranza destinato a diventare epocale. E’ vero infatti che sul suo sfondo c’era e c’è la ben più ampia contestazione dell’egemonia planetaria degli USA, residua superpotenza dopo il crollo dell’URSS. Ma la contestazione, appunto, non era e non è soltanto russa, bensì condivisa anche da altri primattori sulla scena internazionale.  

Tra i quali spicca naturalmente la Cina, vista già ora da molti come la vera ed unica superpotenza prossima ventura. L’apparentemente irresistibile ascesa di Pechino suscita verosimilmente tra tutti, anche al di là delle attuali amicizie o convergenze, un’inquietudine non molto inferiore, e magari persino superiore, alle insofferenze per lo strapotere di marca yankee, pur talvolta impotente oltre che declinante.

Di qui l’accresciuta complessità e imponderabilità di un grande gioco per la formazione di nuovi equilibri mondiali, inevitabilmente accidentato in una fase di piena transizione come quella attuale. Proprio l’ascesa della Cina balza tuttavia agli occhi in questi stessi giorni con la distensione che si profila nell’Estremo Oriente, smentendo i pur comprensibilissimi timori del peggio, tra Corea del nord e Stati Uniti dopo quella tra le due Coree: un duplice sviluppo di segno positivo che sembra dovere parecchio alla mediazione diretta e indiretta di Pechino e confortare chi conta sugli effetti benefici del multipolarismo.

Il tutto, ovviamente, bisognoso di adeguate verifiche anche a breve scadenza. Altre verifiche non meno cruciali, intanto, attendono al varco la Russia, che alla crisi, o scaramuccia, coreana ha partecipato più che altro da spettatrice sia pure altamente interessata ma si trova duramente impegnata soprattutto nel Medio Oriente. Dove Mosca dovrà sfoderare tutte le sue risorse politico-diplomatiche, dopo la convincente esibizione di quelle militari, per sbrogliare nodi regionali ancora più intricati di prima.

In Siria e dintorni la Russia è chiamata a misurarsi, allo stato attuale delle cose e salvo sorprese, più con potenze regionali, appunto, quali Turchia e Iran, che con i tradizionali antagonisti occidentali. Ma l’esito della sua campagna mediorientale avrà sicuramente tangibili ricadute, non si sa di quale segno, sul confronto con questi ultimi, che rimane, oggi come oggi, quello di gran lunga più impegnativo e coinvolgente anche per i riflessi sulla politica interna.

Una Russia che davvero riuscisse a svolgere un’efficace e duratura funzione pacificatrice o quanto meno di autorevole arbitro in una regione chiave, finora, per i rapporti internazionali nel loro complesso, oltre che una delle più turbolente e instabili del mondo, troverebbe più facile raggiungere un soddisfacente compromesso sulle vertenze con l’Occidente. Che le sta certamente molto a cuore, date la sua debolezza economica e il crescente incombere del colosso cinese, pure ufficialmente amico, sul suo versante asiatico e in generale.

Altrimenti, Mosca dovrà rassegnarsi a chiudere, la partita ingaggiata annettendo la Crimea e sostenendo ad oltranza la ribellione del Donbass al governo di Kiev, a concordare, insomma, un’uscita dalla crisi ucraina, in modo parecchio meno favorevole di quanto vorrebbe. Sempre che, beninteso, il Cremlino non intenda trasformare il confronto in atto in uno scontro ad oltranza, anche a rischio di scatenare la terza guerra mondiale, non più solo fredda.

Visualizzando 1 di 2
Visualizzando 1 di 2

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->