mercoledì, Settembre 29

Occhio che COVID-19 non ci rubi altre aziende strategiche! Visto che non si intravede una linea comune europea per fronteggiare il dilagare del contagio, attenzione che qualcuno potrebbe portare all’estero le aziende italiane sulle quali ha investito

0

Da ieri è iniziata una nuova stagione. Impossibile non parlare di epidemie o pandemie da COVID-19, né minimizzare il rischio reale di contagio di un virus di cui la letteratura scientifica sa ben poco. Da oggi l’ordine di restare in casa vale indiscriminatamente. Lo ha detto il premier Giuseppe Conte: «Chiusura di tutte le attività commerciali, esclusi alimentari, farmacie e servizi essenziali». È una stretta significativa delle misure, ma non una vera e propria serrata. Aperti: edicole, tabacchi, generi alimentari. E benzinai, artigiani, idraulici, meccanici. Funzionano i mezzi di trasporto pubblici.
E le fabbriche?

Conte si è espresso così: «Saranno chiusi i reparti aziendali che non sono indispensabili, le industrie potranno continuare con protocolli che evitino il contagio, con turni, ferie anticipate e altro». E nella sua diretta su Facebook ha aggiunto: «Incentivare smart working e ferie».
La nostra preoccupazione di lasciare però in mano a manager aziendali talune decisioni ci sembra fondata.

È vero, l’Italia ha smesso da tempo di essere un Paese a forte vocazione produttiva, dato che molte attività sono state delocalizzate verso Nazioni dove il costo del lavoro è più basso, e in cui molte delle regole della convivenza e della sopravvivenza sociale vengono scavalcate a favore dell’utile. Il tessuto industriale regge ancora nel nostro Paese, ma è in stragrande maggioranza costituito da piccole e medie imprese e da un paio di grosse imprese ma c’è anche la componente delle partecipazioni straniere e questo è un tema che riprenderemo più avanti. Quale sia la logica dei capi azienda è piuttosto comprensibile. La necessità del guadagno dovrebbe essere tra le prime attitudini, la stessa che spesso induce le proprietà ad acquistare all’estero piuttosto che a produrre in casa. Gli anglosassoni definiscono la dottrina ‘make or buy’: fai o compra.
E dunque con una logica così orientata -e indiscutibilmente corretta su piano affaristico- lasciar decidere chi deve andare a lavorare e chi no è oltremodo complicato.

Hanno espresso la loro opinione i sindacati metalmeccanici. In una nota comune di ieri hanno sintetizzato: «Data la difficoltà generalizzata a un’esatta e puntuale applicazione nei luoghi di lavoro delle misure sanitarie prescritte dal Governo, a cui chiediamo norme chiare e cogenti per le imprese, e l’oggettiva penuria di dispositivi di protezione individuale utili a prevenire i contagi, Fim, Fiom, Uilm ritengono necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro».
Va da parte nostra aggiunto che ci sono produzioni che non possono essere sospese: per esempio, tutto ciò che alimenta la difesa. Triste parlarne in questi termini, lo ammettiamo. Sappiamo bene che in questo momento il nemico comune non è il ‘diverso’, il vicino di casa scomodo o lo straniero con un credo confessionale diverso, ma un minuscolo virus che si riproduce in maniera esponenziale.

Ma se questo maledetto microrganismo sarà presto debellato, ne siamo convinti che accadrà, non potremo escludere che, dopo un momento di grave recessione, e in cui taluni popoli si incamminano verso la povertà più spinta, il mondo sarà migliore.
Sarà bene, dunque, che ogni Nazione faccia la sua parte nel piano di difesa territoriale. Dunque, è un tema in cui è necessario che sia lo Stato a pretendere soluzioni che tutelino prima di tutto la salute dei lavoratori e pure della Nazione che le forze istituzionali rappresentano.
E da ultimo, in questa nota sicuramente incompleta ma certo coerente con quanto sta accadendo, un altro tema che richiama quanto affermato in apertura.

Sono molte le aziende che vivono di capitali stranieri in questo momento in Italia, e ci sembra scontato che qualunque decisione presa in materia di modifica del piano di lavoro, così come di uno spostamento di attività presso le abitazioni dei lavoratori, debba essere concordata se non assecondata dalle proprietà che hanno sede all’estero. Abbiamo visto che al di là delle parole, non si intravede una linea comune europea per fronteggiare il dilagare del contagio. Moltipadroniall’estero considerano l’Italia una provincia. Alcuni, non abbiamo timore di affermarlo, addirittura una colonia. Anche in questo caso tocca allo Stato, nell’esercizio della sua autorità, impedire che talune lavorazioni vengano sia pur temporaneamente spostate per la continuazione della produzione.

Occorre essere molto attenti in questi frangenti, perché spesso si tratta di tecnologie importanti, irripetibili per cui perdere il know-how significa veder morire il prodotto. Così, riteniamo che tocchi al Governo tutelare la salute dei lavoratori con mezzi anche speciali per queste produzioni, ma senza far in modo che qualche boss adeguatamente blindato e protetto dalle leggi del suo Paese, sottragga all’Italia quello che l’Italia ha costruito con le proprie forze. Perché ‘ka niuscuno è fesso’.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->