martedì, Ottobre 26

Obama tra IS, curdi e Israele Israele dietro i curdi e Isis, in guerra tra loro

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 Un déjà-vu inquietante: Israele dietro i curdi e l’Isis, in guerra tra loro.

I precedenti ci sono: in una delle tante guerre civili africane, Congo, Brazzaville anni ‘90, gli israeliani si trovarono a sostenere entrambi i fronti, tanto che dopo la protesta delle madri dei ragazzi in guerra gli uni contro gli altri, la stampa denunciò lo scandalo.
Anche la strategia della tensione italiana ha visto il Mossad usare a piacere destra e sinistra, purché fosse caos: a Piazza Fontana 1969, l’ombra di Ordine Nuovo, fascistissima organizzazione legata ai servizi israeliani [1]; alla Questura di Milano 1973, l’anarchico Gianfranco Bertoli, fresco fresco di un viaggetto in un kibbutz israeliano, fatto che venne probabilmente scoperto dal commissario Luigi Calabresi, poi ‘sfortunatamente’ assassinato; e nel caso Moro -dopo l’arresto di Alberto Franceschini e Renato Curcio, che contattati dai servizi israeliani li avevano mandati a quel paese -ecco spuntare il ‘compagno Moretti‘, quello della stella a sei punte del sequestro di Michele Mincuzzi e di tante altre cose puntigliosamente vagliate dalla Commissione stragi di Giovanni Pellegrino. Anche così venne ucciso Aldo Moro, il filoarabo odiato da Henry Kissinger e dai banchieri della FED per i suoi pericolosi biglietti di stato a corso legale.

Ma precedenti di cosa, e perché precedenti? Perché quello che sta accadendo in Ucraina -una crisi iniziata con il colpo di Stato di Kiev, rivendicato durante la mattanza di Gaza da George Soros, e che ha paralizzato Vladimir Putin–  e in Medio Oriente le bombe sull’Isis e le armi ai curdi  -entrambi sostenuti da Israele-  ripete i vecchi scenari appena accennati: da una parte la convergenza tra il sionismo a-territoriale della grande finanza transnazionale ‘cosmopolita’, e il sionismo territoriale dello Stato d’Israele; dall’altra, una guerra civil-religiosa in Iraq alimentata, alle spalle di due dei tre contendenti (Isis e curdi, conflittuali tra loro e col Governo di Bagdad), da una stessa mano, Israele: l’indipendenza curda è stata rivendicata apertamente da Netanyahu tra il 28 e il 29 giugno scorso; e l’ISIS, fondato ufficialmente nelle stesse ore, è ormai chiaramente una vera e propria pedina dello Stato ebraico, come denunciato da Teheran (‘Al Baghdadi è in realtà un ebreo, agente del Mossad‘), e come confermato più o meno direttamente da Edward Snowden e da Hillary Clinton, che nel partito democratico e nell’Amministrazione Obama ha sempre rappresentato l’ala più sensibile a Tel Aviv.
L’eventuale presenza all’interno del ‘Califfato’  di residui della resistenza baathista all’invasione angloamericana, non conta, evoca al massimo quel fenomeno tipico che colpisce i vinti dalla Storia e che alla Storia cercano di reagire finendo dall’altra parte. Il linguaggio dell’Isis, sigla franchising o no, non ha nulla di quello del Partito Baath iracheno: è invece lo stesso linguaggio truculento di Al Qaeda, altra organizzazione creata durante la guerra sovietica in Afghanistan con il concorso di Cia e Mossad. Un odio stragista contro tutto il mondo occidentale, i cui obbiettivi prediletti, più che gli eserciti occupanti territori invasi in nome di ‘missioni di pace’, sono i civili innocenti. Come a New York, a Madrid, a Londra.

 

Precedenti positivi

Inquietante déjà-vu, dunque, quello del triangolo Israele-curdi-Isis. Ma qual è stata la reazione di Obama? L’intervento in Iraq sul caso degli Yazidi è potuto sembrare un ritorno al passato, nonostante le dichiarazioni di carattere mirato e circoscritto alle armate di Al Baghdadi. Ma l’annuncio di un possibile prolungamento dell’assalto all’Isis in territorio siriano è una svolta nel senso opposto, coerente e non contraddittoria con ilnodi Obama all’intervento in Siria nell’estate dello scorso anno. Un po’ ripetendo il tentativo di George Bush all’indomani dell’11 settembre, quello di dar vita a una ‘grande alleanza contro il terrorismo’ (un’alleanza inclusiva anche della Siria e del Sudan), Obama, infatti, adesso interverrebbe non contro il regime di Damasco, come preteso da John Kerry nell’estate 2013, ma contro i terroristi anticristiani che assediano Baššar al-Assad, il quale, non a caso, si è dichiarato disponibile a un coordinamento con Washington per le operazioni militari.
Una opzione in fieri, quella del Presidente americano, che rischia, però, di fallire come quella del suo predecessore. Gli ostacoli, infatti, sono molti, nell’immediato e in futuro, negli Stati Uniti e fuori: all’interno, la Israel Lobby nel Congresso, al quale il Presidente americano ha chiesto di poter procedere per un intervento in Siria, lavorerà probabilmente al sabotaggio, anche se la lettera pubblicata sul New York Times da 300 ‘sopravvissuti all’Olocausto’ che condannano duramente le stragi di palestinesi, è un segnale che potrebbe convincere una parte dei lobbisti a approvare la proposta di Obama. Ma anche se andasse in porto la proposta del Capo della Casa Bianca, gli ostacoli non cesseranno: il Presidente USA si defilò presto dalla guerra di Libia, ritirandosi già ai primi di aprile dai raid della Nato voluti da Nicolas Sarkozy, tanto che Gheddafi gli scrisse una lettera elogiando «il ritiro degli USA dalla cociata colonialista contro la Libia» (fonte Affaritaliani.it, 6 aprile).
Ma fu un drone americano a individuare Muʿammar  Gheddafi in fuga e a dare la stura al linciaggio del leader libico da parte dei misuratini  -una città forte di una orgogliosa comunità ebraica, come ricordò in quei giorni ‘La Stampa‘-  il che significava che la coraggiosa ritirata di Obama era stata osteggiata dentro il Pentagono e forse il Dipartimento di Stato, tra le maglie di un imprecisato ‘supporto logistico’ da mantenere attivo. Non si capirà mai nulla della politica estera americana, se si parte da una lettura monolitica dell’establishment USA, diretto da un Presidente onnipotente: non è così, non è mai stato così, almenofin dai tempi di John Fitzgerald Kennedy.

Ma gli ostacoli vengono anche dall’Europa, i cui leaders   -sotto il ricatto di una costante pressione economica e finanziaria che, anche se solo casualmente coincidente, risulta nei fatti parte integrante del progetto bellicista-  o tacciono o si muovono su obbiettivi fumosi e distorti che non colgono la gravità della situazione e in particolare la forte presenza israeliana nell’attuale crisi irachena.

Matteo Renzi ha deciso di dare armi anche ai curdi, e David Cameron ha operativamente imboccato la stessa strada, inviando secondo quanto ha scritto il ‘Daily-Mail on Sunday‘ una ‘notevole forza’  (Sas e SRR) in Iraq e Siria per  ‘catturare estremisti’ (operazione che rischia di essere solo mediatica e simbolica, perché la cattura di singoli terroristi risolve ben poco) raggiungendo in particolare in Iraq ‘unità irachene e curde’ per sostenerne la resistenza alle armate di Al Baghdadi.  Anche in Siria Cameron appoggerà i curdi, in  lotta contro Assad? E’ questa una opzione che aiuta la strategia della pace?

 

La complessità della questione Kurdistan: la secessione non è l’unico modo di garantire i diritti identitari dei peshmerga

In realtà le armi ai curdi rappresentano da una parte una rottura storica   -fin dagli anni ‘60 Cia e Mossad hanno sostenuto i curdi, ma la consegna delle armi seguiva le modalità semiclandestine della guerra fredda (a ciascun blocco la sua guerriglia) e non costituivano un riconoscimento formale del secessionismo-  e nello stesso tempo un grave attacco non solo al Governo di Baghdad, ma anche alla Siria, già sconvolta da attacchi terroristici manovrati dall’oltranzismo occidentale, e all’Iran e alla Turchia, Paese quest’ultimo dove era ed è in atto, anche prima della vittoria di Recep Tayyip Erdogan, un interessante processo di pacificazione tra curdi e Governo centrale. Tutte situazioni, adesso, pronte ad esplodere se non si fa chiarezza sul punto focale: che bisogna trattare con‘, ma anche difendere, gli Stati della regione dai processi di destabilizzazione interni (una destabilizzazione armata e disgregatrice, altra cosa dal sacrosanto diritto di manifestare la propria opinione) e non inseguire sul loro terreno le trame del burattinai delterrorismo islamico’. Di questa coscienza solo la Casa Bianca sembra aver dato sin qui un mero segnale positivo.

In Europa, invece, ci si muove diversamente: si pretende, in questo caso alla stessa stregua di Washington, che i russi dell’Ucraina orientale non abbiano il diritto di ribellarsi al golpista Petro Poroshenko, e di riannettersi a uno Stato russo esistente da un quarto di secolo   -senza contare peraltro il passato pan sovietico e zarista-   ma che nello stesso tempo tale diritto secessionista debba per forza di cose essere applicato a una complessa regione geopolitica che coinvolge ormai cinque Stati  -non solo i quattro comprensivi di minoranze curde, ma ormai anche Israele-  operando a vantaggio solo di quest’ultimo, peraltro protetto nello specifico scacchiere palestinese dal silenzio e dall’inazione giuridica e politica dell’ONU e della diplomazia euroamericana.
Questa via rischia di provocare altre scintille nella direzione della guerra mondiale: esistono molti modi di risolvere i diritti identitari delle minoranze nei Paesi multietnici, altri che quella retorica delle minoranze che i Paesi europei sconvolti dall’immigrazione selvaggia conoscono bene, e che l’Italia, ad esempio, ha sempre conosciuto (ma risolvendo il problema in modo positivo) nelle regioni di confine settentrionali. Il discorso sarebbe lungo, rimanderei a chi interessa a un mio vecchio saggio su ‘Limes‘ (‘Popoli senza Stato e ideologici senza cervello‘) e ad altri miei scritti sulla ‘questione nazionale’ e la sua proiezione giuridica, il ‘diritto di autodecisione dei popli’.

Resta il fatto che la soluzione alla crisi irachena non può consistere nel gettare altro fuoco alla benzina dell’Isis, sostenendone i ‘cugini geopolitici’, i peshmerga. L’opzione solo annunciata di Obama  -fatte salve tutte le citate incognite della sua concreta applicazione-  è quella corretta, e per una volta non sarebbe male che l’Europa seguisse l’alleato d’oltreatlantico, cambiando direzione almeno nello scacchiere siriano.

Ma, in caso di dissenso tra Washington e Tel Aviv, l’Europa troverà il coraggio di scegliere? O preferirà non pronunciarsi e magari seguire la tendenza peggiore?  Se si parte dagli interessi geopolitici dell’Europa e dell’Italia in particolare -anche senza riandare alla memoria storica di due grandi, Charles De Gaulle e Enrico Mattei– e inoltre, dalla coscienza di sé non come suddito altrui, ma come Stato o unione di Stati autonomi e sovrani, la risposta è facile.

Ma qui torniamo al punto di partenza: il nodo israelo-palestinese, la questione cioè di un piccolo Stato protetto dalla grande finanza mondiale, che fomenta zizzania tra i Popoli e gli altri Stati, e che si mostra capace di tenere al suo guinzaglio le grandi potenze occidentali, fino al punto che diventa un tabù per politici e giornalisti del ‘mondo libero’  il mero racconto dei fatti: il fatto che Israele è dietro curdi e Isis, e che il golpe ucraino è targato George Soros e ha favorito, inchiodando la Russia, la strage di ormai più 2000 palestinesi.


[1] Per le fonti delle unità di notizia qui riportate rimando al mio blog claudiomoffa.info e alle interviste rilasciate nelle settimane scorse a L’Indro

 

 

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