martedì, Settembre 28

Obama, rivincita latinos

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Latinos in festa, ma anche tanti asiatici, gli ultimi arrivati, a brindare davanti alla Casa Bianca, dopo l’annuncio, in diretta tivù, del Presidente americano Barack Obama della legalizzazione di 5 milioni di stranieri irregolari, con l’imminente riforma dell’immigrazione. Dai tempi della sua prima elezione, nel 2008, Obama aveva visto una gioia popolare simile solo per il blitz dell’uccisione di Osama bin Laden, nel maggio 2011.

Il contraltare di un permesso di lavoro di tre anni, per chi vive negli Usa da almeno un lustro o ha un figlio nato negli Usa, è il rafforzamento dei confini: chi sarà colto in flagrante a entrare illegalmente, verrà immediatamente espulso, al pari dei criminali e dei sospettati di terrorismo. «Non è un’amnistia di massa, ma un approccio responsabile e di buon senso. Bisogna  uscire dall’ipocrisia. L’amnistia è quella che abbiamo oggi, dove milioni di persone vivono qui senza pagare le tasse, né rispettare le regole. Gli Stati Uniti sono sempre stati e sempre saranno un Paese di immigrati», ha dichiarato Obama, presentando il suo decreto.

La riforma americana dell’immigrazione più significativa degli ultimi 30 anni, è concepita per «rendere il sistema più sicuro, giusto ed equo». In vigore dalla primavera del 2015, per attuarla Obama ha fatto ricorso alla prerogativa, da Presidente, di imporre decreti esecutivi, scavalcando il Congresso a maggioranza repubblicana. Una sfida al Gran Old Party (GOP), vincitore delle Legislative del 4 ottobre scorso: «Le misure non sono solo legali, ma sono le singole azioni che ogni singolo Presidente repubblicano e ogni singolo Presidente democratico hanno preso nell’ultimo mezzo secolo», ha tagliato corto l’inquilino della Casa Bianca. Nel 2008 e nel 2012, la comunità ispanica ha votato in massa per Barack Obama, in nome della promessa della regolarizzazione di milioni di cittadini, de facto, americani, che lavorano in nero e spesso mandano i figli (cittadini Usa perché nati sul suolo americano) nelle scuole. Ma che rischiavano la deportation, il rimpatrio forzato nei Paesi di origine.

L’elettorato latinos è appetibile anche per i repubblicani. Verosimilmente, in ultima istanza il Congresso di Washington non ostacolerà l’audace riforma democratica, che fa pagare le tasse a milioni di ex invisibili. Ma, a parole, Jeb Bush, probabile candidato del GOP alla Casa Bianca nel 2016, non poteva che stroncare l’iniziativa del Presidente: «Anziché dare prova di una leadership misurata, Obama ha ancora una volta messo in campo politiche divisive e manipolatorie. Per i repubblicani», ha promesso,  «è ora di agire al Congresso». Prontamente i Repubblicani hanno anche deciso di fare causa all’Amministrazione sulla riforma sanitaria dell’Obamacare, con l’accusa, mossa anche sul decreto per l’immigrazione, di abuso di potere del Presidente.

A un anno dalla rivolta ucraina, il 21 novembre del 2013, degli europeisti del Maidan, il numero due dell’Amministrazione americana, il vice Presidente Joe Biden, è volato a Kiev a festeggiare con il Presidente  della nuova Ucraina Petro Poroshenko. Per le celebrazioni, il braccio destro di Obama ha deposto una corona di fiori al memoriale dei caduti e incontrato separatamente anche il Premier Arseni Iatseniuk. Nel pomeriggio, nella piazza protagonista della rivoluzione si è svolta una grande manifestazione in ricordo delle notti degli Euromaidan con migliaia di persone. «Biden è un amico dell’Ucraina. L’aiuto degli Stati Uniti è molto importante, anche in situazioni estreme, come nel caso di problemi con le forniture del gas russo. Siamo grati per la continuazione della cooperazione con gli americani nel settore della Difesa», ha dichiarato Poroshenko.

Biden ha ribadito l’alleanza con Kiev e anche sottolineato l’importanza di formare al più presto un Governo, espressione delle recenti Legislative, in agenda entro i prossimi 10 giorni. «Sosteniamo le autorità ucraine democraticamente elette. Oggi è la giornata della memoria. Voi ucraini avete dimostrato il vostro coraggio a tutto il mondo. Grazie al vostro sacrificio avete meritato la vera democrazia», ha esclamato il leader americano, invitando Mosca a «ritirare le formazioni militari, le armi e i suoi militari dal sud-est ucraino». Nella regione contesa del Donbass si continua a combattere. Kiev ha anche accusato Mosca di aver ripreso, per la prima volta dagli accordi di tregua di Minsk, i tiri di artiglieria contro l’Ucraina. E Biden ha ammonito: «Con un’ulteriore escalation la Russia pagherà un prezzo sempre più alto, restando isolata».

Per le celebrazioni della nuova Ucraina, l’ex Presidente dell’URSS Mikhail Gorbaciov ha bacchettato a sorpresa l’espansione della Nato nell’Europa dell’Est degli ex satelliti sovietici, «una violazione dello spirito degli accordi per la riunificazione della Germania». A margine delle presentazione, a Mosca, del suo ultimo libro ‘Dopo il Cremlino’, l’artefice della perestroika ha elogiato il ruolo stabilizzatore di Vladimir Putin, attuale Presidente russo, e anche la sua annessione della Crimea. Ma lo ha ammonito a non ripetere il suo stesso, vecchio errore di «eccessiva sicurezza in sé stessi». «Prima con Putin ci vedevamo e ci sentivamo di più, ora non ci incontriamo da un anno e mezzo, forse mi rimprovera la caduta dell’Urss», ha aggiunto Gorbaciov che, sulla Russia, ha raccontato di aver avuto un colloquio «molto interessante» con la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Da Berlino, la Cancelliera ha stroncato i recenti sì allo Stato della Palestina della Svezia e anche, con diversi distinguo, dei Parlamenti inglese e spagnolo. «Un riconoscimento unilaterale della Palestina non ci porta avanti sulla strada della soluzione dei due Stati», ha chiosato.

Sempre in Europa, in Gran Bretagna il partito degli euroscettici e indipendentisti UKIP ha conquistato un secondo seggio alla Camera dei Comuni, grazie alla vittoria di un transfuga dei conservatori (tories), Mark Reckless, alle Legislative parziali di Rochester e Strood, nella contea del Kent.

David Cameron, premier dei tories in crisi di consenso, è «assolutamente determinato»  a riconquistare il seggio perso. Fino alla scadenza di lunedì 24 novembre, la delegazione inglese del suo Governo è impegnata, a Vienna, nelle trattative tra le potenze occidentali e l’Iran per l’accordo definitivo sul nucleare. «Le divergenze sono ancora significative, è necessario una proroga della deadline», ha dichiarato il Ministro degli esteri britannico Philip Hammond.

A Vienna si è svolta anche la conferenza interreligiosa contro l’estremismo islamico promossa dal Re saudita Abdullah bin Abdulaziz, conclusasi con una dichiarazione di condanna senza riserve della «grave violazione dei diritti umani in Iraq e in Siria». Contro l’ISIS del Califfato in Siria e in Iraq, la Turchia si è impegnata, durante un vertice a Erbil tra il Premier turco Ahmet Davutoglu e il Presidente del Kurdistan iracheno Masoud Barzani, ad «addestrare i peshmerga» con le sue truppe d’élite.

Nuove frizioni in Medio Oriente, intanto, tra i jihadisti dell’ISIS e gli affiliati all’ex casa madre di al Qaeda. Uno dei leader dell’AQAP (al Qaeda in Yemen e Arabia saudita), lo sceicco Harith al Nadhari ha rifiutato il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi.

 

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