sabato, Maggio 15

Obama in Argentina per benedire il Governo Macri

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Dopo Cuba è la volta dell’Argentina per Barack Obama ed il suo entourage. Appare quasi per certi versi un viaggio volto a distendere i rapporti con il continente latinoamericano dopo una decade, e poco più, non proprio fatta di relazioni idilliache. Viaggio che ripercorre anche punti oscuri della storia delle relazioni internazionali, dall’embargo nei confronti del regime castrista (ufficialmente dal 1962 ad oggi ed anche domani) corollato da numerosi attentati e ‘dispetti diplomatici’, alla dittatura argentina di Jorge Rafael Videla e dei suoi fedeli seguaci (1976 – 1983). Storie a tratti raccapriccianti e colme di sofferenza. Circa 30 mila vittime in Argentina, molte delle quali catalogate come ‘desaparecidos’. Un martirio per un popolo che aveva la ‘colpa’ di vivere una democrazia non conforme ai canoni liberali assunti come imprescindibili per le strategie geopolitiche di Washington. E poi la guerra delle Malvinas tra l’aprile ed il giugno 1982. Ultimo colpo di coda di una dittatura ormai debole ed in cerca di un riposizionamento popolare per assicurarsi una pseudo longevità. Leopoldo Galtieri degno erede di Videla alla gestione dittatoriale del Paese, invase le isole occupate dalla Gran Bretagna per ridare al popolo argentino una motivazione nazionalista, per rimanere unito sotto la dittatura. Una guerra fallimentare che fece accrescere il numero delle vittime sotto la dittatura e manifestò tutta la pochezza internazionale di Buenos Aires. Le isole tutt’oggi sono motivo di discordia tra Inghilterra e Argentina con la prima ferma sul suo status di Paese sovrano sull’arcipelago e soprattutto sulle sue ricchezze petrolifere.

Storie che sembrano lontane e riguardanti un singolo Paese del Sud America, ma che in realtà celano molto altro e più precisamente una partecipazione diretta degli Stati Uniti, della CIA e delle dittature limitrofe (spicca tra queste quella di Augusto Pinochet in Cile). All’epoca si riassumeva il tutto con l’appellativo Operazione Condor, ovvero una vera e propria rastrellata nei confronti di tutti gli oppositori politici (o lontanamente presunti tali) a quello che era il Washington Consensus. Più banalmente definita lotta al pericolo rosso (comunista) e che si va a collocare nel pieno della Guerra Fredda. Strategie di potenza dove il popolo assume una mera dimensione di pedina da sacrificare o spostare, a seconda delle esigenze. Ed anche la guerra delle Malvinas ha visto gli Stati Uniti parte in causa nel successo delle truppe britanniche. Infatti, prima Washington e a seguire Santiago del Cile hanno dato supporto logistico a Londra dietro una parvenza di astensione diplomatica dal conflitto.

Alla fine delle pagine più buie della storia argentina c’è il ripristino della democrazia (1983). Una soluzione che pian piano ha visto l’emergere di una sempre più marcata impostazione politica neoliberale con chiari ripercussioni sul piano economico e finanziario. Un momento storico che paradossalmente viene vissuto come il periodo di massima ricchezza, tanto da ottenere il plauso della platea internazionale. Ma non basta.
Il paradosso dei paradossi lo si raggiunge con la presidenza di Carlos Saúl Menem (1989 – 1999) quando il Paese del Cono Sud viene investito dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) dell’appellativo di migliore allievo dell’organo finanziario internazionale. Non più il Cile di Pinochet quale Paese esemplare nell’attuazione dei dettami del libero mercato, dal quale è opportuno prendere le distanze in modo ufficiale, ma l’Argentina. Una esemplarità di modello che ben presto dimostra tutte le sue lacune finendo in un circolo vizioso fatto di prestiti ottenuti dallo stesso FMI e titoli spazzatura riciclati continuamente sul mercato finanziario per sopperire alla cronica condizione debitoria: default. L’Argentina si risveglia nel 2001 con un il sogno di grandezza infranto, un debito astronomico e un sistema politico che va in frantumi, tanto che, nel 2002, Nestor Kirchner viene eletto Presidente con un’affluenza bassissima alle urne. Nessuno ci crede più nella politica.

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