domenica, Aprile 11

Obama ha più audience a Teheran field_506ffb1d3dbe2

0

1obama-rouhani

È stato l’Iran il più attento spettatore dell’annuale discorso del Presidente statunitense Barack Obama sullo Stato dell’Unione. Il rapporto del Presidente di martedì è stato infatti seguito da poco più di 33 milioni di cittadini statunitensi, segnando il minimo storico degli ultimi quattordici anni per quanto riguarda lo share televisivo. Si tratta, d’altronde, di una tendenza già presente durante la Presidenza di George W. Bush, che potrebbe essere collegata più alla possibilità di seguire l’evento in rete tramite dirette in streaming o aggiornamenti su Twitter che ad un effettivo disinteresse. Anche perché è innegabile la rilevanza politica delle parole pronunciate dall’inquilino della Casa Bianca, che ha sostanzialmente annunciato la propria disponibilità ad agire per decreto qualora l’attuale situazione di conflitto col Congresso fosse d’ostacolo a perseguire misure volte al rafforzamento del ceto medio. Tra gli obiettivi esposti, l’aumento del salario minimo e la volontà di accordarsi con le imprese per ridurre il numero dei disoccupati.

Così, se il numero di spettatori effettivi negli Stati Uniti rappresenta un’incognita, è certo che la parte del discorso relativa alla politica estera di Washington non è passata inosservata a Teheran. Obama, infatti, si è espresso chiaramente sulla questione nucleare iraniana, minacciando sanzioni qualora non vi fossero garanzie sufficienti da parte dei vertici di Teheran, confidando di poter evitare il «rischio di una guerra». Dichiarazioni che il Ministero degli Esteri dell’Iran, attraverso la propria portavoce Marziyeh Afkham, ha definito «irrealistiche e non costruttive», in quanto il riferimento a sanzioni sarebbero il risultato di una «interpretazione completamente errata della volontà iraniana di creare una nuova opportunità per i Paesi occidentali di modellare un diverso tipo di relazioni col popolo iraniano e di guadagnarsi la fiducia di questa grande nazione».

Ma il discorso di Obama non ha riguardato solo l’Iran, bensì anche il confinante Afghanistan. Dopo aver menzionato il ritiro completo delle proprie truppe dall’Iraq, il Presidente ha ricordato il passaggio dei militari di stanza in Afghanistan ad un ruolo di supporto che terminerà alla fine di quest’anno, facendo sì che «la guerra più lunga dell’America sarà finalmente conclusa». Dopo il 2014, però, sarà possibile un’ulteriore permanenza di truppe NATO sul suolo afghano per addestrare le forze armate locali ed attuare operazioni contro il terrorismo: ad essere determinante sarà la firma del Governo afghano all’accordo di sicurezza fin qui negoziato. Per questa ragione, il Segretario alla Difesa Chuck Hagel ha esortato il Presidente afghano Hamid Karzai a non rimandare oltre la firma all’accordo, esprimendo anche la preoccupazione degli alleati in seno alla NATO. Karzai, che pare sospetti un ruolo di Washington dietro a una decina di attentati perpetrati in questi anni nel suo Paese, ufficialmente ha richiesto come condizioni la fine delle operazioni militari statunitensi sulle case afghane e un nuovo impulso ai negoziati di pace coi talebani.

Il Pentagono, di cui è appunto titolare Hagel, si è mosso oggi anche sulla linea con Mosca, proponendosi di contribuire alla sicurezza dei Giochi Olimpici Invernali di Soči. L’offerta non sarebbe stata accettata, secondo il portavoce del Dipartimento della Difesa,  ma vi sarebbe un accordo tra Hagel ed il suo omologo russo Sergeij Shoigu per istituire una linea diretta tra i due dicasteri per poter comunicare in caso di emergenza durante l’avvenimento. Nel frattempo, le autorità russe comunicano di aver identificato due degli attentatori suicidi responsabili delle stragi di Volgograd di fine dicembre, aggiungendo di aver anche arrestato due presunti complici: si tratterebbe di membri di un gruppo militare del Daghestan, come d’altronde dichiarato da un video apparso in rete una settimana fa. Il Cremlino sembra perciò intenzionato a rassicurare il più possibile i partecipanti all’evento sportivo, benché, sul piano internazionale, il ‘New York Times’ abbia riportato i timori statunitensi per possibili test da parte russa di missili cruise, vietati dal trattato INF del 1987.

Il Cremlino, intanto, rivolge la sua attenzione alla sempre delicata situazione ucraina e ribadisce l’«inammissibilità» di ogni tipo di ingerenza da parte di Paesi terzi. È quanto emerge da un colloquio telefonico tenuto dal Presidente Vladimir Putin con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha anche contattato il Presidente ucraino Viktor Janukovyč perché mantenga le aperture degli ultimi giorni. Quest’ultimo, d’altronde, è attualmente in congedo per malattia e non ha ancora firmato l’amnistia proposta dal Parlamento, che libererebbe i manifestanti antigovernativi attualmente detenuti in cambio della liberazione degli edifici pubblici occupati. L’assenza, che genera qualche sospetto, avviene a due giorni dalle dimissioni del Primo Ministro Mykola Azarov e perciò in piena crisi istituzionale. Crisi che condiziona anche l’arrivo di aiuti economici dalla Russia: il Presidente Putin ha infatti dichiarato che, pur volendo tener fede agli impegni presi con Kiev, lancerà l’atteso pacchetto di aiuti da 15 miliardi di dollari solo una volta nominato il nuovo Esecutivo. La misura ‘cautelativa’ segue l’irrigidimento dei controlli alla frontiera per le importazioni dall’Ucraina avvenuto ieri, apparentemente nell’intenzione di sfruttare la propria influenza nelle decisioni politiche ucraine dei prossimi giorni.

Proseguono invece a rilento le ‘esportazioni’ siriane relative allo smantellamento dell’armamentario chimico: con neanche il 5% delle armi già imbarcato, sarà difficile che Damasco possa rispettare la scadenza della prossima settimana per l’invio alla distruzione all’estero delle stesse. Il rallentamento è stato stigmatizzato dal Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ed ha sollecitato la comunità internazionale a porre maggior pressione sul Governo, che, nel frattempo, fatica anche a convincere le Nazioni Unite sull’uso di gas sarin da parte delle milizie dell’opposizione. Intanto, la comune commemorazione delle vittime del conflitto interno al Paese durante i negoziati a Montreux ha acceso una tenue speranza nel disgelo tra rappresentanti di Governo e opposizione, i quali, secondo l’emittente ‘Al Jazeera’, avrebbero in realtà avviato incontri informali nella vicina Berna. La situazione in patria, però, continua ad essere drammatica e a coinvolgere anche gli Stati confinanti: in giornata, il presunto attacco a una postazione militare di confine da parte dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, legato ad Al-Qa’ida, avrebbe provocato un’azione dei caccia dell’esercito turco contro i veicoli degli stessi militanti.

Ankara mantiene comunque lo sguardo al proprio interno, dacché il Governo sembra intenzionato a proseguire la propria azione di ‘bonifica’ delle procure turche in seguito alle inchieste sulla corruzione che lo riguardano. Sono infatti 90 i procuratori rimossi a Istanbul su un totale di 192, che vanno ad aggiungersi ai cinquemila funzionari di polizia ed ai 120 magistrati già sollevati dai loro incarichi nelle ultime due settimane. L’azione del Primo Ministro Recep Tayyp Erdoğan non sembra comunque sortire grandi risultati sul piano della popolarità. Secondo recenti sondaggi, il suo apprezzamento sarebbe sceso sotto il 40%, così come quello del suo partito, l’AKP. Il calo, che coinvolge anche il Presidente Abdullah Gül, avrebbe tra le proprie ragioni anche la sfida a distanza col predicatore Fethullah Gülen, residente negli Stati Uniti e considerato dal Governo il principale manovratore delle operazioni giudiziarie per la sua influenza all’interno delle forze dell’ordine. Nonostante i dati poco confortanti, l’AKP sembra rimanere comunque il primo partito del Paese.

Sempre nell’ambito mediorientale, l’Arabia Saudita è intenzionata ad approvare lo stanziamento di ulteriori aiuti per 4 miliardi di dollari all’Egitto, sotto forma di depositi bancari e prodotti petroliferi. Il pacchetto, che sarà definito la prossima settimana durante la visita in Arabia del Primo Ministro egiziano Hazem al-Beblawi, non è il primo sostegno economico da parte di un Paese del Golfo seguito alla destituzione del Presidente eletto Mohamed Morsi. Ma il rovesciamento di quest’ultimo non è risultato gradito soltanto a Ryiad: a dare il proprio sostegno all’artefice del colpo di stato ed ora candidato alla Presidenza dell’Egitto,ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, si è aggiunto l’ex Premier britannico Tony Blair. Attuale inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente, Blair si è incontrato con al-Sīsī ieri ed ha asserito che, mentre «la Fratellanza Musulmana ha provato a deviare il Paese dai suoi valori fondamentali di speranza e progresso», l’intervento dell’esercito l’ha rimesso sulla strada dello sviluppo democratico. Questo nonostante, appena ieri, 20 giornalisti di ‘Al Jazeera’ siano stati portati in tribunale con l’accusa di manipolare l’informazione danneggiando l’immagine dell’Egitto.

Oggi ha ricevuto fondi anche un altro Paese protagonista della ‘Primavera Araba’, la Tunisia. In seguito all’approvazione della nuova Costituzione, che segna un importante avanzamento nella democratizzazione del Paese, il FMI ha sbloccato prestiti per 506 milioni di dollari al Paese nel quadro di un pacchetto di aiuti di 1,7 miliardi di dollari volti a sostenere il processo di transizione politica.

Rinviata al 25 febbraio, frattanto, la discussione per l’assegnazione dei Marò alla tutela del tribunale speciale di Nuova Delhi. La ragione è stata data in base all’udienza presso la Corte Suprema del 3 febbraio, quando verrà presentato il ricorso contro l’eventuale applicazione del SUA Act, la legge sulla pirateria che prevede la possibilità della pena di morte. In giornata, comunque, il Governo indiano sembra aver richiesto al proprio Ministero degli Interni di scartare quest’opzione, dal momento che il caso in questione non rientra nell’ambito del terrorismo in cui si applica la normativa. È possibile che, sulla mossa dell’Esecutivo abbia influito l’intervento del Presidente della Commissione Europea José Barroso, per cui le decisioni di Nuova Delhi avrebbero un impatto sui rapporti dell’India con l’intera Unione Europea e non solo con l’Italia.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->