lunedì, Luglio 26

Obama e Putin a confronto

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Circa un mese fa ‘The Economist’ scriveva che la politica estera di Vladimir Putin era un «misto di bluff e opportunismo», di «vuote vanterie e calcolato realismo», e che la sua esaltazione della «potenza diplomatica e strategica» della Russia costituiva un esercizio eminentemente verbale. Con ogni probabilità, l’autorevole settimanale inglese, recentemente acquistato dalla famiglia Agnelli, non scriverebbe più le stesse cose adesso; si limiterebbe, forse, a confermare solo l’‘opportunismo’ e il ‘calcolato realismo’. Anche due mesi fa, per la verità, riconosceva ad esempio che è stato seriolo sforzo compiuto da Mosca per dotarsi di una forza navale capace di reggere il confronto con la NATO in tutti gli oceani, sia pure senza arrivare a scontri bellici.
Avrebbe, però, potuto aggiungere, almeno, che l’operazione politico-militare con cui il Cremlino aveva duramente risposto al rovesciamento del regime filorusso in Ucraina è andata a buon fine, con l’annessione della Crimea verosimilmente irreversibile e la sottrazione anche del Donbass al controllo di Kiev, reversibile solo alle condizioni poste dai secessionisti locali e dai loro protettori moscoviti. E, semmai, estensibile ad altre terre sudorientali ucraine per effetto di un’eventuale, impari prova di forza a tutto campo e ad oltranza.

Si potrà obiettare (e la rivista londinese non manca di rilevarlo) che il successo dell’operazione viene pagato con le sanzioni inflitte dall’Occidente alla Russia contribuendo ad aggravarne la crisi economica, che a sua volta renderà ben difficile a Mosca sopportare le crescenti spese militari e comunque quelle dei crescenti impegni all’estero. Aumentano, tuttavia, anche le pressioni degli alleati europei degli Stati Uniti per l’abrogazione o quanto meno la riduzione delle sanzioni e, negli stessi USA, i dubbi al riguardo allorchè la scena internazionale propone sfide che invitano a cooperare piuttosto che continuare ad azzuffarsi con la Russia.

Altra obbiezione possibile: il successo in Ucraina, dopotutto, premia (se lo farà fino in fondo) un certo qual diritto della Russia ad una propria zona di influenza, tanto più rivendicabile trattandosi nella fattispecie di terre ad essa legate storicamente ed etnicamente, consacrando così un rango di potenza soltanto regionale al quale vorrebbe relegarla anche un Presidente americano non imperialista impenitente come Barack Obama. Si dà, però, il caso che il suo omologo al Cremlino, lungi dall’accontentarsene, aspiri dichiaratamente ad un ruolo di potenza mondiale reclamando parità di diritti con chiunque altro, contestando la superpotenza americana, non nascondendo la nostalgia per quella sovietica, coltivando disegni reintegrativi dello spazio già coperto dall’URSS, e così via.

Può darsi che un simile approccio, con tutto quanto ne consegue in pratica, sia solo strumentale ai fini del rigetto delle interferenze occidentali nei rapporti tra Mosca e Kiev, dell’espansionismo della NATO e della UE nella suddetta zona d’influenza e anche delle loro denunciate ingerenze nella politica interna russa in nome della democrazia o dei diritti umani. Ma è un’ipotesi che chiaramente vacilla quando la Russia, destando malgrado tutto non poca sorpresa, passa dalle parole minimizzate da The Economist ad un fatto assolutamente concreto e di non minimizzabile risalto: l’intervento militare in Siria, ormai sotto gli occhi di tutti e al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni internazionali.

Si tratta di un passo significativo quanto, se si vuole, più che coerente dal momento che neppure l’URSS aveva azzardato mosse simili in un’area cruciale ed esplosiva come il Medio Oriente. Anche nella sua fase di massima spinta espansionistica aveva mandato l’Armata rossa solo nel periferico Afghanistan, del resto già in qualche modo soggetto ad influenza e controllo sovietici. Mosca doveva amaramente pentirsene, per cui anche il ricordo dellaferita sanguinante‘, rimarginata dopo molti anni solo da Michail Gorbaciov, contribuisce a conferire alla decisione di Putin un carattere avventuroso, benchè le dimensioni almeno approssimative dei rischi, innanzitutto per la stessa Russia, non siano riscontrabili in partenza.

Potranno esserlo in maggiore misura forse già oggi o domani, quando saranno noti gli eventuali risultati di un altro evento meno eccezionale ma comprensibilmente circondato da viva attesa proprio a causa di ciò che l’ha preceduto: l’incontro a New York tra Putin e Obama in margine all’annuale Assemblea generale dell’ONU. Un evento che, però, si presenta nel segno almeno per il momento prevalente di un chiaro successo russo, non ancora paragonabile a quello ottenuto in Ucraina ma che trova già una controprova nell’evidente imbarazzo in cui la mossa di Mosca in Siria ha gettato i dirigenti di Washington.

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