mercoledì, Ottobre 20

Obama e il ‘laboratorio Vietnam’ field_506ffbaa4a8d4

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Su questo sfondo, i messaggi che manda la visita di Obama in Vietnam sono diversi. Il Vietnam è, oggi, un Paese ancora, in larga misura, sospeso fra due mondi. Il peso della Cina nell’economia vietnamita è in costante crescita, proprio a scapito degli Stati Uniti. Secondo stime della HSBC, entro il 2030 la RPC dovrebbe diventare il primo partner commerciale di Hanoi e già attualmente costituisce – secondo le cifre comunicate dalle Dogane nazionali – il suo primo fornitore, esportando beni per un controvalore di 10,7 miliardi di dollari nel primo trimestre 2016. A livello infrastrutturale, i legami fra i due Paesi si stanno rafforzando, mentre l’apertura di ‘corridoi economici’ fra lo Yunnan e il Vietnam nord-occidentale e fra il Guangxi e le province orientali di Lang Son e Quang Ninh dovrebbe favorire ulteriormente il processo di integrazione. Dal novembre 2008, tuttavia, il Vietnam è anche membro a pieno titolo del TPP; una scelta, questa, che lo colloca, insieme ad altri Stati della regione (Singapore, Malesia e Giappone, ma anche Filippine, Thailandia, Taiwan e Corea del Sud, che in periodi diversi hanno manifestato il loro interesse ad aderire all’accordo), saldamente all’interno dello spazio economico statunitense e che gli garantisce notevoli benefici alla luce dei bassi costi di produzione che riesce a offrire.

Il Vietnam rappresenta, quindi, una sorta di laboratorio di un’Asia-Pacifico nella quale, di fronte a un’influenza cinese in ascesa, gli Stati Uniti conservano comunque un peso rilevante. La capacità di adattarsi alla ‘sfida cinese’ accrescendo il peso del proprio soft power costituisce, da questo punto di vista, la vera sfida che l’amministrazione Obama lascia in eredità a quella che la seguirà. E’ forse presto per cercare di immaginare come il nuovo Presidente sceglierà di affrontare questa sfida. Come le altre issues di politica estera, il tema dei rapporti fra gli Stati Uniti e il mondo dell’Asia-Pacifico ha goduto di un’attenzione limitata da parte di tutti i candidati delle primarie in corso. Resta il fatto che, dalla capacità di bilanciare le crescenti ambizioni della Cina con gli interessi degli alleati tradizionali (Giappone e Corea del Sud in primis) dipenderà, negli anni a venire, la possibilità, per gli Stati Uniti, di mantenere la loro posizione di perno degli equilibri regionali. Le scelte che l’amministrazione Obama ha compiuto in una serie di questioni chiave (prima fra tutte la risposta data ai ripetuti test nucleari e missilistici nordcoreani) sembrano giustificare una scelta ‘di basso profilo’ che privilegia l’influenza rispetto alla più ‘semplice’ presenza militare. Se questa scelta risulterà pagante in futuro è questione ancora da definire.

 

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