mercoledì, Maggio 12

Obama e il ‘laboratorio Vietnam’ field_506ffbaa4a8d4

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Al di là dello storico annuncio della fine dell’embargo sulle forniture di armi, la visita del Presidente Barack Obama in Vietnam si inquadra in una tradizione consolidata. Dopo gli anni del gelo seguiti alla caduta di Saigon (30 aprile 1975), con la ripresa dei rapporti seguita alla fine della guerra fredda, il Vietnam era stato visitato, negli scorsi anni, sia dal democratico Bill Clinton (16-19 novembre 2000) sia dal suo successore George W. Bush (17-20 novembre 2006). Che cosa caratterizza, dunque, la visita di oggi? Barack Obama è un Presidente giunto ormai a fine carriera e la campagna per le elezioni del prossimo novembre lascia ipotizzare – al di là dei suoi esiti – una sostanziale revisione delle sue scelte nella regione dell’Asia-Pacifico. Negli corso del secondo mandato, la formula del ‘rebalancing’ ha permesso a Obama di allontanarsi (almeno in parte) delle premesse del ‘pivot to Asia’ ridimensionando l’impegno di Washington verso un’area deve i focolai di tensione restano molti e di difficile soluzione. Le mire nucleari della Corea del Nord da una parte, le crescenti ambizioni della Cina dall’altra sono fonte di costante preoccupazione per gli alleati degli Stati Uniti nella regione; alleati che, per contro, nelle scelte della Casa Bianca sembrano avere trovato, sinora, poche ragioni di tranquillità.

Come nel caso di quella dei rapporti con l’Europa, la storia dei rapporti di Washington con i partner dell’Asia-Pacifico appare una storia di crescente estraniazione. La stessa Trans-Pacific Partnership, vista dall’amministrazione come perno di un nuovo sistema di rapporti fra Washington e i partner regionali sembra mostrare la corda. La maggiore integrazione economica, lungi dal portare i benefici attesi, ha impattato negativamente sull’apparato produttivo americano, mettendo in discussione le premesse di un progetto che – attraverso la via economica – mirava soprattutto a favorire un riavvicinamento a livello politico. Anche il dialogo sotterraneo portato avanti fra Washington e Pechino è fonte di preoccupazione in diverse capitali. Al di là degli screzi superficiali (screzi che paiono essersi accentuati nelle ultime settimane, proprio in coincidenza con la partenza di Obama per l’Asia orientale), Stati Uniti e Cina appaiono sempre più invischiati in un sistema di dipendenza reciproca. Evidente da tempo sul piano economico, questa si sta estendendo sempre più chiaramente al livello politico, via via che prosegue, da un lato, la politica di ripiegamento voluta dalla Casa Bianca e che dall’altro si fanno più aperte le ambizioni della RPC di assumere un peso regionale comparabile alle leve di potenza che controlla.

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