mercoledì, Agosto 4

Obama: contro il terrorismo una vasta Coalizione field_506ffb1d3dbe2

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Fari al cielo, un minuto di silenzio e una Ground Zero stracolma di gente. Così l’America rende omaggio ai caduti dell’attacco terroristico alle Twin Towers dell’11 settembre del 2001.

Nel suo discorso alla Nazione (nella notte italiana) il Presidente degli Stati Uniti Barak Obama punta il dito contro la minaccia islamica in Medioriente e rilancia punto per punto l’impegno americano nel distruggere la piaga del terrorismo. Le sue parole sono chiare: «L’America guiderà una vasta coalizione per respingere la minaccia terrorista». L’obiettivo e’ chiaro: indebolire e poi distruggere l’Isis con una strategia articolata e prolungata. «Voglio che gli americani capiscano che non sarà come la guerra in Iraq e in Afghanistan. Non saranno coinvolte truppe americane sul suolo straniero». E infatti il capo della Casa Bianca nell’autorizzare l’aumento del personale attivo sul campo, attraverso l’invio di circa 470 uomini in Iraq, ha precisato che nessuno di loro sarà impiegato in missioni di combattimento, ma solo di assistenza alle forze locali. «L’America si metterà alla guida di una vasta coalizione internazionale», ha proseguito Obama, «che darà il via a una campagna senza sosta contro la minaccia terrorista dell’Isis, ovunque si trovi, per respingerla e infine distruggerla».

E proprio a tale scopo è iniziato il tour in Mediorente del Segretario di Stato John Kerry, partito per illustrare personalmente il piano anti-Isis ai potenziali alleati della regione: ieri era a Baghdad per incontrare il nuovo Premier iracheno Haider al Abadi che ha appena formato il tanto atteso Governo delle larghe intese, avviando di fatto la collaborazione al vertice tra sciiti, sunniti e curdi. Collaborazione che Washington considera necessaria per potersi impegnare in maniera attiva contro l’Isis. Salutato il nuovo Governo iracheno, Kerry si è spostato oggi in Arabia Saudita per un incontro con i delegati di 10 paesi arabi tra cui Riad, Kuwai, Emirati arabi, Nahrein, Oman, Qatar, Giordania, Egitto e Tunisia, poi sarà la volta della Turchia venerdì, per un colloquio con il Presidente Recep Tayyip Erdogan, allo scopo di formare una coalizione di più di 40 Paesi (anche europei) da schierare contro i ribelli islamici.
Detto questo, di concreto, finora, c’e’ solo la disponibilità saudita a offrire basi per l’addestramento di forze ribelli. E non sarà facile convincere alcuni degli alleati chiave a collaborare attivamente alla coalizione anti-Isis, a cominciare da Riad, che non sembra disposta a sbilanciarsi troppo in una guerra contro lo Stato Islamico che potrebbe provocargli contraccolpi con gli integralisti sunniti all’interno del regno. E non sembra semplice neanche la partita con la Turchia, che non vede certo di buon occhio la fornitura di armi ai curdi. Nei giorni scorsi, il capo del Pentagono Chuck Hagel era stato ad Ankara per chiedere alla Turchia di bloccare le cosiddette ‘autostrade della jihad‘ che hanno consentito l’arrivo in Siria e Iraq di migliaia di jihadisti. Ad oggi non ci sono stati impegni ufficiali.
La Russia tuona: gli imminenti nuovi raid in territorio siriano e iracheno annunciati dagli Usa «Senza l’Onu sono una chiara violazione del diritto internazionale» ha dichiarato Alexander Lukashevich, portavoce del Ministero degli Esteri. Mentre un segnale positivo arriva dalla Francia che si è dichiarata disposta a partecipare ai raid aerei: «Parigi prenderà parte se necessario a un’azione militare aerea in Iraq», ha dichiarato il Ministro degli Esteri Laurent Fabius. Mentre l’Italia boccia l’intervento armato proseguendo con la strategia del supporto dall’esterno, come spiega il Ministro della Difesa Roberta Pinotti: «Gli Usa hanno deciso di fare raid aerei, noi abbiamo scelto un’altra strada, quella di sostenere e rafforzare gli attori locali che possono fermare l’Isis all’interno dei loro territori». Attraverso l’invio di armi, munizioni, rifornimenti ed esperti per l’addestramento sul campo. Oltre questo Roma non andrà.

Dalla Siria il Presidente Bashar al Assad ha assicurato oggi all’inviato dell’Onu Staffan de Mistura che il suo Governo è pronto a «Dargli tutto il sostegno e la cooperazione necessari per avere successo nella sua missione», ma il regime di Damasco ha anche chiarito che qualsiasi azione americana contro i jihadisti dell’Isis sul territorio siriano, se non sarà coordinata con le autorità centrali, verrà considerata alla stregua di un’aggressione.
Una mezza doccia fredda per John Kerry che resta comunque fiducioso: «La coalizione internazionale sconfiggerà l’Isis, eliminerà la minaccia dall’Iraq, dalla regione e dal mondo».

Su versante ucraino la relativa calma delle ultime ore addolcisce il clima e forse anche il pacchetto di sanzioni che l’Ue ha approvato contro la Russia e congelato, ma che dovrà necessariamente entrare in vigore domani: stop alla sottoscrizione di obbligazioni emesse da seigrandi gruppi‘ russi operanti nel campo della difesa e dell’energia, stop ai prestiti destinati alle prime cinque banche russe a controllo pubblico. Altri 24 nomi nella black-list, di persone a cui saranno congelati i beni e non saranno più concessi visti. Bloccate le forniture di servizi relativi allo sfruttamento degli idrocarburi. Tra meno di 24 ore queste e altre sanzioni scatteranno, ma il Presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy attende la valutazione del Coreper sull’attuazione del piano di pace in Ucraina per decidere se rivederle in parte o in toto: «La Commissione Ue e il Servizio di azione esterna devono valutare la situazione sul  terreno e sono invitate a fare proposte per rivedere o sospendere le  sanzioni, in tutto o in parte», spiega appunto Rompuy.

Da parte sua, Mosca ripete il disco dei giorni scorsi definendo «Le sanzioni Ue una linea assolutamente non amichevole, che contraddice gli interessi della stessa Unione Europea». E avvisando che «La risposta di Mosca sarà commensurabile». Secondo le parole di Aleksandr Lukasehvich, portavoce del Ministero degli Esteri russo.

Mentre i ribelli filorussi dell’est ucraino già guardano al futuro: Boris Litvino, Presidente del Consiglio supremo dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk,  dichiara di aver «Avviato il processo per creare una nuova moneta», con l’intenzione (per la regione del Donbass) di entrare nell’Unione doganale Russia-Bielorussia-Kazakhstan.

Kiev intanto ha riconosciuto che i ribelli filo-russi hanno esteso fino al Mar d’Azov il controllo della frontiera orientale dell’Ucraina con la Russia. E risponde iniziando la costruzione di un muro lungo in confine russo. Mentre domani è atteso nella capitale ucraina il Presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, che incontrerà il presidente Petro Poroshenko, e il premier Arseny Yatsenyuk per discutere della situazione della tenuta del cessate il fuoco e del futuro delle relazioni Ue-Ucraina.

In Scozia continuano le tensioni dopo l’esito del sondaggio che vede prevalere i sì all’indipendenza del Paese dal Regno Unito: oggi il colosso bancario britannico Royal Bank of Scotland (RBS) ha annunciato che se la Scozia sceglierà l’indipendenza, l’istituto sposterà la sua sede legale in Inghilterra, con esiti non rassicuranti per l’economia di Edimburgo. Oltre ad Rbs, anche Lloyds Bank Group, ha affermato che potrebbe spostare la sua sede legale a Londra dove già si trova il suo quartier generale. Dichiarazioni che in queste ore stanno favorendo un clima di incertezza nei settori economici e finanziari dell’Isola. E mentre il Primo Ministro scozzese Alex Salmond definisce queste dichiarazioni come una sfacciata intimidazione‘, a mettere il dito nella piaga ci pensa il leader dell’Ukip Nigel Farage, che sul Telegraph dichiara: «Votando a maggioranza ‘sì’ nel referendum del 18 settembre gli scozzesi si separeranno dall’Inghilterra, ma non otterranno l’indipendenza: al Governo di  Londra si sostituirà quello di Bruxelles». In un’Europa dominata dalla Germania di Angela Merkel, afferma Farage, «Una Scozia fuori dal Regno Unito, ma nella Ue, non potrà più avere voce in capitolo».

Buone notizie giungono inaspettatamente dallo Yemen, dove le autorità locali e i ribelli sciiti hanno finalmente raggiunto un accordo per un’uscita dalla crisi che ha travolto il paese nelle ultime settimane con i ribelli sciiti asserragliati nella capitale Sanaa. Secondo quanto riferito da una fonte vicina alla presidenza yemenita l’intesa prevede la nomina entro 48 ore di un nuovo Primo Ministro. In cambio, i ribelli avrebbero acconsentito a smantellare i loro campi di protesta e ritirare gli uomini armati.

 

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