venerdì, Luglio 23

Obama arriva in Argentina Il presidente argentino Macri pronto ad accoglierlo a braccia aperte

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Buenos Aires – ‘Sí, se puede, sí se puede’ dice il coro nelle manifestazioni dei sostenitori del governatore PRO in Argentina. Questo grido di guerra si è sentito anche quando il Presidente Mauricio Macri ha inaugurato le sessioni in parlamento. Esattamente come il ‘Yes, we can’, espediente elettorale che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca.

Forse, concettualmente, il ‘sí, se puede’, si riaffermerà a Buenos Aires il 23 e 24 marzo prossimi quando proprio il presidente Obama approderà in Argentina dopo una visita storica a Cuba. Gli ultimi due mesi per l’Argentina sono stati importanti per la presenza di personalità internazionali, emozionanti per un Paese che sembrava scomparso da tutti i piani politici ed economici internazionali. Il primo ad arrivare fu Matteo Renzi, poi il presidente francese François Hollande e, adesso, è la volta di Obama. Nel frattempo, Macri ha avuto tempo di attirare vari suoi colleghi al Forum di Davos come il capo della Chiesa cattolica Papa Francesco che ha incontrato la settimana scorsa in Vaticano.

Il deputato Pablo Priore, membro del PRO, garantisce che in materia di politica internazionale “Non bisogna essere estremisti e bisogna imparare dagli errori del passato. Non mi piacciono i rapporti viscerali, né con gli USA, come avvenne negli anni ’90, né con la Cina, come nel caso del kirchnerismo“.

La posizione del PRO in geopolitica sembra attraversare l’ostacolo di un equilibrio delicato, più per riparare l’immagine negativa del paese, che per offrirsi al miglior offerente, più interessato ad attrarre investimenti che ad allinearsi e prendere posizione a favore di paesi che hanno un’influenza diretta su intere regioni del mondo.

La preoccupazione della politica estera è iniziare a investire nel processo di deindustrializzazione che è iniziato negli anni ‘70”, sostiene il deputato Priore. Egli analizza la situazione di paesi come Australia e Irlanda per argomentare il fatto che “l’Argentina affronta una situazione di decadenza da decenni, su vari fronti. Su quello economico, la visione deve collocarsi nell’industrializzazione, nell’innovazione e nella necessità di concentrare tutti gli sforzi nell’aumento della qualità dell’educazione pubblica“.

La visita del presidente Barack Obama a Cuba attirerà l’attenzione del mondo intero e sicuramente è più che un simbolo, ma lo scalo in Argentina, ore dopo, può essere quasi trascendentale e, almeno a breve termine, avere maggiori conseguenze di quello cubano. Macri si appresta a porre fine a quindici anni di isolamento finanziario e politico degli USA, ancor di più in vista dell’imminente accordo con i creditori esterni (i cosiddetti fondi avvoltoio).

Uno dei suoi funzionari, il ministro del Commercio, Miguel Braun, ha detto a Washington, durante una riunione del Consiglio Atlantico, che “l’Argentina è nuovamente aperta agli affari.” C’erano anche i funzionari, potenziali investitori, attratti dal mercato interno di tale paese che fino a poche settimane fa sembrava così dannoso per i loro interessi al pari del Venezuela di Nicolás Maduro.

Macri ha già fatto diversi passi per dare dei segnali di apertura dei mercati, ha annullato varie imposte sull’esportazione di prodotti agricoli e si è concentrato sulla riduzione delle restrizioni delle importazioni. Oggi Washington legge il cambio dei governi populisti, fino a poco tempo fa al suo picco massimo. Per il governo Obama, Macri è il pioniere di un cambio di rotta nella politica del Sud America.

Il deputato Priore sostiene che quello che è iniziato in Argentina è “un processo di integrazione nell’economia mondiale” e afferma che “l’intento è migliorare gli attuali trattati di libero commercio e integrare nuovi blocchi commerciali”. Mette in guardia sulla difficoltà del compito, ma garantisce che “le aziende globali investono in paesi dove le regole del gioco sono chiare e questo è ciò che viene mostrato”. Una delle maggiori necessità di tutti i governi “è creare posti di lavoro non nel settore statale ma nel settore offerto dagli investimenti privati”.

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