venerdì, Aprile 23

O vive Sirte o muore la Libia!

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Un momento particolarmente complesso e delicato quella della nuova fase tattica dell’offensiva regionale contro lo Stato Islamico che si muove tra Siria, Iraq e, da qualche giorno, anche in Libia.
Il movimento jihadista ha perso posizioni importanti sotto la pressione dei diversi combattenti, Falluja non è ancora caduta ma i pashmerga hanno aperto un varco importante, Palmira, qualche mese fa, ha ceduto sotto la pressione del Cremlino, e la prossima sulla lista sembra essere l’avamposto di Sirte.
Gli elementi delle milizie di Misurata, in coordinamento con il Governo di unità nazionale, hanno iniziato l’avanzata verso Sirte quasi un mese e mezzo fa, nel mese di aprile, per poi arrestarsi bruscamene soprattutto dopo gli attriti con le truppe del Generale Khalīfa Belqāsim Haftar le cui mire sulla città sono di pubblico dominio.
A Sirte i mujaheddin rischiano di restare in trappola, proprio come sta accadendo in queste ore per la città di Falluja in Iraq, presa d’assedio dai miliziani pashmerga ma ancora sotto stretto controllo delle truppe del Califfato.
La popolazione non ha alcun modo di fuggire dalla città assediata ed allo stato attuale rimane alla mercé degli jihadisti locali.
Lo scontro si prefigura (in entrambi i casi) come un duro confronto in uno scenario di urban warfare, che è il più complesso da gestire a livello militare per le diverse variabili a cui far fronte.

L’architettura della città libica di Sirte, tipica della regione mediorientale, è l’ideale per il posizionamento di cecchini e scudi umani.
Un tattica, questa,  che si accompagna splendidamente con quella delle barricate umane, cioè piccoli o medi assembramenti di popolazione civile che non permettono al personale militare di muoversi, soprattutto da piccole vie.
Quasi sempre le barricate sono accompagnate da sferragliate di colpi di armi lunghe posizionate sui tetti o sulle finestre, la risposta al fuoco è ovviamente complessa per le truppe a causa della massiccia presenza di civili nella zona. Considerata la grande disponibilità di non-combattenti nella città, potrebbe essere la tattica più usata dai guerriglieri, donne e bambini diverrebbero scudi umani con cui garantirsi la ritirata.
Non meno probabile è l’uso di ordigni esplosivi posizionati in modo capillare sulle principali vie d’accesso alla città (strade secondarie incluse) come già si è visto nella città di Palmira, in Siria. Questo è uno scenario che metterebbe davvero in difficoltà analisti e militari stessi, perché a differenza di Palmira, nella città di Sirte, la presenza della popolazione è imponente, impossibile, dunque, bombardare dall’alto per annientare la resistenza dei terroristi.

Non meno importanti sono i successi ottenuti dalla cosiddetta ‘Guardia petrolifera‘ che difende i siti della Mezzaluna petrolifera libica, guidate da Ibrahim Jadhran, anche lui considerato alleato del Premier filo-occidentale.
I combattenti, dopo aver conquistato Nawafiliya, snodo per gli estremisti, considerata la seconda roccaforte dello Stato Islamico in Libia dopo Sirte, sono avanzati in direzione ovest, costringendo Sirte ad un accerchiamento tattico.

Le forze di Jadhran, oltre a Nawafiliya, hanno preso il controllo della zona nota col nome di Campo al Nahr, oltre alle zone residenziali di Progetto Mille e altre unità abitative, arrivando alla zona di al Khalat che dista solo 3 chilometri da Ben Jawad, caduta nelle mani dei jihadisti il 4 gennaio scorso. Una seconda direttrice dell’avanzata delle forze della Guardia petrolifera sta seguendo una via desertica dalla parte meridionale di al Nawafiliya.
Gli sviluppi tattici che hanno messo in crisi il precario stazionamento dello Stato Islamico in Libia sembrano sottolineare, più in generale, un problema militare globale delle bandiere nere.

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