domenica, Agosto 1

O Luna o Marte! Il Senato americano ha salvato quello che Obama non voleva, il programma 'Constellation', e i progetti sono ormai quasi pronti per il collaudo

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Nell’ormai lontano 2010, quando sulle coste degli Stati Uniti d’America regnava un uomo eletto dal popolo, simbolo sicuramente di una sua capacità politica, ma anche dell’affrancamento di un popolo dalla più turpe delle ignominie, ovvero rendere in schiavitù un suo proprio simile, il presidente Barack Obama lanciò la sua strategia spaziale dei prossimi decenni, offrendo di finanziare con un incremento di sei miliardi il budget della Nasa, ma cancellando il programma ‘Constellation‘, studiato per riportare un equipaggio di esseri umani sulla Luna. Per molti dei dipendenti dell’ente spaziale che ha mostrato l’America il più tecnologico Paese del mondo fu un colpo durissimo. E del resto, avviare uno studio con investimenti colossali per vederlo poi cancellato è un trauma sia personale che nazionale.

Ora il Senato americano ha salvato quello che Obama non voleva e i progetti sono ormai quasi pronti per il collaudo, che è previsto per i primi mesi del 2019. A dimostrazione che il buon senso può anche essere superiore alla caparbietà!

Eppure il 44° presidente era stato energico: «Sulla Luna ci siamo già stati. C’è altro da esplorare e altro lavoro da fare. Dobbiamo guardare più lontano». Lontano significava Marte e la promessa fu solenne. «Io sarò ancora vivo per assistere allo spettacolo».

Obama si espresse così durante una sua visita alla base di Cape Canaveral, in Florida. Un tempio non solo per il popolo americano ma per tutti coloro che hanno sognato e ancora sognano di essere parte di un progetto spaziale che porterà l’uomo del pianeta Terra a esplorare e colonizzare il suo universo e in quelle parole, come non risentire le frasi di John Fitzgerald Kennedy che il 25 maggio 1961 promise ai suoi cittadini una missione sulla Luna entro dieci anni? E come non ricordare che quell’esempio è stato un punto di riferimento della credibilità di una nazione che seppe rispettare con estrema precisione le date e gli impegni di un capo di Stato che poco dopo quelle dichiarazioni era stato ucciso?

Obama, fiducioso di sé e del suo stato di salute ha detto che l’arrivo di una navicella nell’orbita di Marte potrà avvenire nella metà degli anni Trenta, aggiungendo che per il nuovo programma entro il 2015 la Nasa avrebbe completato il progetto per un veicolo spaziale idoneo. Così ancora non è stato, a quel che ci è dato sapere. E del resto la guida americana è cambiata, Donald Trump nelle sue esternazioni plateali è stato molto più pragmatico nel sottolineare dei concetti e se ha ripreso nei suoi discorsi l’argomento spaziale, lo ha fatto in modo molto più brusco del suo predecessore, firmando il nuovo piano presentato nell’ottobre scorso dal National Space Council, l’ambiente idoneo per la messa a punto di certi argomenti. Ma con l’impegno che la Nasa dovrà ora elaborare «un progetto di esplorazione innovativo e sostenibile con partner commerciali e internazionali così da consentire l’espansione umana attraverso il sistema solare portando sulla Terra nuove conoscenze e opportunità».

Una decisione discutibile per quel tocco di arroganza che rovina ogni uscita dell’inquilino della casa Bianca ma che alla fine non è altro che la visione rivisitata del programma di George W. Bush. Ci sono dei parallelismi tra i due presidenti che pur con caratteri estremamente diversi spesso sono stati oggetto di derisione da parte del pubblico internazionale essendo ambedue la conseguenza del malessere di un popolo ammalato della sua ricchezza. Eppure i piani individuati e fatti propri dal presidente immobiliarista, possono costituire un punto di snodo tra una ricerca che costituisce l’elemento di visibilità della potenza industriale e lo studio fattivo di un percorso parcellizzante e aperto al libero mercato. Ai tempi di Bush figlio di Bush un personaggio come Elon Musk non calcava le scene più impegnative e solo Boeing e Lockheed Martin erano le voci omnicomprensive chiamate a spartirsi le forniture governative per raggiungere i risultati richiesti. Così il presidente Trump ha deciso di mettere nel suo paniere spaziale anche situazioni industriali che possano portare a ritorni remunerativi ma nel suo memorandum non si ragguagliano i tempi e i costi dell’operazione. La cifra comunque è importante e vale circa 10,5 miliardi di dollari per la sola campagna di esplorazione innovativa e sostenibile.

Il fatto importante è costituito dall’intenzione degli Stati Uniti di rilanciare la commercializzazione dello spazio rafforzando la propria leadership nel quarto ambiente. Si tratta de ‘the bridge to the future ovvero un ponte verso il futuro come ha dichiarato il vice presidente Mike Pence, che è a capo dello Space Council. Quindi un nuovo piano più articolato che se ha per obiettivo primario il nostro satellite naturale, non per questo esclude lo sbarco su Marte. Un riorientamento notevole, seppur logico secondo gli esperti, rispetto alla precedente amministrazione, che certamente tiene in primo piano i programmi di sicurezza nazionale, con il rafforzamento del ruolo degli attori privati che andrebbero ad occupare la commercializzazione completa delle orbite basse e quindi pensare alla Luna e poi allo sbarco marziano.

In ogni caso è una ripresa importante delle attività spaziali a cui l’Europa sembra voler dare seguito con un programma che interesserà i maggiori paesi produttori di tecnologie spaziali. Quale sarà la posizione di Russia e Cina in questa partita così difficile è da analizzare perché ogni passaggio potrebbe dar luogo a prospettive diverse, con l’avvio di nuove collaborazioni e di alleanze strategiche. Sue M. Gordon che negli USA rappresenta politicamente l’Intelligence ha messo in guardia sull’aggressività degli eterni nemici che proprio nello spazio in passato hanno dato prove molto pesanti. Ormai, lo ripetiamo spesso, le tecnologie sono abbastanza allineate. È sempre una questione di soldi investiti e di volontà politiche ma l’indirizzo del terzo millennio, almeno della sua alba, si racchiude sempre nelle capacità delle nazioni nell’unirsi per perseguire lo scopo vincente. Non sarà sconvolgente veder lavorare assieme dei popoli che si sono odiati ma che hanno alla fine un’opportunità di successo. E su questo piano l’Italia avrà molto da imparare.

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