mercoledì, Settembre 22

NZ: gli immigrati snobbano le campagne? Aree rurali sempre più vuote, città sempre più popolate. Il Governo interviene

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Hobart – La Nuova Zelanda è una terra peculiare, formata da due isole maggiori e da migliaia di piccole isole incastonate nell’Oceania meridionale, è una Nazione sottopopolata e ricca di risorse naturali. Si estende per circa 268.000 chilometri quadrati – poco meno dell’Italia, poco più del Regno Unito – ma ha una popolazione di soli 4,5 milioni di persone, pari all’incirca a quella dell’area metropolitana di Roma o di Sydney. Nonostante la condizione di Paese estremamente giovane, inoltre, la Nuova Zelanda può vantare un livello elevato di multiculturalismo, frutto delle condizioni socio-economiche favorevoli e dell’apertura del Paese a determinati tipi di immigrazione. Basti pensare che nel Paese sono infatti utilizzate quotidianamente più di 160 tra lingue e dialetti diversi.

E’ qui che, tuttavia, sorge un problema. Proprio per la scarsa popolazione  -concentrata per lo più in 4 città- e per la conformazione demografica del Paese, la cui Isola Sud ha un solo milione di abitanti, negli ultimi anni la maggior parte degli immigrati si è diretta prevalentemente nei grandi centri abitati, a cominciare da Auckland. Quest’ultima è, infatti, la città più popolosa della Nuova Zelanda, con circa 1,5 milioni di abitanti, seguita dalla capitale Wellington (400.000 abitanti), Christchurch (380.000), Hamilton (225.000), Tauranga (130.000), Napier-Hastings (130.000) e Dunedin (117.000).

Questa particolare tendenza migratoria è conosciuta ed analizzata ormai da diversi anni. Secondo i dati di Statistics New Zealand, l’istituto nazionale di statistica neozelandese, negli ultimi anni il tasso d’immigrazione netta nei grandi centri abitati è stato del 9% e quello delle aree rurali solo del 2%, mentre, 20 anni fa, la popolazione che si spostava nelle campagne aumentava ogni anno del 5%. Tale fenomeno ha inevitabilmente influenzato anche il relativo mercato del lavoro, un argomento che è stato oggetto di studio da parte di diversi studiosi, come nel caso di Kirsten Lovelock e Teresa Leopold, le quali hanno pubblicato un saggio sulla New Zealand Population Review (voll. 33 e 34, no. 1, pp. 212-234).

Secondo le due accademiche «La gestione di requisiti di lavoro che mutano costantemente è stato un vero problema in quelle regioni dove i cambiamenti d’utilizzo del suolo sono avvenuti piuttosto rapidamente, le stesse regioni dove i datori di lavoro hanno provato sulla loro pelle gli effetti dello spopolamento e della conseguente mancanza di lavoro e di servizi nel lungo termine. […] Negli ultimi 20 anni, una grande sfida per i datori di lavoro delle aree rurali è stata quella di attrarre lavoratori temporanei ma anche lavoratori permanenti, con mansione e paga fissa, in quelle zone dove infrastrutture come scuole, asili nido, ospedali e centri commerciali sono lentamente spariti. La mancanza di manodopera nelle aree rurali non è una novità in Nuova Zelanda, a dire il vero è un problema che si è presentato in maniera altalenante sin dai tempi della prima colonizzazione. […] E’ stato stimato che, per ovviare alla mancanza di manodopera durante questi periodi, circa l’80% dei datori di lavoro ha dovuto far ricorso all’impiego di immigrati irregolari provenienti dall’estero. Questa pratica non solo ha creato un dibattito circa il rispetto dei confini nazionali, ma anche riguardo la potenziale violazione dei diritti lavorativi per la manodopera illegale».

Il Governo conservatore del Premier John Key ha, dunque, deciso di prendere provvedimenti per tentare di arginare questo fenomeno e, al contempo, fornire manodopera legale agli agricoltori e agli imprenditori della pastorizia delle regioni più rurali del Paese. Il nuovo piano migratorio prevede l’attribuzione del triplo di punti  -da 10 a 30- per l’immigrato qualificato che sceglie di andare a vivere in una zona rurale anziché in città. I primi risultati già si vedono: nel mese di Novembre dell’anno appena finito hanno fatto richiesta di trasferimento nelle campagne circa 2.500 persone, quasi 600 in più rispetto allo stesso mese del 2014, con un aumento del 20%.

Non mancano, tuttavia, suggerimenti e critiche al nuovo piano del Governo. Paul Spoonley, Professore di Demografia presso la Massey University, ritiene che «Il nuovo piano non faccia abbastanza e che non riuscirà a far lievitare l’economia rurale così com’è. Abbiamo visto un aumento di circa il 20%, il che è piuttosto significativo se consideriamo che negli anni passati non abbiamo avuto un gran numero di immigrati nelle regioni più periferiche. Il grosso degli immigrati va infatti ad Auckland – circa la metà del totale – ma, anche coloro che non vanno subito in città, stanno nelle campagne per poco e poi si spostano nei centri abitati. La sfida è far rimanere le persone nelle zone rurali. Al momento il governo richiede che i nuovi immigrati stiano in queste aree per un anno soltanto, e io credo che sia troppo poco. Credo che dovrebbero avere l’obbligo di rimanere in quelle regioni per un periodo compreso tra i 3 ed i 5 anni».

Parte del successo della nuova politica migratoria neozelandese, lanciata nel Luglio 2015, sarà dovuto all’efficienza con la quale il governo di Wellington saprà accordarsi con le suddette aree rurali per assicurare il tanto atteso miglioramento del loro mercato del lavoro, come affermato dal numero uno di Business New Zealand, Phil O’Reilly. Allo stato attuale, i dati mostrano che tra i cinesi  -la maggiore fonte d’immigrazione per la Nuova Zelanda- il 71% si stabilisce ad Auckland, una percentuale che rimane comunque molto alta tra gli Indiani, con il 57%. Questi ultimi rappresentano il secondo maggiore gruppo di immigrati, seguiti a distanza dagli Inglesi. Ecco, quindi, a chi è principalmente indirizzata la nuova politica del Governo Key. Per quanto riguarda gli immigranti che invece mostrano la maggiore propensione a spostarsi nelle aree rurali neozelandesi, troviamo per primi gli Australiani, seguiti dai Tedeschi (70,5%) e dai Sudafricani (50%).

Sembra dunque che le nuove regole del Governo di Wellington si riferiscano ad un problema effettivamente in crescita nel corso degli ultimi anni, ovvero la scelta dei grandi centri abitati da parte dei nuovi immigrati, a forte discapito delle zone più rurali e isolate del Paese. Con solo sei mesi di dati è troppo presto per dire se il nuovo piano sia effettivamente correlato con il promettente aumento di immigrati in queste zone, ma di sicuro si tratta del primo passo per la soluzione di un problema proprio di una nazione come la Nuova Zelanda, la cui popolazione e ricchezza sono quasi del tutto concentrate in quattro città principali, non nelle campagne.

 

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