giovedì, Ottobre 21

Nuovo presidente a Kiev Putin accetta l’elezione di Petro Poroshenko malgrado la contrarietà e il boicottaggio nel Donbass

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Petro Poroshenko

Dopo essersi imposta con la forza, la rivolta o rivoluzione di Maidan è riuscita a vincere anche una partita politica, giocata appunto sul terreno politico e con mezzi politici. E’ una vittoria che non risolve automaticamente la crisi ucraina ma ne agevola e forse ne avvicina la soluzione benchè non ponga per ora fine neppure alla guerra civile, che ha continuato ad infuriare (sia pure “a bassa intensità”, come qualcuno insiste a sottilizzare) e a mietere vittime mentre il grosso della popolazione andava a votare o cercava di recarsi alle urne.

Fino a ieri era persino lecito dubitare che l’elezione presidenziale indetta dal governo provvisorio di Kiev potesse davvero svolgersi in tutto il Paese comprese anche alcune sue zone sinora indenni da rilevanti perturbazioni. Gli interessi ad ostacolare e se possibile invalidare la consultazione erano presumibilmente parecchi, magari dissimulati e comunque trasversali, e nessuna parte in causa aveva finora brillato per ritegno e cautela. Quel tanto di boicottaggio che c’è stato, passivo o attivo e anche violento, non ha però raggiunto il suo scopo.

Si temeva naturalmente il peggio nelle due regioni indipendentiste e separatiste del Donbass, dove i filorussi hanno fatto effettivamente un po’ di tutto per impedire una normale espressione della volontà popolare, che secondo i precedenti sondaggi non appoggia affatto la secessione da Kiev. Sono stati segnalati innumerevoli casi di impedimento fisico, minacce e pestaggi, furti di milioni di schede e distruzioni di urne, ecc. L’autonominato sindaco di Slovjansk, uno dei centri più saldamente in mano ai ribelli dopo i cruenti scontri delle scorse settimane, ha comminato l’arresto per chi si avventurasse a votare.

Ciò nonostante, sembra che se nei capoluoghi, Donezk e Luhansk, il boicottaggio è andato a buon fine al cento per cento, nell’insieme delle due regioni abbia potuto votare almeno un quinto della popolazione trovando accessibili, nel caso della prima, oltre la metà dei seggi. Pare inoltre che la maggioranza di questi ultimi sia rimasta aperta nella città portuale di Mariupol, già teatro anch’essa di duri scontri prima che vi ristabilissero l’ordine le squadre operaie del magnate Rinat Achmetov.

Poiché, a quanto risulta, la consultazione si è svolta più meno regolarmente nelle altre regioni del Sudest, compresa quella già sanguinosamente disputata di Odessa, oltre che nell’ovest e nel centro del Paese, non sorprende il dato provvisorio della partecipazione al voto: un 60% che nell’odierna situazione ucraina significa un innegabile successo del più importante esercizio di democrazia.

Sulla sua limpidezza hanno vigilato del resto circa 3600 osservatori provenienti da 19 Paesi stranieri e altrettante organizzazioni internazionali non governative, per quanto impediti anch’essi di operare nel Donbass da pesanti minacce o inequivocabili avvertimenti. Per contro, da parte governativa è stato negato il visto di ingresso o l’accreditamento di giornalisti russi, trattati così anch’essi alla stregua di possibili agenti più o meno segreti del maggiore nemico esterno.

Mosca, tuttavia, non ha potuto lamentarsi più che tanto della dubbia regolarità di un’elezione che, al di là di ogni valutazione politica dell’intera vicenda, è stata sicuramente più impeccabile del referendum che ha portato all’annessione russa della Crimea, per non parlare di quelli che hanno generato le “repubbliche popolari” di Donezk e Luhansk. Tant’è vero che Vladimir Putin, alla vigilia, ha detto e ripetuto che avrebbe rispettato l’esito dell’elezione e aperto un dialogo con il vincitore, a differenza di quanto aveva detto e fatto nei confronti degli attuali dirigenti di Kiev.

A vincere, come ampiamente previsto, è stato Petro Poroshenko, il “re del cioccolato” supercollaudato anche politicamente che a differenza, però, di quasi tutti gli altri politici avvicendatisi nelle alte sfere dell’Ucraina indipendente, ma cronicamente instabile e non performante, era riuscito a non screditarsi troppo e a mantenere quindi una certa credibilità. Una differenza che si è fatta sentire, nella fattispecie, soprattutto rispetto ad un personaggio comunque di primo piano come Julja Timoshenko, il cui tentativo di autoriciclaggio come salvatrice della patria è sfociato in un fiasco anch’esso ampiamente annunciato.

Meno prevedibile era invece che l’”oligarca” già ministro con il deposto presidente Viktor Janukovic ma maggiormente espostosi come sostenitore della rivolta di Maidan riuscisse a sfondare già in prima battuta, se i risultati definitivi confermeranno gli exit poll. Ha infatti superato il 50% dei consensi evitando così  un ballottaggio tra due settimane, poco temibile ma inopportuno per motivi di tempo, con la Timoshenko, ferma al 13%.

Affidabile o meno per il suo passato, Poroshenko si sta guadagnando credito per l’immediato futuro. Con i separatisti fa la voce grossa, preannunciando una ripresa dell’azione repressiva da parte di un esercito adeguatamente rafforzato, ma al tempo stesso ribadisce di essere pronto a trattare sulla federalizzazione o comunque sull’ampliamento delle autonomie regionali e a recarsi appositamente di persona nel Sudest. Anche per sottrarsi, a quest’ultimo proposito, alle critiche del candidato terzo classificato, Oleh Ljashko, che ha rimproverato agli attuali dirigenti di Kiev una mancanza di coraggio.

Soprattutto, però, il neo presidente si è nettamente contrapposto su un altro punto chiave alla principale concorrente, che lo aveva deriso sostenendo che il Paese non ha bisogno di cioccolato bensì di pepe e spezie. Se la cosiddetta pasionaria (in realtà, una donna d’affari oltre che politica con pochi scrupoli) intendeva alludere anche alla propria promessa di agganciare l’Ucraina all’Alleanza atlantica, Poroshenko le ha replicato escludendo una simile prospettiva e andando quindi incontro a quella che era ed è probabilmente la maggiore preoccupazione russa.

In altri termini, il vincitore del 25 maggio respinge una scelta del tanto peggio tanto meglio che rischierebbe di riprodurre presso le rive del Mar Nero scenari da guerra fredda e al limite calda, mentre non merita comunque l’imputazione di appeasement nei confronti di Mosca dal momento che non intende riconoscere l’annessione della Crimea. Anche se, in questo caso, la posizione rigida potrebbe rivelarsi solo tatticamente tale, ossia una moneta di scambio da usare per la trattativa sul resto della problematica ucraina.

Beninteso, l’arrivo della NATO dalle parti del Dnepr non è inconcepibile. Dopo tutto i sondaggi dicono che per effetto della sorte toccata alla Crimea  il numero degli ucraini che lo vedono con favore è salito dal 9% al 34%. L’evento potrebbe d’altronde verificarsi anche come conseguenza in qualche modo naturale di una spartizione del Paese a sua volta causata dall’eventuale impossibilità di conservarne l’unità mediante i necessari accordi interni ed esterni. Ma sarebbe il frutto di un’impotenza politico-diplomatica e di una deriva conflittuale certo non ragionevolmente auspicabile da nessuna parte.

Superare la conflittualità già esistente non sarà comunque facile. Non è infatti scontato che nello stesso campo dei vincitori di Maidan e dell’elezione presidenziale qualcuno non continui a perseguire ad ogni costo successi su tutta la linea oppure l’obiettivo minimo opposto di dividere il Paese sempre attraverso ulteriori prove di forza. Analogamente, dalla parte russa e ucraino-russofila si attendono più chiare e possibilmente definitive indicazioni sulle rispettive finalità. La buona disposizione esibita a più riguardi da Putin in questi ultimi giorni dovrà trovare adeguate conferme, perché potrebbe rivelarsi illusoria qualora i separatisti ucraini non collaborassero in alcun modo all’avvìo di un processo negoziale a vari livelli per salvare l’unità del Paese e assegnargli una collocazione internazionale accettabile per tutti.

Sembrava che la corsa del Donbass verso la secessione stesse subendo qualche colpo di freno, ma alle maniere forti usate contro l’elezione presidenziale si è aggiunta la decisione dei capi autonominati di entrambe le regioni di dare vita ad un repubblica comune denominata “Nuova Russia”, benchè solo quella di Luhansk si fosse astenuta in precedenza dal chiedere l’annessione alla Federazione russa come aveva fatto quella di Donezk.

Tutto può servire in sede contrattuale per ottenere risultati diversi da quelli apparentemente perseguiti. Ma è difficile immaginare che Putin, dovendo anche rispondere ad un’opinione pubblica domestica ormai in preda ad una sorta di orgasmo nazionalistico, non continui ad assecondare malgrado tutto e fino in fondo un movimento separatista eventualmente divenuto autonomo dal Cremlino benchè dal Cremlino stesso promosso e alimentato. E ciò con tutte le conseguenze del caso. 

 

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