venerdì, Maggio 14

I nuovi orizzonti della cooperazione allo sviluppo Evoluzione della disciplina italiana e internazionale, cambi di scenario e nuove istanze per una cooperazione 'di comunità'

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Il quadro delle politiche finalizzate a uno sviluppo globale sostenibile, definito nei suoi obiettivi dal Vertice di Istanbul del 2016, richiederà, secondo il Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo Pietro Sebastiani, «un approccio strategico per il triennio 2016-2018, che metta l’Agenda 2030 e lo sviluppo sostenibile al centro delle nostre politiche». Le criticità sono tante: dal mutamento politico, demografico e culturale «alla crescente destabilizzazione in alcune aree in Africa e nel Medio Oriente»; dall’«acuirsi dell’emergenza migratoria, all’impatto dei cambiamenti climatici, alla necessità di sostenere i processi di pace». Tali obiettivi potranno essere raggiunti soltanto «in collaborazione con tutti gli interlocutori del ‘Sistema Cooperazione’, italiano e internazionale».

La «cooperazione» può intendersi come un impegno collettivo, un dispiego di forze congiunte tra due o più Stati o tra questi e un’organizzazione internazionale, sia essa governativa o una ong, al fine di promuovere lo sviluppo (quantitativo e qualitativo, non solo economico, ma afferente a tutti i settori della vita sociale) dei Paesi che ne siano ritenuti mancanti. La carenza di sviluppo è definita dagli indicatori di crescita, dal livello di benessere, dal tasso di istruzione, da parametri storicamente riferibili alla stabilità e al welfare delle democrazie occidentali. La cooperazione italiana, nei suoi indirizzi e obiettivi generali, si pone in linea con l’agenda  europea e internazionale: negli attuali tempi di crisi economica, si tratta di una scelta precisa finalizzata a costruire nuovi ponti bilaterali in diversi scenari globali ispirati non soltanto alla trasmissione di conoscenze e buone pratiche, ma alla stabilità delle connessioni tra contesti distanti relative al mondo del lavoro, allo scambio economico e culturale e alla condivisione delle risorse umane e materiali. Ciò non è di poco rilievo, se consideriamo che la mobilità sociale, che ci appare oggi nel dramma delle migrazioni, apre le porte a nuovi contesti di cittadinanza ed esperienze capaci di rendere più fluide le frontiere e, almeno in parte, di superare il peso storico che grava sui rapporti di forza tra Nord e Sud del mondo (dove ‘Sud’ diventa una metafora geografica per indicare la parte più debole in un rapporto di dominio).

Il «Sistema cooperazione», un aspetto distintivo della nostra politica estera, è stato introdotto dalla L. 125/2014.  All’Art.1 (commi 1 e 2) si legge che «La cooperazione per lo sviluppo sostenibile, i diritti umani e la pace (…) è parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia». Riconoscendo la «centralità della persona umana, nella sua dimensione individuale e comunitaria», essa ha come obiettivi fondanti lo sradicamento della povertà e la riduzione delle diseguaglianze, la tutela della dignità individuale nella sua diversità, il rafforzamento della democrazia sostanziale e dello Stato di diritto, rafforzato da processi di pacificazione, riconciliazione e stabilizzazione post-conflitto. Segue (comma 3) una disposizione sull’aiuto umanitario, che dovrà avvenire in base al diritto internazionale, secondo i principi di imparzialità, neutralità e non-discriminazione, e fornisce «assistenza, soccorso e protezione alle popolazioni di Paesi in via di sviluppo, vittime di catastrofi».

I soggetti di questa politica, oltre alle amministrazioni dello Stato, spaziano oggi dagli istituti accademici e di ricerca al no profit: ong e onlus specializzate, organizzazioni di finanza etica e commercio equo e solidale, associazioni nate dalla formazione di diaspore migratorie, fondazioni private, cooperative solidali e organizzazioni di volontariato, sindacati…  La coniugazione ‘sistemica’ tra indirizzo politico e interventi sul campo è una prerogativa dell’AICS («Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo»), che opera sul territorio come soggetto esecutivo specializzato, nell’ambito di diverse unità geografiche, con una strategia di rete tale da promuovere il flusso di informazione e stimolare il concorso tra attori e risorse pubblici e privati. Per esemplificare, nel settore «Migrazioni e Sviluppo», l’Italia – come secondo contributore del Trust Fund per l’Africa – è impegnata, grazie a un budget di 40 milioni di euro, a fare da ‘ponte’ tra una diaspora proveniente dal territorio di una sua ex-colonia e la relativa comunità di origine. Ciò avviene grazie a un programma formativo rivolto ai giovanissimi e alla creazione di micro-imprese in Etiopia, dove l’Italia è attiva anche nel settore ‘tradizionale’ della lotta alle malattie infettive come AIDS, malaria, tubercolosi, malattie tropicali neglette. Il dispiego di forze è articolato, copre 6 macro-aree geografiche (Africa Sub-sahariana, Medio Oriente, Mediterraneo, Balcani, Sud-America e Caraibi, Asia), suddivise in unità, e 5 settori di intervento. Sul fronte della sicurezza alimentare, l’Italia promuove progetti in Etiopia, Kenya e Guatemala, assicurando la sinergia tra lo sviluppo delle regioni rurali, e i settori relativi alla governance e alle infrastrutture, oltre a quelli educativo, ambientale e sanitario.

In ambito umanitario, l’Italia è attiva a sostegno dei rifugiati in Libano, promuovendo assistenza e interventi di manutenzione negli insediamenti di cittadini siriani gestiti dall’UNHCR, e sulla rotta libica, con la previsione di un primo «pacchetto» umanitario di 1,4 milioni di euro destinato a sostenere l’intervento di attori internazionali come l’OIM, la Croce Rossa o l’UNHCR – operativo anche all’interno di alcuni centri di detenzione dipartimentali. Per citare ancora un esempio relativo alla logistica degli aiuti nelle emergenze, esiste un deposito ONU di aiuti umanitari di Brindisi (UNHRD), per il quale è responsabile dell’Ufficio Emergenze dell’AICS e da dove partono i voli diretti verso basi operative costituite in Paesi ‘fragili’ colpiti da calamità naturali o da ‘emergenze complesse’.

Se volessimo risalire agli inizi di una politica europea di aiuti allo sviluppo, dovremmo ricercarla nel Trattato di Roma del 1957, che dispone la creazione di un Fondo europeo per assistere le colonie e i territori d’Oltremare. Con gli anni ’60 e il processo di decolonizzazione in atto, gli Stati europei accettano di partecipare alla ricostruzione mediante una politica di supporto e condivisione dei costi.  Nonostante l’importanza delle prime Convenzioni (come quella di Lomé del 1975) l’implementazione di tale politica si colloca però molto più tardi, con l’attuazione giuridica del Trattato UE, istitutivo della Commissione europea (Artt. 177-181). Il criterio, poi reso più elastico superato dall’allargamento del numero di beneficiari ad altri Paesi (dall’Africa ai Caraibi, dal Pacifico all’America Latina e ai Paesi asiatici), è quello della relazione stretta e di durata tra i ‘donatori’ (primi fra tutti le ex-potenze coloniali) e i destinatari degli aiuti.

L’Accordo di Cotonou del 2000, siglato dall’UE con i Paesi ACP («Africa, Caraibi e Pacifico») rappresenta forse l’esempio più importante di partenariato rafforzato (commercio e aiuti) oggi esistente. Lo scopo costantemente dichiarato della politica europea – è la riduzione della povertà: l’Accordo, che ha durata ventennale, prevede un’integrazione progressiva dei Paesi ACP nel sistema economico mondiale.  I programmi, in ambito europeo e internazionale (bilaterali e multilaterali) toccano meccanismi capaci di cambiare il volto di un Paese: dalla riduzione del debito all’eliminazione dell’analfabetismo, dall’assistenza sanitaria alla lotta contro le malattie trasmissibili, fino al vasto settore delle infrastrutture e degli interventi di ricostruzione. Ciò avviene sia con intese di ampio respiro che con programmi specifici per settore.

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