martedì, Giugno 15

Nuove tensioni a Cipro

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Il 24 ottobre scorso si è registrata un’improvvisa incursione della “questione cipriota” nell’agenda europea, tanto che nel comunicato finale, emesso a conclusione del Vertice UE, si precisa che «il Consiglio Europeo si è detto vivamente preoccupato dal ritorno della tensione nel Mediterraneo orientale e ha chiesto alla Turchia di far prova di moderazione e di rispettare la sovranità di Cipro sulle sue acque territoriali e i diritti sovrani di Cipro nella sua Zona Economica Esclusiva».

Ma cosa ha determinato questa nuova ventata di tensione che, tra l’altro, ha provocato l’interruzione dei negoziati da tempo avviati sotto l’egida dell’ONU, in vista della eventuale riunificazione dell’isola, tra la Repubblica di Cipro (la sola entità statale internazionalmente riconosciuta) e la cosiddetta Repubblica Turca di Cipro Nord (RCTN, la parte occupata del paese, il cui governo è riconosciuto unicamente da Ankara)?

Senza dubbio la questione dei giacimenti di gas, di cui sarebbero ricchi i fondali del Mediterraneo orientale rientranti nella Zona Economica Esclusiva della Repubblica di Cipro. Gli studi geologici effettuati indicano che nella regione ce ne sarebbero almeno 3.500 miliardi metri cubi. Un vero dono della natura, che consentirebbe alla Repubblica di Cipro di guardare con ottimismo il definitivo superamento della terribile crisi finanziaria che ha scosso di recente il Paese.

Secondo la Convenzione dell’Onu, adottata nel 1982 a Montego Bay, la Zona Economica Esclusiva (ZEE)  «è un’area del mare, adiacente alle acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturaligiurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino». La ZEE può avere un’estensione fino a 200 miglia marine dalle linee dalle quali viene misurato il mare territoriale.

Ora la Turchia si oppone con decisione allo sfruttamento delle risorse nella ZEE da parte del governo cipriota, che peraltro non riconosce, prima della soluzione della “questione cipriota”, prima cioè della problematica riunificazione dell’isola. Nicosia, dal canto suo, ha già provveduto alla individuazione di 12 blocchi di ricerca e sfruttamento assegnati anche a compagnie straniere (il blocco n.9 è andato alla nostra ENI). Ankara insomma, volendo difendere  gli interessi della RCTN, non ha esitato a moltiplicare le provocazioni e le minacce, sia dirette (con l’invio di navi turche nei blocchi della ZEE cipriota), sia indirette (annuncio di rappresaglie commerciali nei confronti delle compagnie straniere che collaboreranno con Nicosia nella ricerca e nello sfruttamento dei giacimenti di gas).

Ma il degrado dei rapporti Nicosia/Ankara si è arricchito nei giorni scorsi di nuovi colpi di scena. La Turchia ha autorizzato ricerche marine nella ZEE cipriota fino al 30 dicembre p.v., mentre la nave della compagnia turca dei petroli TPAO, Barbaros, ha realizzato i suoi primi studi sismici nel blocco n.3 e ha annunciato che lo farà anche nel blocco n. 9 (quello assegnato all’ENI). Nicosia ha quindi immediatamente risposto, affermando che avrebbe utilizzato il suo “diritto di veto” per bloccare l’apertura di nuovi capitoli di negoziati nelle discussioni  sull’adesione della Turchia alla UE.

Tensioni recenti che rischiano di riaprire ferite vecchie, che si sperava fossero quanto meno in via di  cicatrizzazione e che invece ora potrebbero tornare a infettarsi. Proprio nel luglio scorso, in effetti, è caduto il 40° anniversario dell’invasione del Nord dell’isola da parte delle forze armate turche. Invasione che traeva origini dall’inconsistente atteggiamento dei colonnelli greci, che si erano impadroniti del potere nel 1967 e che 6 anni dopo, per puntellare la loro popolarità in rapido declino, avevano lanciato il vecchio sogno nazionalista dell’Enosis, cioè l’unione tra Cipro e Grecia!

La presenza tuttavia di una forte minoranza di origine turca (il 18%), ripartita per giunta su tutto il territorio dell’isola, rendeva l’Enosis un progetto alquanto velleitario, particolarmente difficile da realizzare. Inevitabilmente scoppiano e si moltiplicano violenti scontri tra le due comunità. La situazione è confusa e sembra fuori controllo.

Il 20 luglio 1974 Ankara decide finalmente di passare all’offensiva e sue truppe  sbarcano nel Nord dell’isola nei pressi di Kirenia a difesa dei diritti della minoranza turca (operazione Attila I), occupando il 3% del territorio.  Ad Atene si diffonde un panico generalizzato, la giunta militare al potere fa prova di tutta la sua inconsistenza, dimostrandosi assolutamente incapace di tenere testa alla potente e agguerrita Turchia. I colonnelli evaporano, scatta la transizione democratica. In questa nuova fase iniziano i negoziati sul futuro assetto dell’isola, ma le posizioni tra le parti in causa si rivelano subito troppo distanti. Le discussioni si interrompono. Ankara allora, scartata la soluzione giuridico-istituzionale, decide di fare di testa sua imponendo una soluzione militare. Lancia una seconda operazione Attila e occupa questa volta il 38% dell’isola, nella zona che allora era la parte più fiorente dell’isola. Gli scontri tra le due comunità dell’isola avranno pesanti ripercussioni sul piano delle perdite umane: moriranno 5000 ciprioti greci e circa 1600 risulteranno “scomparsi”. Le autorità turche danno quindi il via a una delle più intense operazioni di pulizia etnica della storia: 200.000 dei 500.000 ciprioti greci vengono espulsi dal Nord, mentre 70.000 ciprioti turchi lasciano il Sud. Da allora le due entità si confrontano sulla cosiddetta linea verde, stabilita dalle truppe dell’Onu intervenute per tenere separati i due contendenti, un’area demilitarizzata di 180 km, tracciata lungo la linea del cessate il fuoco. Una linea  che passa attraverso la stessa capitale Nicosia (divisa come Berlino al tempo della guerra fredda) e che taglia in due il paese. Una linea di demarcazione che va assumendo sempre più, anche se nessuno ama dirlo ad alta voce, i contorni di una frontiera tra due Stati sovrani…

Certo da allora la situazione si è calmata e distesa. Nel 2003 la linea verde è stata “aperta” in 5 punti, di cui due nella stessa Nicosia. Basta ora presentare il passaporto per passare la linea del cessate il fuoco. Il “corso” di Nicosia, Ledra street, inizia nella parte “greca” e finisce in quella “turca”! In mezzo i posti di controllo dei due paesi verificano i passaporti di chi vuole passeggiare lungo tutta la strada… Ma le tensioni non hanno smesso di covare sotto la brace. Nel 2004 l’allora segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, presenta un piano per la riunificazione dell’isola. Considerato troppo sbilanciato a favore dei ciprioti/turchi, il progetto venne rigettato dai ciprioti/greci, assolutamente insoddisfatti dagli indennizzi previsti per le perdite da loro subite nel 1974. Il dialogo tra le due comunità peraltro prosegue, ma senza sostanziali progressi.

La Turchia nel frattempo ha impostato una politica di “consolidamento” politico e etnico, favorendo l’afflusso di migliaia di coloni turchi  e di ingenti capitali per sostenere e rilanciare l’economia del Nord. La purificazione etnica voluta da Ankara ha fatalmente causato anche una più marcata differenziazione religiosa: a sud i cristiani ortodossi, a nord i musulmani.

La questione del gas nella ZEE cipriota ha ora fatto rimontare in superficie la “questione cipriota”, irrisolta da 40 anni, con le truppe ONU che dal 1974  sono stanziate sulla linea verde per scoraggiare qualsiasi provocazione o tentativi di alimentare il disordine. Ma quanto ancora potrà durare questo stato di cose? Quanto tempo ancora dovrà essere mantenuta la presenza delle Nazioni Unite (assai gravosa peraltro per le finanze dell’Organizzazione) se il dialogo tra le due parti andrà avanti senza alcuna volontà politica di concluderlo?

I contrasti di questi giorni sullo sfruttamento della ZEE cipriota non dovrebbero spingere verso un approccio più realistico all’annosa “questione cipriota” e suggerire l’avvento di inedite prospettive all’orizzonte? Nell’isola  ci sono almeno due generazioni di ciprioti che non hanno conosciuto il paese multietnico e multireligioso d’antan. I quarantenni sono nati e cresciuti in realtà etiche “compatte”. Ai loro figli la divisione del paese deve apparire come un fenomeno orami stabilito…. Come potrebbero del resto queste generazioni di ciprioti tornare indietro nel tempo, ricreando un mondo che non hanno conosciuto e uno stile di vita “misto” che non hanno mai assaporato?

L’ingresso di Cipro nella UE, d’altra canto, non ha minimamente favorito la ripresa del processo negoziale verso la riunificazione dell’isola. Anzi la crisi dell’euro, da una parte, e l’atteggiamento aggressivo della Turchia, dall’altra, hanno finito per aggravare ulteriormente la situazione. Non sarebbe allora tempo di prendere finalmente atto che a Cipro esistono oramai due Entità, due Stati sovrani?

Forse il reciproco riconoscimento politico, etnico e religioso potrebbe far sentire ciascuna della parti più sicura nella propria identità e meno minacciata nei propri interessi. La strada della collaborazione potrebbe allora rivelarsi più facile da riprendere. Forse la linea della riappacificazione definitiva passa dall’ammissione delle due realtà scaturite dalla guerra civile.  Forse nel caso di Cipro la divisione potrebbe, paradossalmente, essere sinonimo di ritorno alla pacifica convivenza su basi nuove e dettata da un ineludibile stato di fatto, uno stato di fatto  che comunque nessuno dei due contendenti è e sarà in grado di modificare. Come non hanno prodotto alcun effetto gli interventi dell’Onu, dell’UE e altri tentativi di mediazione.

Altrimenti quale potrebbe essere l’alternativa? Un’eterna contrapposizione con periodiche fiammate di tensione suscettibili di riaccendere ad ogni momento  le micce della violenza ? Un’alternativa certo da non augurarsi.

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