mercoledì, Maggio 12

Nuova Zelanda: truppe in Iraq

0

Sydney – La dichiarazione di pochi giorni fa del Primo Ministro neozelandese, John Key, potrà non aver sorpreso molti, ma ha comunque dato il via ad un acceso dibattito interno al Paese. Come anticipato in un articolo de L’Indro del gennaio scorso, infatti, è stato confermato che la Nuova Zelanda invierà 143 soldati in Iraq, con lo scopo di addestrare le truppe locali nell’ambito della coalizione internazionale, guidata dagli USA, impegnata a contrastare l’espansione dello Stato Islamico (IS), ora composta da 62 nazioni.

Se, da un lato, la notizia è stata euforicamente ripresa dai media di tutto il mondo, dall’altro questa ha riacceso un forte dibattito, peraltro mai del tutto cessato, sia in Nuova Zelanda che in Australia. La ragione alla base di tali accese discussioni non è da cercarsi solo nel fatto in sé – l’invio di truppe in terra straniera, per quanto con scopi di addestramento, è già un sufficiente motivo di dibattito – ma anche nella particolare concezione di sicurezza nazionale, dunque anche di politica estera, che queste due nazioni possiedono.

Se è vero che l’Australia deve alla propria posizione geografica una buona parte della propria sicurezza, è altrettanto vero che tale Paese si è sempre dimostrato estremamente attivo nello scacchiere internazionale, al contrario della vicina Nuova Zelanda. Quest’ultima, diversamente dal vicino alleato, non ha mai avuto velleità da regional power, potenza regionale, né tantomeno da middle power, media potenza. La storia recente ha visto la Nuova Zelanda solidamente a fianco dei Paesi alleati – Australia, USA e Regno Unito in primis – negli impegni internazionali, cominciando dalle Guerre Boere e passando per le due Guerre Mondiali, l’Emergenza Malese, la Guerra di Corea, la Guerra del Vietnam, la Guerra del Golfo e le varie missioni comandate dall’Australia per pacificare l’Arco di Instabilità a nord dell’Oceania. L’unica, vistosa, eccezione è rappresentata dalla Guerra in Iraq del 2003 – la cui pesante eredità è alla base dell’attuale sviluppo dell’IS – in cui la Nuova Zelanda si è limitata ad inviare un esiguo numero di forze di supporto per la ricostruzione postbellica in virtù della Risoluzione ONU n. 1483, manifestando palesemente il proprio dissenso nei confronti di tale intervento.

Proprio questa è infatti la criticità che la situazione attuale ha presentato, un passato interventista in Iraq in cui la Nuova Zelanda non ha mai creduto e che, di conseguenza, ha influenzato pesantemente il dibattito circa lo scenario attuale da parte dell’opinione pubblica neozelandese. Quest’ultima è spaccata a metà, divisa tra coloro che non solo rinnegano la guerra come strumento internazionale, ma sottolineano anche la presunta sudditanza del Paese agli interessi degli Stati Uniti e coloro che sono a favore di questo tipo di intervento.

Entrambe le posizioni, tuttavia, mostrano aspetti più complessi di quanto si possa intravedere con un’analisi superficiale. Il concetto di una sudditanza neozelandese agli interessi dei più grandi alleati anglofoni non è del tutto errato nella sostanza, ma presenta inesattezze nella forma. La Nuova Zelanda è infatti membro di Five Eyes, i Cinque Occhi, l’organizzazione spionistica più avanzata del pianeta che comprende anche USA, Regno Unito, Australia e Canada. Nell’ambito di Five Eyes, ogni Paese è responsabile della gestione delle informazioni raccolte in una precisa area geografica che, nel caso di Australia e Nuova Zelanda, si focalizza sui paesi dell’Asia sud-orientale. L’organizzazione segue i principi dell’acronimo C4I, ovvero Command, Control, Communications, Computers and Intelligence, e sfrutta le agenzie di intelligence nazionale e internazionale, le agenzie militari e le agenzie di spionaggio di segnali elettromagnetici (SIGINT) dei paesi coinvolti per ottenere informazioni utili in ambito politico, finanziario ed economico. Five Eyes, inoltre, si avvale del più completa rete satellitare governativa al mondo, la Wideband Global System (WGS), prevede il lancio di 10 satelliti di ultima generazione, sei dei quali già in orbita. Il primo opera nel Pacifico, il secondo in Medio Oriente, il terzo in Europa ed Africa, il quarto nell’Oceano Indiano ed il quinto sul continente americano. Il sesto satellite è invece frutto di un ulteriore livello di collaborazione tra USA ed Australia, dove quest’ultima ha pagato i costi di realizzazione e di lancio – 927 milioni di dollari – in cambio dell’accesso illimitato al sistema WGS fino al 2029.

Risulta dunque evidente che la permanenza nell’ambito di Five Eyes non è esente da impegni, i quali devono tuttavia essere proporzionati alla capacità di ciascun Paese. Il Primo Ministro neozelandese, John Key, non ne ha fatto mistero, ammettendo che un impegno militare in Iraq a fianco degli alleati sarebbe «il prezzo da pagare per poter rimanere dentro Five Eyes». La fazione interventista, d’altro canto, fa seguito ai successi politici ed economici del Premier neozelandese, il quale è stato recentemente eletto per la terza volta.

E’ dunque confermato che la Nuova Zelanda invierà, quasi certamente a Maggio, 143 soldati a Taji, a nord di Baghdad, tra cui 16 addestratori dell’esercito. La particolarità di questa decisione è la moderazione con la quale è stata attuata: i soldati non potranno prendere parte ad alcun tipo di combattimento – eccettuate azioni difensive – e ai soldati scelti per la missione sarà concessa la scelta di rifiutarsi per motivi personali, di carattere etico e morale, senza che alcuna azione disciplinare venga intrapresa.

Di questi eventi ne abbiamo brevemente discusso con il politologo neozelandese Liam Casinger, il quale ha concesso un’intervista mentre era in viaggio da Canberra a Wellington.

Mr. Casinger, il moderato intervento neozelandese in Iraq non sorprende del tutto. Quale crede che siano le motivazioni che hanno portato a questa decisione?

Come ha detto lei, questa notizia non giunge come un fulmine a ciel sereno. C’erano tutti i segnali, sia interni che esterni. Quanto lei dice su Five Eyes è probabilmente la motivazione principale, è ormai chiaro a tutti che per rimanere nel club bisogna darsi da fare quando questo si riveli necessario. Nonostante lo storico isolamento politico del nostro Paese, poi, va detto che la fazione interventista non è una minoranza così piccola come ci si poteva aspettare.

Il Primo Ministro australiano Tony Abbott ha detto chiaramente che il ruolo dei due Paesi sarà molto diverso. Ci spieghi le differenze.

Come ha anticipato, la Nuova Zelanda si limiterà, per ora, a compiti di addestramento dell’esercito regolare iracheno, senza alcun ordine di prendere parte ad azioni di cielo o di terra. Anche il numero di soldati inviati, 143 al momento, è proporzionale alle possibilità dell’esercito del Paese. L’Australia ha invece presentato un approccio molto più interventista sin dall’inizio. L’Australia ha già sul territorio circa 200 membri delle forze speciali che offrono supporto logistico e strategico ai soldati iracheni, mentre altri 400 soldati sono impegnati nella gestione e nell’attuazione dei bombardamenti aerei. Abbott ha inoltre annunciato che probabilmente prenderà parte anche alla missione di addestramento voluta dal Primo Ministro Key. In sostanza, si nota chiaramente un cambiamento nella recente politica estera australiana, molto più presente, anche in scenari remoti e, forse, poco interessanti per il Paese.

Nell’ultimo incontro tra i due Primi Ministri, entrambi hanno sottolineato la vicinanza e l’amicizia strategica dei due Paesi. Crede che questo influirà sugli sviluppi in Iraq?

Credo proprio di sì. La storia dei due Paesi li avvicina e li tiene legati, nonostante ci sia stata una grande differenza d’opinioni durante l’intervento in Iraq del 2003, cui la Nuova Zelanda non ha partecipato se non in maniera minore e del tutto dovuta agli accordi internazionali che la impegnavano a farlo. Ora però è diverso, non si tratta più di un’anarchia diffusa, confusionale e confinata in una sola regione come nel 2003, ma stiamo parlando di un fenomeno che ha assunto caratteri intercontinentali e che è in continua espansione, basti vedere come sta degenerando la situazione in Libia. Australia e Nuova Zelanda sono sicuramente influenzate da tutto questo, così come, in misura minore, lo sono le rispettive opinioni pubbliche. Però non dobbiamo fare l’errore di sottovalutare il rapporto che lega questi due Paesi agli Stati Uniti, i quali hanno sicuramente fatto presente, in diversi modi e in diverse sedi, che un intervento in Iraq stava divenendo necessario anche per i due alleati del Pacifico Meridionale.

Crede che questo rappresenti l’inizio di un rinnovato interventismo anche da parte della Nuova Zelanda?

Non ne sono convinto, anche se non si può mai dire. Come abbiamo appena detto, l’intervento attuale va contestualizzato nei complessi rapporti con gli alleati, oltre che giustificato col fatto che è attiva una coalizione internazionale di Paesi per combattere lo Stato Islamico. La storia della Nuova Zelanda, assieme alla sua posizione geografica ed ai suoi interessi, non mi permettono di pensare che un interventismo in zone di guerra dall’altra parte del mondo possa far parte della politica estera del Paese in situazioni normali. Diverso è il caso dell’Australia, in cui il ruolo di potenza regionale le permette – e certe volte la obbliga – di muoversi anche unilateralmente. Ma, anche nel caso dell’Australia, questo dipende in parte dal tipo di governo in carica. Ora non resta che vedere se le truppe neozelandesi, nei prossimi mesi, si vedranno recapitare l’ordine di prendere parte ad alcune specifiche azioni militari. Non è del tutto escluso che possa accadere, soprattutto se la situazione dovesse degenerare.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->