lunedì, Settembre 20

Nuova Zelanda: la svolta dei droni field_506ffb1d3dbe2

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La Nuova Zelanda ha avviato un ambizioso progetto per realizzare droni ad altissimo contenuto tecnologico da utilizzare in diversi ambiti della vita militare e civile, con l’obiettivo di divenire uno dei produttori più qualificati sul mercato internazionale. Il drone, noto anche con la sigla UAV (Unmanned Aerial Vehicle – veicolo aereo a pilotaggio remoto) è un velivolo che non necessita della presenza umana a bordo. Pilotato a distanza da un addetto qualificato o gestito autonomamente da un computer, il drone può essere di dimensioni e forma molto diverse tra loro, a seconda dell’utilizzo per cui è stato progettato.

I primi progetti per un drone pilotato remotamente risalgono ai primi anni del secolo scorso, ma è solo nel 1935 che furono prodotti in serie per la prima volta. Pensati in origine come supporto da ricognizione in zone ostili, i droni sono stati utilizzati in tutti i grandi conflitti armati della storia recente, finendo per diventare strumento comune in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Uno studio del 2013, pubblicato da National Geographic, sosteneva che fossero almeno 50 i Paesi al mondo a ricorrere ai droni per motivi di sicurezza nazionale, confermando il crescente utilizzo della tecnologia UAV nel mondo.

La Nuova Zelanda si è dunque accorta del potenziale militare ed economico di tale tecnologia, investendo importanti somme di denaro negli ultimi anni al fine di poter produrre droni di ultima generazione. Nello specifico la DTA (Defence Technology Agency), la divisione scientifica e tecnologica della difesa neozelandese, ha messo assieme una èquipe di 80 tra ingegneri civili, scienziati, personale tecnico e staff di supporto allo scopo di mettere a punto i migliori droni per ogni singolo campo di utilizzo, utilizzando come base operativa la Base Navale di Devonport, ad Auckland. Il progetto del piccolo Paese dell’Oceania è dunque quello di diventare «un giocatore piccolo ma essenziale nel mercato militare globale». Il Direttore della DTA, Brian Young, non tenta di nascondere il progetto ma mostra chiaramente quale sia l’intento della difesa neozelandese: «Come tutti gli eserciti, la New Zealand Defence Force considera gli UAV uno strumento di sorveglianza molto utile. I droni utilizzati per osservare ciò che va oltre la propria base militare, impiegati per la prima volta in Afghanistan, sono progettati per funzionare in ambienti ostili in cui venga bloccato anche il segnale GPS.» Le possibilità d’impiego diventano sempre più orientate verso il comparto civile e commerciale, ma Young insiste nell’affermare che lo scopo primario dei droni sia un altro: «Nonostante gli impieghi di questa tecnologia diventino sempre più commerciali, la funzione primaria rimane quella di supporto alla difesa».

Quella operata dalla Nuova Zelanda è quindi una nuova rotta per la New Zealand Defence Force nel suo complesso, composta a sua volta dalla marina militare (Royal New Zealand Navy), dall’esercito (New Zealand Army) e dall’aeronautica militare (Royal New Zealand Air Force). La NZDF conta oggi un personale di 8.600 unità, mentre le viene destinato il 2% del PIL nazionale. Considerando il carattere internazionale dell’impegno militare neozelandese, attivo quasi quanto quello australiano, è evidente come la tecnologia UAV sfruttata in Nuova Zelanda non sia studiata solo per le esportazioni militari, ma anche per il supporto delle numerose missioni di pace nel mondo. Il Paese è stato, infatti, al fianco di Regno Unito, Stati Uniti e Australia in un numero considerevole di guerre, la maggior parte delle quali ben lontane dal proprio contesto geopolitico, cominciando con le Guerre Boere a cavallo tra XIX e XX secolo, proseguendo con tutti i grandi conflitti della storia recente per finire con l’attuale impegno in Afghanistan. L’impegno della Nuova Zelanda nelle missioni internazionali di pace è altrettanto notevole ed ha portato, negli anni, un contributo importante a diverse missioni di peacekeeping: Kashmir (1952 – 1976), Rodesia (1979 – 1980), Sinai (1982 – in corso), Ex Jugoslavia (1992 – 2007), Timor Est (1999 – 2003; 2006), Isole Salomone (2000 – in corso), Tonga (2006 – in corso).

Una svolta importante è avvenuta nel novembre dell’anno scorso, quando Nuova Zelanda e Stati Uniti hanno ripreso la collaborazione militare bilaterale dopo quasi 30 anni di cooperazione nel solo ambito internazionale, a causa della politica nuclear free adottata dall’ex primo ministro neozelandese David Lange nel 1984. La rinnovata collaborazione nella sfera militare è risultata anche nella cooperazione nell’ambito dello spionaggio militare ed industriale che ha visto coinvolti USA ed Australia in due scandali distinti, al pari della concessione dello spazio aereo neozelandese ai militari USA per il test di droni Global Hawk, in possesso di ali più lunghe di quelle di un Boeing 737 e dal prezzo di 250 milioni di dollari ciascuno.

Le potenzialità della tecnologia UAV sono, tuttavia, più ampie di quelle impiegate in ambito militare e, proprio per questo, le applicazioni dei droni si stanno moltiplicando in Nuova Zelanda. E’ infatti già in fase di sperimentazione l’utilizzo di droni nell’esplorazione di edifici danneggiati dai forti terremoti cui la Nuova Zelanda è soggetta, al fine di rendere più efficace l’impiego di esplosivi mirati e studiare a distanza potenziali vie di fuga per gli artificieri. L’impiego definitivo richiederà un anno di tempo ma è già prevista la standardizzazione del modello di drone necessario per situazioni simili, così come è già preventivata la vendita ad amministrazioni pubbliche ed imprese private di altri Paesi.

Un ulteriore utilizzo dei droni civili è in programma per ottimizzare l’allevamento e l’agricoltura del Paese. Uno dei maggiori problemi che il settore primario si trova a dover affrontare, è infatti quello della grande diffusione degli opossum, animali che occupano circa 10 milioni di ettari di territorio nazionale e che sono tra i maggiori portatori di tubercolosi bovina, malattia che incide con 14 miliardi di dollari sulle esportazioni della Nuova Zelanda. I droni costruiti specificamente per queste situazioni sarebbero in grado di distinguere gli opossum da altri animali, fornendo informazioni essenziali riguardo a dove questi nidifichino.

L’industria militare e aerospaziale neozelandese, tuttavia, non si è fermata solo alla progettazione di droni ad alta tecnologia. È infatti neozelandese il primo jet pack dalla struttura e dal costo adatto ad una produzione di massa, in grado di volare per poco più di 30 minuti ad una velocità di 75 km/h e ad un’altitudine di circa 250 metri, già in possesso dei permessi necessari per operare nello spazio aereo nazionale. Un’ulteriore innovazione destinata all’export è rappresentata da una rinnovata tecnologia per gli scavi sul fondale marino, importante in quanto rende più sicura ed efficace questa rischiosa pratica mineraria.

Questo insieme di innovazioni di utilizzo prevalentemente militare, ma con applicazioni che comprendono sempre più la vita quotidiana, ha inevitabilmente suscitato qualche polemica, specialmente riguardo al sempre crescente impiego di droni. Gli apparati militari sono stati accusati di non tenere in debita considerazione la privacy dei propri cittadini, mentre è stata da più parti richiesta una revisione della legge che regola la tecnologia UAV, ormai datata e fin troppo permissiva. Quello che è chiaro, ad ogni modo, è che la Nuova Zelanda e i suoi droni hanno intrapreso una strada che si orienta verso un fenomeno sempre più diffuso, con un valore stimato per il 2020 di 90 miliardi di dollari e la probabile impronta neozelandese sull’intero comparto.

 

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