lunedì, Maggio 17

Una nuova storia europea, ‘spazio’ di proiezione per l’Italia del tempo presente Tra crisi sovrapposte e deficit di europeismo, le opportunità per costruire una soggettività europea restano aperte, anche a ritmi differenziati

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«Con riguardo al sentimento antieuropeo che è cresciuto in Italia negli ultimi anni, contro un futuro che si annuncia difficile, ci rifugiamo nei sentimenti passati. All’Italia cosa resta? Non c’è la grandeur francese, né il prestigio imperiale dei britannici… C’è un po’ di nazionalismo, e allora il sentimento si rifugia in quel poco che abbiamo, qualcosa che somiglia a quello che ci fa esultare quando l’Italia vince ai mondiali di calcio. Ma non c’è nulla di organicamente antieuropeo, come emerge anche dal Rapporto in questione».

È questa l’opinione ponderata di Romano Prodi, presidente del panel di esperti riunitosi a Bologna lo scorso 21 marzo, in occasione della presentazione del Rapporto 2017 dell’ISPI (‘Istituto per gli Studi di politica Internazionale’ di Milano), significativamente titolato L’età dell’incertezza. Scenari globali e l’Italia. Dopo i recenti elogi di Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, nel processo politico che la vede al centro delle problematiche che coinvolgono l’area euro-mediterranea, l’Italia soffre, nonostante i programmi di assistenza (l’Agenda per le migrazioni e i relativi Piani di azione) approvati dall’UE, di un vuoto di solidarietà dipendente dal rifiuto di alcuni Stati a ottemperare agli obblighi di ricollocamento dei richiedenti asilo e rifugiati.

 Non solo. Da parte delle istituzioni europee serve un supporto organizzativo, ma anche chiaramente politico. Lo ha ribadito a Malta il Presidente Sergio Mattarella: un supporto in grado di provvedere a un efficace sistema di relocation sul territorio europeo e, contemporaneamente al contrasto delle cause che provocano l’esodo verso il Mediterraneo e l’area Schengen. Inoltre, l’Europa intera dovrebbe attivarsi per migliorare le condizioni di sopravvivenza nei campi per i rifugiati, attraverso un impegno internazionale con le Nazioni Unite che garantisca la dignità umana fuori dall’Europa e l’accoglienza secondo una effettiva redistribuzione nello spazio europeo. Per gli Stati inadempienti, la responsabilità – sottolinea Mattarella – resta pesantissima. Tuttavia, l’Italia, che ha patito l’isolamento rispetto alla questione degli sbarchi e ha già stretto accordi bilaterali con i rappresentanti politici libici, difficilmente potrebbe porsi come attore indipendente nello scenario mediterraneo senza un appoggio concreto e durevole da parte dell’Unione Europea.

Le prospettive aperte, nella storia del rapporto costitutivo del nostro Paese con l’Unione, interessano anche altri ambiti. Come scrive Maurizio Cotta, docente di Scienze Politiche all’Università di Siena, «nel momento in cui sentiamo ancora la coda della grande crisi economica e siamo ben dentro ad altre crisi (migratoria e di sicurezza), (…) contemporaneamente, dopo Brexit, elezioni francesi e prossime elezioni tedesche, stiamo entrando in un fase nuova per le UE».

Al fine di una comprensione del contesto geopolitico del quale l’Italia è parte attiva, Il Rapporto citato offre argomenti e interpretazioni significative su problemi di livello mondiale e sugli effetti essi possono avere sull’Italia secondo l’analisi di un team di esperti, e con diverse incognite conclusive sul futuro dei rapporti tra Italia e USA.

Nelle presentazione, Paolo Magri, Vicepresidente e Direttore dell’Istituto, parla di «incertezza» – il ‘sentimento di fondo’ delle analisi raccolte – provocata dalle crisi irrisolte (la recessione, la Grecia, i migranti, la Libia, il terrorismo islamico, l’Ucraina) che negli ultimi 10 anni si sono stratificate. «La carenza di leadership, nell’ assenza di ricette condivisibili, ha logorato gli elettori di buona parte del mondo (il ‘popolo’), che hanno cercato nuove soluzioni politiche, spesso di protezione dall’incertezza, di chiusura, con un dibattito oggi dominato dal confronto tra ‘politica aperta’ e ‘politica chiusa’», ha affermato Magri. In questo senso, si sono prospettate soluzioni apparentemente nuove in risposta all’incertezza, capaci di generare ulteriori incertezza, dalle quali in Europa non siamo ancora usciti. Queste politiche, anche quando non vincono (è il caso della Spagna o dell’Olanda, che conta una moltitudine eterogenea di partiti al governo) comportano rischi di forte indebolimento per i governi a venire. In caso di vittoria, allora l’incertezza è totale. Magri riporta gli esempi del Regno Unito e degli USA: «Trump e la May sono, da un lato figli dell’incertezza multi-crisi, dall’altro essi stessi innegabili fattori di incertezza per l’Europa e per il mondo. Proprio su questo circolo vizioso è centrato il Rapporto ISPI del 2017».

Sul piano dell’evoluzione dei rapporti economici con l’UE, per Stati come l’Italia o la Francia (e diversamente dalla Germania) l’area europea, oltre a una politica monetaria comune necessiterebbe per perfezionarsi, anche di una politica fiscale comune che non risulti dalla semplice somma delle situazioni nazionali (con l’auspicio di un aumento del carico su chi ha più margine di spesa). Inoltre, scrive ancora Cotta, «Sul piano dell’economia, l’Italia, con un export verso l’Europa del 60% sul totale (56% verso l’UE), ha assoluto bisogno di un mercato europeo florido e di autorità europee capaci di confrontarsi su un piano di parità con i grandi attori del mercato mondiale (USA e Cina), le cui politiche future presentano margini di incertezza rilevanti». Anche qui, altre incertezze. Nondimeno, sul fronte della sicurezza, su quello economico, oltre che nell’ambito – poco evidenziato – delle buone pratiche amministrative operanti in altri Paesi dell’Unione, l’Italia trarrebbe maggiori vantaggi «da un ‘governo europeo comune’ il quale abbia gli strumenti e la legittimità per far fronte alle proprie responsabilità» piuttosto che da rapporti frammentari con i singoli Stati. Ne sarebbe una riprova, secondo il politologo, il fatto che «i maggiori aiuti nella crisi economica sono venuti a noi e ad altri dalla Banca Centrale Europea di Draghi e non dal Consiglio europeo».

Un bìprincipio che sorregge la politica estera è quello secondo il quale tale politica deve essere sempre commisurata alle proprie forze. «L’Italia», affermava Prodi al convegno di marzo, «è una media potenza, la cui forza dipende dalla continuità e dalla coerenza Interessi che l’Italia deve in ogni modo custodire: il Mediterraneo, che stiamo ‘regalando’ a spagnoli e greci; la Libia e il Corno d’Africa – tutti ambiti nei quali è richiesta una solido indirizzo di politica estera».

Ma in che senso l’Europa – e l’Italia rispetto alla sfera geopolitica di appartenenza – si sarebbe trasformata?

L’impalcatura costruita nella seconda metà del Novecento ha prodotto strumenti di governance nazionali centrati sulla democrazia rappresentativa, un approccio regionale europeo basato sull’integrazione e strumenti a livello globale informati al multilateralismo. «Oggi», prosegue Magri nella presentazione, «assistiamo al successo di attori politici che professano crescendo il  my country first, mettendo in discussione i pilastri di stabilità condivisi in questi ultimi decenni: la convivenza basata sulla gerarchia di potere tra Paesi, un disegno di allineamento internazionale (tramite alleanze), un ordine politico e giuridico interno ai Paesi».  Con un richiamo al Rapporto 2016, il relatore ha parlato di ‘crepe’ della governance mondiale a immagine del famoso palazzo pericolante di ponte Milvio (Roma), che è tuttora l’immagine simbolo del Rapporto 2017, con le seguenti aggravanti: chi occupa il piano nobile (gli USA) minaccia di non pagare le spese condominiali. Chi occupa l’altro piano nobile (l’Europa) litiga e pensa addirittura di  frazionare l’appartamento.  Quanto agli ultimi arrivati, occupanti il mezzanino o il sottoscala, vale a dire i Paesi emergenti o ritornati (ad esempio, la Russia), inizia a lamentarsi, a volere più spazio, posto auto… Il palazzo, mentre la causa era pendente, è stato distrutto a causa di deterioramento derivante da infiltrazioni di acqua. «Stiamo rischiando di minare i nostri pilastri: quella fede nel libero commercio, nella democrazia, nella solidarietà multilaterale che abbiamo costruito finora», ha concluso Magri.

L’ultima parte del Rapporto 2017 comprende, come ogni anno, una ‘pagella’ sulla politica estera italiana. Condotta dall’ISPI coinvolgendo 121 esperti in vari ambiti (25% think tank, 29% accademici, 23% giornalisti che seguono gli esteri, 12 %   policy maker e 11 % imprese). L’ISPI ha chiesto loro quali fossero le maggiori minacce per l’Italia. Al primo posto, tra i responsi, troviamo la crisi dell’Europa; al secondo, l’economia ; seguono la crisi migratoria e la stabilizzazione della Libia. È da notare che il terrorismo non figura tra le prime cause (con il 7%). A un raffronto con la pagella del 2016, la crisi in Europa non figurava neppure tra le minacce, mentre 3 anni fa la crisi economica era al primo posto. L’immigrazione, come fattore di ‘minaccia’ è in crescita, mentre l’instabilità libica ha avuto un climax nel 2015, per poi tornare al livello del 2014.

Valutate nel suo complesso, la politica estera italiana ha registrato un miglioramento, in virtù di una certa stabilità (rispetto agli anni scorsi) e di alcune «buone politiche» amministrative. Tra le altre valutazioni che interessano l’Italia, malgrado il declino dell’idea comune di Europa, troviamo: un aumento positivo dell’impegno nelle politiche di difesa e sicurezza; una sufficienza stentata per la politica economica-commerciale-energetica; un esito molto positivo (siamo a fine novembre 2016, ovvero prima dell’elezione di Trump) della relazioni translatantiche. La gestione delle crisi internazionali (da sempre il nostro punto debole – pensiamo alla vicenda dei marò, al caso Regeni, alla Libia) resta invece a un livello basso, ma comunque sufficiente e in crescita rispetto al passato.

Alla questione «Con Trump, come cambieranno i rapporti USA – Italia?» sono state fornite, in percentuale le seguenti risposte: 28% peggioreranno; 48% non cambierà nulla. Il ‘normale’ adattamento non nasconde, anche qui, il margine di incertezza, ma stiamo parlando di un interlocutore politico, gli Statio Uniti, che in breve tempo ha adottato un approccio talvolta apertamente ostile nei confronti della Germania e della stessa Unione Europea.

Parlando della crisi della democrazia rappresentativa, il Prof. Alberto Martinelli, docente di Scienze Politiche e Sociologia presso l’Università di Milano e consigliere dell’ISPI, ha affermato: «La crisi riguarda la rappresentanza democratica. È una crisi di funzionamento che interessa una diminuzione della qualità della democrazia. Sia la legittimità della classe politica che la sua efficienza ed efficacia (capacità) nel gestire i problemi sono in diminuzione». Tra i sintomi, Martinelli ha indicato una riduzione della partecipazione elettorale (benché in modo non uniforme né costante): «Si è ridotta la partecipazione alla vita politica dei partiti e delle principali associazioni di rappresentanza, i cd ‘corpi intermedi’ (sindacati, associazioni, rappresentanze di interessi). È costantemente diminuito il grado di fiducia nelle istituzioni democratiche e in particolare negli attori fondamentali, cioè i partiti». Questo fatto, alimentato da frequenti casi di corruzione, troverebbe causa nel tramonto delle ‘grandi narrazioni’ ideologiche che davano un orientamento ai cittadini nella lettura dei fenomeni. I partiti (divenuti partiti ‘pigliatutto’, poi partiti ‘di cartello’), in cui spesso la solidarietà tra dirigenti e quadri inter-partito aumentava il distacco tra élite politica e cittadini elettori, sono poi confluiti nella nuova stagione del populismo. «Preferirei in proposito definirlo ‘nazional-populismo: il vero rischio è dato oggi dai partiti nazionalisti che utilizzano sapientemente una retorica populista». Si tratta, per Martinelli, di un ibrido tra nazionalismo e populismo, tenendo a mente che «l’essenza del populismo è un po’ il contrario della liberal-democrazia rappresentativa. La cifra per comprendere i partiti e movimenti populisti è una contrapposizione netta tra ‘noi’, il popolo buono, gli interpreti autentici del popolo buono, e ‘loro’, le élites corrotte, inefficienti, tutte le elites: politica, finanziaria, economica, anche intellettuale!».

I movimenti populisti attuali – da non confondere non vanno confusi con la comunicazione politica demagogica, di cui fanno uso abituale tutti leader politici – non sarebbero per il politologo, antidemocratici, anzi: «Il nazional-populismo cresce all’ombra della democrazia , i suoi leader rivendicano di essere i veri interpreti della democrazia, del popolo sovrano. In Italia, uno in particolare ama citare l’Art. 1 della Costituzione di cui legge solo la prima parte : ‘La sovranità appartiene al popolo’. Ma la seconda è importante quanto la prima!». Pertanto, il populismo sarebbe antiliberale, ossia non si cura della separazione tra i poteri, delle minoranze riconosciute, dei freni e contrappesi costituzionali) non antidemocratico.

Tra le cause più vicine di questa deriva, Martinelli fa riferimento ad «alcuni dei principali aspetti di quel fenomeno che definiamo globalizzazione. Nell’ambito delle democrazie rappresentative, essa ha avuto l’effetto di erodere la sovranità. In chiusura di intervento, l’invito di Martinelli è quello di sollecitare i partiti che più ricorrono a un approccio razionalizzante ai problemi – non soltanto emotivo –  «a prendere molto sul serio le critiche provenienti dai partiti e dai movimenti populisti, che mettono in discussione la rappresentanza democratica come finora è stata concepita».  Si tratterebbe, infatti, della ‘materia prima’ che fonda incertezze e dubbi su immigrazione, crisi economica e disuguaglianze crescenti. Sul tema, come ha sottolineato nel suo saggio, Rotta di collisione (Laterza, 2016), l’esperto di welfare Maurizio Ferrera (Rotta di collisione), i sintomi di diseguaglianza devono essere interpretati a partire dal discorso politico, lungi dal volere adottare le soluzioni proposte dai nazional-populisiti. Conclude Martinelli: «Si è convinti che rinazionalizzare le scelte politiche, recuperare pienamente la sovranità nazionale sia il modo migliore per affrontare la complessità dei problemi attuali. Questo è illusorio. È vero il contrario: solo insieme i Paesi dell’UE possono pensare di risolvere i problemi, è difficile ma è l’unica via che ci dà speranza». In questi termini, lo stesso Ferrera ha parlato di «utopia gentile» in merito a una reale integrazione europea.

Chiudendo il suo intervento, sulla scia delle considerazioni avanzate dagli esperti intervenuti nel dibattito, Prodi affermava: «Alcuni studiosi americani di foreign affairs osservano che, prima, la democrazia si apprezzava per le sue regole (pensiamo ai diritti umani, alla separazione dei poteri, ai principi di non colpevolezza e di contraddittorio in giudizio), oggi la si valuta solo ‘se consegna o no’ (in base ai suoi indicatori di sviluppo , forza, prestigio). Ossia: non tanto per i suoi valori intrinseci, ma per i risultati che consegue. C’è una bella differenza!» In altre parole, in Europa, i partiti populisti sono ambiti nei quali l’autorità è indiscussa: «Quello che noi, nei vecchi partiti, ritenevamo un valore, cioè la discussione, qui rappresenta un disvalore, un passo indietro».

Eppure la basi per la costruzione di un discorso europeo credibile, che implicano la partecipazione dell’Italia alla ‘comunità politica’ imperfetta ma reale che è l’Unione, partirebbero proprio da un discorso condiviso, dal richiamo a quella solidarietà che l’‘europeista’ Macron finora non ha dimostrato, da un peso e una capacità di azione interna alle istituzioni sovranazionali. Tale è la direzione operativa suggerita da Maurizio Cotta: «L’Italia deve sviluppare capacità di parlare non solo per sé, ma anche per altri Paesi (costruendo coalizioni) e soprattutto deve sapere agire molto più efficacemente nelle insituzioni europee sovranazionali (Parlamento europeo, gruppi parlamentari europei, Commissione, ecc.)». Per fare tutto ciò occorrerà, tuttavia, «dimostrare mantenere gli impegni presi e mostrare energia nel mettere a posto i nostri problemi interni. Meno auto-commiserazione, più serietà».

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