domenica, Ottobre 17

Nuova Libia (e non solo) ad Abu Dhabi?

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I nuovi modelli statuali per il Medioriente ed il Nord Africa, emersi negli ultimi quindici anni, hanno abituato gli analisti politici ad un pessimismo di fondo riguardo le sorti di tali Paesi.  Ad una iniziale spinta riformatrice dal basso, segue un periodo di stallo politico, dove le numerose parti in lotta per il potere non riescono accordarsi sulla forma di governo più adeguata alle esigenze del Paese.  Ne consegue una profonda spaccatura interna che porta ad una guerra civile, la quale ha lascia ampio spazio di manovra a gruppi terroristici pronti a proliferare in ambienti dove il caos politico non permette un controllo adeguato di questo fenomeno.

L’Europa, che dovrebbe essere la più interessata per i suoi interessi regionali, a studiare un modello di transizione politica di questi Paesi, si limita a puntare su una delle parti in causa, alimentando le divergenze interne senza incentivare il dialogo tra i vari attori sulla scena. Questo modello di transizione dovrebbe svilupparsi e migliorare prendendo spunto dalle lezioni apprese da Paesi dilaniati da conflitti interni come la Somalia, l’Iraq e lo stesso Afghanistan.

La Libia non ha fatto mai eccezione a questomodus pensandi’ ed infatti, fin dal 2014, la si dava come uno Stato fallito, pericolosamente vicino alle coste italiane e con introiti petroliferi che valgono miliardi.
Tuttavia, proprio grazie ai numerosi interessi energetici stranieri verso la Libia, il Paese è stato attentamente seguito e supportato verso la firma di diversi accordi volti a riavvicinare le parti in lotta tra loro. Tripoli, il Governo di Unità Nazionale rappresentato da  Fayez al-Serraj, espressione dell’Onu e supportato dalle manovre economiche e sociali dell’Italia, si contrappone alle rappresentanze di Tobruk, il cui leader Khalifa Haftar viene supportato da Paesi come Francia, Russia ed Inghilterra.

Consapevole delle mire espansionistiche di molti Paesi stranieri, la Libia ha cercato di limitare l’ingerenza delle grandi multinazionali del petrolio, avamposto economico per interessi politici, al fine di non essere influenzati e vincolati nelle decisioni interne del Paese.  La Libia, dunque, diverge in modo rilevante dagli altri scenari di conflittualità asimmetrica interna, perché sfrutta la sua posizione economica, per ottenere ciò che manca alla stabilizzazione politica di lungo periodo.

Un primo passo verso la strada della difficilissima pacificazione della Libia lo si ha avuto a Skhirat, in Marocco, dove i delegati del Congresso di Tripoli e quelli della Camera di Tobruk hanno firmato, nel 2015, l’accordo per la creazione di un Governo di accordo nazionale, seguendo il piano proposto dalle Nazioni Unite.

Il Governo di Unità Nazionale oltre a comprendere il fondamentale ruolo delle risorse energetiche nel processo di stabilizzazione, ha appreso la lezione più importante che sia emersa dalle realtà di Iraq ed Afghanistan, ovvero che senza accordo tra le fazioni interne al Paese, la Libia sarebbe destinata a ripiombare nella guerra civile ad oltranza.

In questi due anni dagli accordi di Skhirat, sono emersi dissapori e divergenze politiche rilevanti sul futuro della Libia tra Tripoli e Tobruk, tuttavia il dialogo mediato dall’Onu e dalle altre Nazioni interessate ha permesso di arrivare all’incontro di ieri 2 maggio 2017 ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti.

Come si è più volte analizzato sulle pagine de ‘L’Indro‘, politicamente la Libia si divide su due grandi questioni: l’illegittimità del Governo di al-Serraj e la scarsa gestione dell’Esercito Nazionale libicoFayez al-Serraj è sicuramente l’uomo politico che meno ci si aspettava di vedere alla soglia del Governo libico, i suoi successi erano scarsi e la sua fama poco più che inesistente.  Dall’altra parte della scena, il generale Khalifa Haftar emerge dalla rivoluzione del 2011, conquistando sul campo il suo carisma ed il suo entourage.

Il Premier al-Serraj,  grazie all’ONU ed al supporto dal basso dell’Italia, le sue manovre sono inizialmente poco incisive ma ambiziose, infatti la liberazione di Sirte dai miliziani dell’IS, gli costerà gli onori della mezzaluna petrolifera ed il beneplacito della NOC (National Oil Company).  Le accuse verso al-Serraj sono quelle di essere eccessivamente coinvolto con gli introiti dei Paesi esteri sul fronte energetico, anche se lo stesso Haftar gode di supporti internazionali non meno interessati.

Dalle questioni politiche derivano quelle di carattere militare, il fragile esercito libico è poco più di un esercito-bambino, oltre a mancare equipaggiamenti e uomini, è necessario costruire la catena di comando, la quale senza obiettivi politici da perseguire non ha di che sopravvivere.

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