mercoledì, Settembre 22

'Nuova Antologia' e gli scenari del XXI secolo

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Dalla metà degli Anni Cinquanta, fino al momento della sua scomparsa (4 agosto 1944), ‘Nuova Antologia’ è stata diretta da Giovanni Spadolini che l’ha gestita con impegno passione e amore costanti. In ricordo di questi 150 travagliati anni, è uscito ora un volume speciale di 400 pagine della rivista  che si avvale del contributo di illustri studiosi in ogni campo del sapere (da Umberto Eco a Tullio De Mauro, da Giovanni Sartori a Michele Ciliberto, da Franco Cardini a Giuseppe De Rita) e che si avvale del contributo di Carlo Azeglio Ciampi, Presidente del Comitato dei garanti  della rivista di cui fanno parte Pierluigi Ciocca, Claudio Magris e Antonio Paolucci.

Con questo numero speciale ‘Nuova Antologia’ non si pone solo il problema di una riflessione  critica sul passato, ma quello di cercare di comprendere quelli che saranno, e già si intravedono, gli ‘Scenari per  il XXI secolo’. Per dirla con Giorgio Giovannetti, cui è affidato il saggio su cui ruotano le riflessioni a più voci, “Il miglior modo per celebrare il passato è guardare al futuro”, perché come ha detto Gustav Mahler,la tradizione non è il culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”.

Ma come si presentano questi scenari? Un’anticipazione si è avuta pochi giorni fa in Palazzo Vecchio, presente il Presidente della Repubblica Mattarella. Del ruolo di ‘Nuova Antologia’ nel dibattito politico, scientifico, culturale e degli scenari del nostro tempo, ne parliamo con il professor Cosimo Ceccuti, docente all’Università di Firenze, di storia del Risorgimento, dei partiti e del giornalismo, già stretto collaboratore di Spadolini e  dalla sua scomparsa, Direttore della rivista e Presidente della ‘Fondazione Spadolini-Nuova Antologia’.  Una eredità davvero molto impegnativa.

 

Professor Ceccuti, quanto è stata importante ‘Nuova Antologia’ per il grande statista e storico fiorentino, che è stato anche Direttore del Corriere della Sera, e Presidente del Senato e del Consiglio dei Ministri (il primo laico ad assumere l’incarico)?

Era lo scopo fondamentale della sua vita. Pensa che nel ’77 quando la crisi dei periodici aveva colpito anche la rivista,  lui parlando con noi, suoi stretti collaboratori, ci disse che bisognava vendere i quadri della Fondazione per sostenere  i costi della rivista e impedire la cessazione  delle pubblicazioni. Furono momenti difficili, poi fortunatamente risolti. Non potevamo ammainare la ‘bandierina’ innalzata sin dalle origini, che era quella di tenere aperto un luogo di confronto culturale  sui grandi temi del nostro Paese: i rapporti tra Stato e Chiesa, la equa distribuzione delle risorse, l’affermazione dell’italiano come lingua unica, il ruolo delle donne nella società e quello delle giovani generazioni. Insomma ‘raccogliere gli spiriti indipendenti e generosi’, tenere vivo il dibattito delle idee nella prospettiva di creare uno stato moderno e democratico, farne, come diceva, “il salotto dell’Italia civile, laica e tollerante”.

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