sabato, Aprile 10

Nucleare: un'altra storia all'italiana field_506ffbaa4a8d4

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L’ennesimo ritardo all’italiana. Stavolta parliamo dello smaltimento delle scorie nucleari. Problematica non di poco conto visto i problemi che ne potrebbero conseguire. Anche in questo caso parliamo di una storia infinita che va avanti da più di venti anni. Individuare dei siti permanenti non è facile, anche perché lo smaltimento di questi rifiuti richiede migliaia di anni.

Nel 1999, il ministro dell’Industria, Pierluigi Bersani, inviò alle Camere un documento nel quale venivano fissate le strategie sulla materia, decretando lo stop del trasferimento all’estero  delle scorie radioattive per il ritrattamento. Veniva disposta la conservazione delle sostanze nucleari in contenitori di sicurezza, in attesa della loro definitiva collocazione in un sito unico. Fu affidato ad Enel il compito di costituire la Sogin.

Un nuovo decreto, nel 2003, individuò a Scanzano Jonico, il luogo idoneo per la realizzazione del deposito nazionale. Il progetto venne accantonato a causa delle rivolte della popolazione, con un provvedimento che assegnava dodici mesi di tempo al governo per individuare un sito alternativo, prevedendo anche la costituzione di una commissione tecnico-scientifica composta da 14 esperti. Ma la commissione non è mai nata. Nel 2010 quando Sogin, con il governo Berlusconi, pubblicò una mappa di 52 aree idonee ad ospitare nuove centrali.  Con la direttiva dell’Unione europea 2011/70 Euratom, il nostro Paese ha l’obbligo di dar vita ad un sito di stoccaggio permanente dei rifiuti atomici.

Il fatto è che ancora quasi nulla si è mosso. La mappa stilata dalla Sogin è attesa dallo scorso aprile. La Commissione europea attende da agosto il programma nazionale di gestione del combustibile nucleare e dei rifiuti radioattivi. Il programma doveva essere definito già entro la fine del 2014. Abbiamo chiesto ad Aurelio Angelini, docente all’Università di Palermo di Sociologia dell’Ambiente ed Ecologia, quali sono le difficoltà oggettive nell’individuazione di un sito definitivo.

Sono più di venti anni che si rimanda il progetto per l’individuazione dei siti definitivi per lo stoccaggio delle scorie nucleari. Un’altra storia infinita?

Il problema è che tecnicamente parlando, individuare un sito che dal punto di vista della sicurezza dia delle certezze inoppugnabili è estremamente difficile. I siti per le scorie nucleari devono essere gestiti per un lasso di tempo estremamente lungo, stiamo parlando di migliaia di anni, e questo già di per sé rende improbabile pensare ad un sito che intrinsecamente sia sicuro. La sicurezza si basa sull’esperienza. Qual è il limite dell’esperienza? E’ avere un bagaglio estremamente vasto di fatti che sono accaduti, ma non contiene quelli che accadranno. L’esperienza si ferma all’ultima conoscenza. Nel corso di un periodo di tempo così lungo i fattori di rischio di per sé rendono improbabile qualsiasi tipo di sito. Questo è un problema di ordine generale che poi è stato uno degli elementi di opposizione all’utilizzo delle ventrali nucleari. Uno dei punti cardine su cui si è condotta la battaglia sui siti nucleari è proprio questo: il problema non solo della sicurezza durante il processamento dell’attività di un sito (che dura una decina di anni), ma sono le migliaia di anni in cui bisognerà custodire i rifiuti nucleari. Noi abbiamo una situazione in Italia dove 23 siti ospitano i rifiuti radioattivi, sta cui ci sono quelli gestiti dalla Sogin. C’è una mappatura che riguarda sia gli attuali siti di stoccaggio provvisorio, ma non sono quelli definitivi.

Ma come funziona l’individuazione di un sito diciamo sicuro?

Da diverso tempo si stanno conducendo vari studi per individuare dei siti che abbiano dei requisiti di sicurezza (usiamo questo termine con le dovute precauzioni). Vengono prese in considerazione, in particolare, le ex miniere di salgemma (ecco perché in Sicilia c’è un certo allarme). Le miniere per loro caratteristica sono storicizzate dal punto di vista della stabilità, nel senso che, se si è creato il salgemma, dovrebbe voler dire che non ci sono infiltrazioni d’acqua, quindi che sono siti che non hanno avuto delle modificazioni significative. Negli anni scorsi è accaduto, però, che mentre stavano predisponendo un sito minerario di salgemma, individuato  in  Germania per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari, è stata trovata l’acqua, perché ci sono state delle fessurazioni. Quindi anche un sito del genere, che in termini di valutazione di rischio probabile, veniva ritenuto sicuro, ha mostrato delle problematiche. Il fatto è che questo è possibile, tra le varie cause, ad esempio, anche il dissesto idrogeologico può creare dei processi di microfatturazione. 

Quindi?

Quello che è accaduto in Germania ci ha ricordato che la sicurezza in sé non esiste. Possiamo cercare di avvicinarci a qualcosa che per esperienza ci dice che è più sicuro di altro. Il problema, come già sottolineato, è che il tempo di vita delle scorie nucleari è così lungo che, sia in termini di gestione che in termini di sicurezza, non permette di poter essere completamente tranquilli. Da qui l’opposizione che esiste dappertutto all’individuazione di un sito sicuro in un determinato territorio. Nel momento in cui si va ad individuare un luogo in cui portare questi rifiuti, c’è la sollevazione delle popolazioni locali che sanno benissimo che esiste un rischio immediato e nel tempo che non è ponderabile.

Ma come la mettiamo con la procedura di infrazione che potrebbe (a breve) essere avviata nei nostri confronti da parte della Commissione? Adesso c’è un obbligo super partes…

Lo sport in cui siamo campioni è il rinviare. Di fronte ad una procedura di infrazione avremo una  situazione che sarà caratterizzata dal prendere altro tempo, questo è l’iter negli ultimi venti anni. A livello di Governo, oltre ad individuare con criteri generali alcune aree da escludere come quelle vulcaniche, o le località più di 600/700 mt dal livello del mare, oppure ad una distanza di 5 km dalla costa, sono state fatte delle individuazione di ordine generale. Sono elementi primari per l’individuazione dei depositi, detto questo non sono stati fatti altri passi in avanti. E’ un’opera strategica nazionale però deve essere discussa e negoziata con le Regioni. Lì il problema è difficile da superare, ci sono alcune Regioni che hanno messo delle mani avanti.

Molto probabilmente perché c’è poca fiducia nelle azioni governative, basta vedere come è stata trattata la questione dei rifiuti che non ha le stesse problematiche…

Con i rifiuti abbiamo dei comportamenti sbagliati, e il tipo di incidenza ambientale ma in confronto ai rifiuti radioattivi è molto relativo. Il problema non è solo che non riusciamo ad individuare i siti idonei per i rifiuti urbani, ma soprattutto non abbiamo saputo dare prova di saper bonificare il territorio, di saper controllare gli effetti. E’ un problema di reputazione del Paese.

Sono stati spesi milioni per portare avanti ricerche sull’individuazione di questi siti…

Se andiamo ad aprire il capitolo delle mancate  bonifiche dei territori passiamo a miliardi spesi in Italia per progetti e per interventi palliativi. Se ci fosse stata una politica in grado di governare in sicurezza i territori, il Governo avrebbe una maggiore credibilità nell’affrontare questo tema con le Regioni. Ma nel momento in cui non ha una reputazione (buona) per la questione dello smaltimento dei rifiuti urbani, figuriamoci quando si parla di rifiuti nucleari.

E per quanto riguarda l’Isin, l’Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, creato nel 2014 e ancora fermo?

Non è mai diventato operativo, non ha avuto una mission, delle attività da svolgere. Nel nostro paese ci sono migliaia di situazioni del genere, che servono solo a dare delle cariche. Sono operazioni di consenso. Il Ministero dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente sono fortemente legate alle strategie e agli interessi tradizionali delle produzioni energetiche. Lo vediamo anche nella vicenda della Cop21, l’Italia è indietro, non ha una sua strategia energetica nazionale per un motivo molto semplice: in Italia governa di più l’Eni rispetto al Ministero dello Sviluppo economico o rispetto al Governo stesso. Noi abbiamo una multinazionale che condiziona fortemente le scelte energetiche del Paese nazionale ed internazionali. Questo ha creato anche condizioni imbarazzanti. Il Ministero dell’Ambiente ha perso la sua missione di essere a capo di un apolide dei beni comuni e ha permesso che una serie di operazioni venissero compiute: ad esempio la vicenda dello Sblocca Italia, in cui troviamo dalle trivelle agli inceneritori, che rappresentano l’esatto contrario dell’immagine che il ministro Franceschini vuole offrire del nostro Paese: di bellezza e della capacità di espansione economica basata sulle risorse ambientali e culturali. E’ una strategia che continua a mettere l’ambiente in una situazione di marginalità rispetto lo sviluppo economico. In sintesi l’ambiente è la merce di scambio che il pubblico cede ai privati.

Cosa succederà a queste scorie nucleari, continueremo a rimandare per altri anni?    

Fino a quando non saremo messi con le spalle al muro. Secondo il mio parere accadrà che i depositi transitori diventeranno definitivi. Alla fine rimarranno lì. Se il trend dell’Italia rimarrà lo stesso degli ultimi venti anni, si continuerà a prendere tempo e solo quando saremo costretti in maniera improrogabile, il massimo che riusciremo a fare, se non ci saranno delle scelte strategiche diverse, trasformeranno i depositi transitori in definitivi, un po’ come succede nel precariato. Questa è l’antropologia del politico medio italiano.

 

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