martedì, Maggio 18

Nucleare, la rivincita di Teheran

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«Il nostro team ha lavorato senza sosta, sono stati fatti passi positivi». Alla seconda proroga dei colloqui per il nucleare, il Presidente iraniano Hassan Rohani ha twittato soddisfatto, ringraziando il popolo e la Guida suprema Ali Khamenei per il «successo». «La conquista più importante di Vienna è la comprensione comune che i negoziati, e non l’aumento delle pressioni, sono l’unica via». In tivù, Rohani ha anche dichiarato «superate la maggior parte delle divergenze», azzardando «un’intesa definitiva entro il 1 luglio 2015».
È falso che gli scogli per l’accordo finale -riduzione delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, stop al reattore di Arak, sblocco totale delle sanzioni- siano superati: altrimenti l’Iran avrebbe firmato l’intesa con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania) alla deadline del 24 novembre o addirittura alla precedente di luglio.
L’impasse dei negoziati correnti è dovuta, a mio avviso, alle reali richieste del Gruppo 5+1 di oltrepassare la linea rossa posta dall’Iran, specialmente nei termini di capacità dell’arricchimento dell’uranio e di portata e velocità nell’allentare le sanzioni economiche. Il problema , per gli iraniani, nasce se controparte insiste su queste posizioni” ci spiega l’esperto iraniano di nucleare Farzan Sabet, ricercatore al Graduate Institute di Ginevra.


Non è neanche vero che Rohani abbia vinto. Come il suo omologo americano Barack Obama, ha mancato l’occasione di passare alla storia come il Presidente del disgelo: i colloqui continueranno, con sanzioni solo parzialmente allentate. È vero tuttavia che la proroga è una mezza sconfitta per gli Usa e una mezza vittoria per l’Iran. Nel 2012, prima dell’elezione di Rohani, la Repubblica islamica era un Paese isolato, ricattato e costretto a scendere a patti con l’Occidente.
L’accordo provvisorio sul nucleare, del novembre 2013, con il Presidente dialogante è stata una boccata d’ossigeno per l’economia, tornata a crescere. Particolare non secondario, l’aiuto indispensabile dell’Iran in Iraq agli Usa, nella guerra contro l’Isis, ha poi accresciuto, nell’ultimo anno, il margine negoziale degli Ayatollah.
Al tavolo di Vienna, Teheran ha potuto puntare i piedi sulle centrifughe, fissando così la sua linea rossa. Ma anziché sbattere la porta in faccia all’Iran, rialzando le sanzioni, i capofila inglesi e americani hanno deciso di dar tempo al tempo, spostando l’orologio in là di altri sette mesi.
La ragione della proroga è anche strategica. In Medio Oriente, mentre l’Islam moderato sunnita è dilaniato da gruppi terroristici come al Qaeda e l’Isis, l’Islam sciita ha guadagnato silenziosamente posizioni nella guerra per procura (proxy war) della Primavera araba.
«Comunque vada col nucleare», scrive lo storico corrispondente Robert Fisk per l’Independent‘ da fonti libanesi, «l’Iran tornerà la Nazione più potente in Medio Oriente, la gente dovrebbe investirci. Con un accordo poi, l’Iran sarebbe di nuovo il poliziotto del Golfo».


In Iraq, cacciato il Premier sciita Nuri al Maliki dopo 10 anni di strapotere, a capo del Governo bipartisan è stato piazzato (con il placet di Gran Bretagna e Usa) il suo compagno di partito Ḥaydar al Abadi, manovrato dall’Iran come il predecessore.
Militarmente, contro l’Isis la Repubblica islamica ha poi armato i peshmerga del Kurdistan iracheno e allertato le sue unità speciali all’estero Quds in sostegno delle milizie sciite irachene.
Nella Siria rasa al suolo dalla guerra civile, i Pasdaran iraniani e le milizie di Hezbollah (braccio militare e politico dell’Iran in Libano) aiutano da anni il regime di Bashar al Assad per il mantenimento dello status quo e contro i jihadisti sunniti.
Di conseguenza da Teheran, la longa manus dei Guardiani della Rivoluzione ha retto non solamente alle rivolte, dall’Iraq, alla Siria e, attraverso il Libano, alla Palestina dove Hamas riceve armi e finanziamenti anche dagli Ayatollah. Ma allungandosi nella Penisola araba: in Yemen i ribelli sciiti houti, egualmente appoggiati dai Guardiani della Rivoluzione, dopo la caduta del Presidente Ali Saleh hanno preso il controllo della capitale Sanaa, puntando verso il sud sunnita.
Non è da sottovalutare, infine, l’opposizione sciita crescente nel Bahrein. Dopo le contestazioni del 2011, represse nel sangue grazie ai rinforzi dell’Arabia saudita, la maggioranza sciita (circa il 70% della popolazione) preme, fomentata da Teheran, per mettere fine al «monopolio del potere» dell’odiata dinastia sunnita Al Khalifa.
Il 23 novembre scorso, gli sciiti hanno boicottato le «elezioni farsa» del regno. L’attesa per il ballottaggio del 29 novembre è grande anche negli Usa, perché in Bahrein staziona la quinta flotta statunitense. Di stanza per le operazioni in Iraq e in Afghanistan e per monitorare i traffici, di petrolio e armi dallo Stretto di Hormuz, nel Golfo persico, controllato dall’Iran e dal sultanato di Oman, in buoni rapporti con Teheran.

Nel complesso, mentre in questi tre anni la Fratellanza musulmana è stata boicottata dai reazionari sunniti sauditi, l’asse sciita è uscito consolidato dai rivolgimenti arabi.
In Siria Assad tiene. Nonostante l’Isis, in Iraq il Premier è ancora sciita. In Bahrein come in Yemen gli sciiti si stanno facendo spazio. E, a est, anche in Afghanistan, senza la mediazione della Repubblica islamica, le operazioni americane sarebbero state molto più complesse.
Paradossalmente, la minaccia del Califfato islamico nel nord della Siria e dell’Iraq e il ritorno del terrorismo internazionale hanno avvicinato Assad agli Stati Uniti. E, come la Russia contro i nazisti nel 1945, la potenza regionale dell’Iran è indispensabile per arginare un male comune.
Per collaborare contro l’Isis, non c’è bisogno, come ventilato da mesi, di un do ut des eclatante sull’atomo che urterebbe i sauditi e gli israeliani. Bastano i canali sotterranei, sempre smentiti ma in corso da anni da Washington e Teheran, ora più che mai. “La lista di possibili cooperazioni, inclusa la lotta contro lo Stato islamico, è lunga. Ma le conseguenze di un possibile accordo sul nucleare, anche in termini di riavvicinamento/disgelo tra Iran e Usa, sarebbero breve e medio termine limitate ”, ci spiega Sabet, “entrambi i Paesi hanno interesse a combattere l’Isis, ma i loro interessi nell’area non sono pienamente compatibili. Per questo, qualsiasi cooperazione che prenda corpo tra Iran e Usa sarà limitata e discreta. Specialmente da parte degli Stati Uniti, preoccupati delle percezioni dei loro alleati.

Reagire a muso duro alle richieste iraniane, come vorrebbe Israele, aumenterebbe i problemi degli Usa in Medio Oriente: un approccio da evitare. «Mollare adesso i negoziati sul nucleare sarebbe stupido», ha dichiarato il Segretario di Stato americano John Kerry, assicurando, come Teheran, «passi significativi» in avanti.
Da dicembre ripartono i colloqui. La porta resta aperta, per un accordo politico con l’Iran entro marzo 2015 e completo, sull’arricchimento dell’uranio, entro il giugno successivo.
La proroga non è un successo per Rohani, corso negli Usa a parlare a telefono con Obama a un mese dall’investitura, ma certo è un
successo per i conservatori nazionalisti iraniani, che hanno rialzato la testa nella comunità internazionale e, potendoselo permettere, sono stati ascoltati.
Per Sabet, anche loro vogliono l’intesa.
“Da parte della Repubblica islamica non manca il desiderio Anche la Guida suprema Khamenei, come tutti i detentori del potere in Iran, dai militari, al Presidente, al Parlamento, hanno piena intenzione di raggiungere un accordo all’interno di una cornice comune negoziale voluta e condivisa. Il punto, soprattutto per i conservatori, è non violare la linea rossa sull’arricchimento, posta da Teheran nella cornice. Nella Repubblica islamica c’è un acceso dibattito su quanto ampie possano essere concessioni in tal senso.
Per l’esperto, “un accordo a lungo termine è ancora possibile dopo il 24 novembre 2014, anche se con una proroga di sei mesi, analoga alla precedente. Prolungare oltre però, renderebbe più difficile per tutti negoziare.

 

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