lunedì, Luglio 26

Nucleare Iran: che cosa rischia l’economia europea? I rischi di un’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare per l’Europa e la stabilità interna dell’Iran. Intervista a Ugo Tramballi, senior analyst presso l’ISPI

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L’accordo sul nucleare iraniano è a rischio. É previsto per oggi un annuncio del Presidente americano Donald Trump che comunicherà se gli Stati Uniti continueranno o meno a rimanere nell’accordo, conosciuto formalmente come il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action. Firmato il 14 luglio 2015 dal gruppo dei 5+1, i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania, e supportato dall’Unione Europea, l’accordo di non proliferazione nucleare prevede la limitazioni delle attività nucleari da parte dell’Iran in cambio della sospensione di parte delle sanzioni economiche imposte a Teheran da Stati Uniti, Onu e UE.

Subito dopo l’entrata in vigore dell’accordo, il 20 gennaio 2016, l’Iran ha conosciuto una significativa crescita economica data dalla fine delle limitazioni alle esportazioni petrolifere. Con i suoi 4 milioni di barili al giorno, l’Iran è il quinto più grande Paese al mondo per la produzione di petrolio. Nel 2017 ha esportato 1.3 milioni di barili al giorno, dato che dovrebbe duplicare dopo che Teheran avrà costruito nuove infrastrutture. Nel 2017 la crescita economica dell’Iran è stata del 4.8%, con un picco del 16.8% nel primo trimestre del 2017 come risultato diretto a seguito dell’accordo sul nucleare e della fine delle sanzioni.

La decisione di Trump, oltre a minare gli sforzi fatti dall’Unione Europa, potrebbe avere serie conseguenze sull’economia iraniana, ma non solo, anche l’Europa, che ha investito molto in questo accordo multilaterale potrebbe risentire dei rapporti economici con Teheran. Circa 14.8 miliardi di euro di merce sono stati scambiati tra l’Iran e l’Unione Europea nel 2017. Nel 2015 le importazioni dall’Iran erano di soli 1.3 miliardi di euro, per poi triplicare nel 2016 passando a 5.5 e a 10.1 miliardi nel 2017, secondo i dati forniti dalla Commissione Europea. Le esportazioni di beni avevano raggiunto un valore di 8.2 miliardi di euro nel 2016 per poi incrementare a 10.8 nel 2017, esportazioni che comprendono i settori più svariati: macchinari e trasporti (3.8 miliardi), prodotti chimici (2.2) e prodotti manifatturieri (0.7 miliardi). Un boom economico tra i due partner commerciali che Donald Trump sembra intenzionato ad indebolire.

Lo stesso Presidente francese Emmanuel Macron, in una recente visita negli Stati Uniti ha ribadito, in un’intervista a ‘Fox News’, che non esistono alternative all’accordo spingendo per un ripensamento americano riguardo all’opzione di un’uscita statunitense. Nel caso di una rottura dell’accordo da parte degli Stati Uniti, tuttavia, “dal punto di vista economico l’Iran in realtà non avrebbe un contraccolpo pesantissimo, perchè come ha ribadito Federica Mogherini più volte, l’accordo stilato non è un accordo bilaterale tra Stati Uniti ed Iran, ma un accordo multilaterale dove sono molte le parti coinvolte”, commenta Ugo Tramballi, giornalista e senior analyst presso l’’ISPI’.

Dal punto di vista geopolitico gli Stati Uniti sono l’interlocutore principale dell’Iran, quindi è ovvio che se Washington uscisse dagli accordi l’Iran si sentirebbe libero di uscire a sua volta e anche gli altri Paesi si sentirebbero costretti a non fare accordi con l’Iran. Se l’Iran, indipendentemente da quello che dicono gli americani, continuasse ad adempiere a quello che l’accordo prevede, il controllo sulle centrali nucleari, la non produzione di acqua pesante e di uranio arricchito, credo che l’aspetto economico sarebbe quasi irrilevante”.

Gli investimenti europei in Iran sono cresciuti molto negli ultimi anni, come dimostrano le statistiche fornite da ‘Eurostat’ riguardo alle esportazioni verso Teheran.”Principalmente stiamo parlando di esportazioni che hanno a che vedere con l’estrazione e la produzione di energia sia di gas che di petrolio e quindi anche di tutta l’industria derivata. L’Iran è stata per tanti anni sotto sanzioni economiche e ha quindi bisogno di rimettere in marcia la sua economia

Rimane tuttavia l’incognita Donald Trump. Nonostante i rapporti commerciali con l’Iran da parte dell’Europa abbiano visto un bilancio in positivo a seguito dell’accordo sul nucleare, la decisione di Trump potrebbe costringere le due parti, l’Iran e il gruppo dei 5+1 a fare delle scelte drastiche. “Non sappiamo quali saranno le modalità di uscita, o meno, che Trump adotterà. Il Presidente americano potrebbe dichiarare l’Iran non meritevole di questo accordo e reimporre le sanzioni, anche contro tutte quelle imprese straniere, quindi anche contro gli alleati degli Stati Uniti, che continuano ad avere accordi economici con l’Iran”.

Tuttavia, in vista di una drastica decisione, l’Unione Europea si starebbe già adoperando per limitare i danni economici che un’uscita dall’accordo degli Stati Uniti comporterebbe per le molte imprese europee coinvolte con l’Iran. L’Unione Europea starebbe cercando di fornire alle aziende una linea di crediti di emergenza e un fondo per supportare i loro affari. Un’uscita degli Stati Uniti, esporrebbe le multinazionali europee a diversi rischi, data la potenziale devastante perdita di supporti finanziari da banche commerciali. “Le sanzioni aggraverebbero i rapporti tra Europa e  Stati Uniti”, continua Tramballi. “Vi è anche la questione dei dazi. Trump ha congelato la decisione di imporre dazi anche ai Paesi europei, ma non ha cancellato questa volontà e questo sicuramente inclinerebbe i rapporti economici e politici”.

Ma se l’economia iraniana non risulta in bilico, un passo indietro riguardo all’accordo sul nucleare, secondo alcuni analisti, potrebbe segnare il punto di non ritorno per il Presidente iraniano Hassan Rouhani ed i suoi riformisti, sempre sotto costante pressione per i mancati, o parziali risultati, in materia di crescita economica. “Sicuramente la politica domestica iraniana sarà influenzata dalla decisione statunitense. In Iran esiste quel volto buono del potere che è rappresentato da Rouhani e da Javad Zarif, Ministro degli Esteri, un diplomatico che parla un inglese perfetto, è quell’Iran delle grandi città che ogni volta che i cittadini vanno a votare, se non ci sono brogli, vincono le elezioni le fasce più moderate. Tuttavia, esiste un altro potere che è quello più forte, lo Stato più profondo,  è il potere militare e religioso, il potere dell’Ayatollah, dei Pasdaran e dei Basiji. Questo potere è molto più aggressivo, anti-americano ed anti-occidentale, ha ambizioni geopolitiche molto significative come dimostrano le vicende in Siria ed Iraq. É il potere che definisce l’agenda principale. Da questo punto di vista l’Occidente ha una grande responsabilità, ovvero quella di rafforzare i moderati aiutandoli a dimostrare di aver ragione riguardo all’accordo, evitando così l’approccio che George Bush ebbe rispetto alle aperture del Presidente Iraniano riformista Mohammad Khatami”.

Le recenti dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, il quale ha accusato l’Iran di proseguire il suo programma nucleare per scopi militari, grazie a prove raccolte da un’operazione segreta del Mossad, hanno ricordato molto il discorso di George Bush alle Nazioni Uniti nel 2002 quando accusò l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa, discorso che fece da apripista all’intervento americano in Iraq. “La mia paura è che Trump si stia comportando come George Bush Junior. Se Trump alzerà il livello dello scontro rafforzerà gli estremisti, come fece Bush allora non rispondendo alle aperture dell’allora presidente Khatami. Inoltre, l’atteggiamento di Donald Trump rispetto all’Iran e al nucleare, in netto contrasto con l’atteggiamento adottato verso la Corea del Nord,  dipende dagli alleati americani nella regione. Sia Giappone che Corea del Sud si sono mostrati favorevoli ad un’apertura diplomatica con Kim Jong Un, sostenendo la denuclearizzazione militare della Corea del Nord. In Medio Oriente, Israele ed Arabia Saudita, i due maggiori pilastri della politica estera americana nella regione continuano a premere per uno scontro militare. C’è però da dire che Israele ed Arabia Saudita non fanno i conti con il percorso molto ambiguo che sta compiendo Donald Trump. Nel caso di uno scontro, anche se non credo avverrà, tra Teheran e Tel-Aviv gli Stati Uniti non interverranno a favore di Israele ed Arabia Saudita. Trump vuole uscire dal Medio Oriente, disimpegnare gli Stati Uniti. C’è quindi il rischio che da una parte Trump spinga verso un confronto molto pericoloso, però, dall’altra, decida di ritirarsi e abbandonare i suoi alleati”.

Oltre all’incognita economica, un eventuale allontanamento degli Stati Uniti ed un dietro front, anche se improbabile, dell’Unione Europea rispetto ai suoi impegni con l’Iran potrebbe spingere Teheran ancora più vicino all’asse Mosca-Pechino. “In realtà la Russia non vuole intervenire in questa palude medioorientale in cui è facile entrare e da cui è molto difficile uscire. Anche in Siria il Presidente russo Vladimir Putin, nonostante abbia annunciato il ritiro, continua a mandare soldati, la sua posizione rimane ambigua. Bashar al Assad crede di poter riconquistare l’intera Siria grazie all’appoggio di Mosca. Tuttavia, la Russia sembra ormai aver raggiunto i suoi interessi in Siria: ha aiutato Assad a riconquistare la costa, le grandi città e a contenere i jihadisti, ma non ha intenzione di dispiegare migliaia di truppe per liberare il Nord-Est e cacciare i curdi dal Nord”, riguardo all’Iran prosegue, “Teheran avrebbe sì una ragione in più per avvicinarsi alla Russia, ma non so fino a che punto la Russia abbia voglia di legarsi ancora di più all’Iran. Non ci sono più Repubbliche sovietiche che confinano con l’Iran ma ci sono Paesi dove la Russia ha un ruolo geopolitico molto importante, Repubbliche asiatiche molto vicine a Mosca. Quando condividi migliaia di chilometri di confini con un altro Paese è difficile diventare Paesi fratelli. Dall’altra parte la Cina ha tradizionalmente una politica di non intervento in Medio Oriente. É una regione importante per l’importazione di energia volta ad alimentare la sua crescita economica. Ma è escluso qualsiasi eventuale impegno militare”.

Le attese riguardo alla decisione di Donald Trump rimangono quindi molto alte. In ogni caso sarà l’Europa a dover compiere un passo avanti per preservare i suoi interessi economici e politici con l’Iran, garantendo una maggiore stabilità e diminuendo il rischio di una pericolosa escalation in Medio Oriente.

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