lunedì, Novembre 29

Nucleare iraniano: si torna al tavolo con un Iran fiaccato ma consapevole Il 29 novembre riprenderanno i negoziati JCPOA. Pesa la battuta d'arresto nel successo crescente dell'influenza iraniana nell'area e il JCPOA è necessario perché la visione economica di Raisi abbia successo

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Il 29 novembre, a Vienna, dopo 5 mesi di pausa, riprenderanno i negoziati indiretti tra l’Iran e gli Stati Uniti -mediati dagli intermediari europei e russi- in merito all’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) e, dunque, il rientro USA nell’accordo stesso. L’inviato dell’UE Enrique Mora, presiederà anche questo settimo round di colloqui. Il portavoce del Dipartimento di Stato di Washington, Ned Price, ha affermato che gli Stati Uniti ritengono che sia possibile risolvere rapidamente il «numero relativamente piccolo di questioni rimaste in sospeso alla fine di giugno».

Osservatori e analisti sono molto più cauti. «Sebbene i funzionari statunitensi abbiano affermato che sono stati compiuti progressi sostanziali nei primi sei round di colloqui sul rilancio dell’accordo dopo l’insediamento del Presidente Joe Biden, c’è un grosso ostacolo: l’Iran vuole che l’Amministrazione Biden offra una qualche forma di garanzia che un futuro Presidente degli Stati Uniti non finisca di tirarsi indietro come ha fatto Trump. I funzionari statunitensi affermano di non poter vincolare le future amministrazioni», afferma il politologo iraniano vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft Trita Parsi «Non sono particolarmente ottimista». «Ci deve essere molta più creatività e volontà politica da entrambe le parti per far sì che ciò accada».

La trattativa e le sue difficoltà devono essere inquadrate in un contesto più ampio. Un tratto di questo più ampio contesto è quanto sta accadendo all’Iran. La politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran sta attraversando momenti difficili, c’è una battuta d’arresto nel successo crescente della sua influenza.

L’Amministrazione del nuovo Presidente Ebrahim Raisi, insediata in agosto, ha costantemente posto l’accento sulle strette relazioni con i Paesi vicini come priorità assoluta. Una priorità che si evidenzia con la nomina a Ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian, la cui competenza è limitata agli affari mediorientali, afferma Saeid Jafari, analista del Medio Oriente per Atlantic Council. Rivolgendosi al Parlamento per ricevere il suo voto di fiducia, Amirabdollahian ha ripetutamente sottolineato che la regione sarebbe stata una priorità, e nell’obiettivo della priorità, i legami iraniani con gruppi come il gruppo militante libanese Hezbollah e le milizie sciite irachene. E proprio qui si appuntano i problemi. I recenti sviluppi in Medio Oriente non sono stati favorevoli per Teheran.
In Libano, Hezbollah è sempre più in difficoltà. Tra il resto è stato accusato dell’esplosione al porto di Beirut nell’agosto 2020, i suoi membri sono stati coinvolti nei recenti scontri armati del 14 ottobre scoppiati durante le proteste contro un giudice che indagava sul disastro portuale. Un numero crescente di libanesi chiedono la fine dell’intervento dell’Iran negli affari del loro Paese. Secondo alcuni osservatori, il timore che possa scoppiare una nuova guerra civile non è infondato.

In Afghanistan, sono tornati al potere i talebani, «storico nemico iraniano, suscitando preoccupazione per la sorte degli sciiti afghani, bersaglio degli attacchi dello Stato islamico locale dell’Iraq e del gruppo al-Sham, ISIS- K».
Ancora più evidenti le difficoltà in Iraq, dove Hezbollah risponde con la violenza -ultimo in ordine di tempo l’attentato con drone esplosivo contro il Primo Ministro Moustafa al-Kazimi- a un Iraq che cerca di ritagliarsi un ruolo indipendente e diventare una forza di equilibrio tra Iran e Arabia Saudita, cosa che potrebbe diminuire l’influenza di Teheran.
In Iraq, ricorda Saeid Jafari, «
le elezioniparlamentari di ottobre sono state una battuta d’arresto per i gruppi sciiti sostenuti dall’Iran, con i sadristi guidati dal religioso sciita Muqtada al-Sadr, un nazionalista iracheno, che ha vinto il maggior numero di seggi. Candidati indipendenti e correnti politiche sorte dopo mesi di proteste nelle strade irachene nel 2020 hanno vinto dozzine di seggi. Vale anche la pena ricordare che le elezioni hanno registrato, la più bassa affluenza alle urne dall’invasione statunitense che ha portato alla creazione di un nuovo sistema politico dominato dagli sciiti».
«I Paesi arabi si sono a lungo lamentati del ruolo delle milizie e di altri gruppi creati e nutriti dalla Forza Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il nuovo ministro degli Esteri iraniano è noto per i suoi stretti legami con la Forza Quds e la sua nomina, intesa a mostrare l’attenzione regionale dell’Iran, ha di fatto intensificato la rabbia e le lamentele degli Stati arabi per l’interferenza della Repubblica islamica».
Resta il fatto che i colloqui iniziati sotto il predecessore di Raisi tra Iran e
Arabia Saudita sono una carta potenzialmente vincente se andassero in porto. La normalizzazione dei rapporti sarebbe un traguardo importante per il Governo Raisi.«Sia l’Iran che l’Arabia Saudita hanno pagato a caro prezzo gli ultimi sei anni di tensioni. L’Arabia Saudita è stanca della guerra prolungata in Yemen e incerta sul sostegno degli Stati Uniti mentre l’Iran ha difficoltà a supportare i delegati mentre le sanzioni statunitensi rimangono in vigore».
Ma c’è l’altro fronte, sul quale
una distensione saudita-iraniana non cambierebbe le linee di tendenza. «Gli sviluppi ai confini settentrionali e nordoccidentali dell’Iran non sono a favore del Paese. Le tensioni al confine tra Iran e Azerbaigian hanno scatenato una seria guerra politica a parole. Lo svolgimento di un’esercitazione militare di ottobre da parte dell’esercito iraniano vicino al confine con la Repubblica dell’Azerbaigian è stata presto seguita da esercitazioni congiunte di Baku con la Turchia e da un’altra esercitazione condivisa con Turchia e Pakistan».

I problemi regionali di Teheran, annota Jafari, sono inclusi in difficoltà più ampie. Non può, l’Iran,aspettarsi di avere successo nel vicinato «senza eliminare le barriere al commercio e agli investimenti, che includono l’incapacità dell’Iran di attuare le misure di trasparenza finanziaria richieste dalla Financial Action Task Force(FATF) e le continue sanzioni secondarie statunitensi». Per altro, i funzionari del precedente governo di Hassan Rouhani sottolineano che la Cina, nonostante il suo continuo acquisto indiretto di petrolio iraniano, non sarà in grado di aumentare il commercio e gli investimenti senza che l’Iran ratifichi la legislazione relativa al GAFI.

Pertanto, «l’Iran non potrà migliorare significativamente le relazioni con i Paesi regionali senza risolvere i suoi problemi globali. Se Teheran continua a esitare a risolvere le sue divergenze con gli Stati Uniti sul ritorno alla conformità con il Piano d’azione globale congiunto, ad esempio, anche gli amici iraniani potrebbero voltare ulteriormente le spalle alla Repubblica islamica».

«I governi degli Stati Uniti e dell’Iran sono in un momento critico della loro lunga faida», afferma Sina Toossi, analista senior per il National Iranian American Council e il ‘ForeignAffairs‘, e proprio in questo momento, «molti a Washington stanno interpretando male i segnali provenienti da Teheran». La politica dimassima pressione‘ messa in atto da Donald Trump «è stata un fallimento su tutti i fronti, e per il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden tornare alle minacce e all’aumento della pressione in questa fase sarebbe fatale per la diplomazia». L’Amministrazione Biden è attenta a non apparire debole o accomodante nei confronti dell’Iran, ma così facendo sta inviando segnali sbagliati, secondo Toossi. Piuttosto che la pressione, servono misure di rafforzamento della fiducia da parte degli Stati Uniti, le quali «aumenterebbero lo spazio politico a Teheran per coloro che vogliono un accordo e sostengono che c’è una differenza tra le politiche delle amministrazioni Trump e Biden».

Molti a Washington credono che l’Iran abbia ritardato i negoziati come scusa per portare avanti il suo programma nucleare e ‘uccidere’ lentamente il JCPOA, ci sono, invece, secondo Sina Toossi, «ampie ragioni per credere che la strategia del nuovo Presidente conservatore iraniano, Ebrahim Raisi, abbia più a che fare con la politica interna iraniana. Raisi non ha escluso il JCPOA, ma cerca di apparire più scaltro e meno entusiasta del suo predecessore moderato, Hassan Rouhani».
Donald Trump
, rinnegando l’accordo che l’Iran stava rispettando e imponendo la ‘massima pressione’ per costringere la sua capitolazione a richieste statunitensi molto più ampie, «ha umiliato i moderati iraniani che hanno scommesso il loro capitale politico sulla fiducia nell’Occidente»L’approccio di Trump ha dato ragioni ai sostenitori della linea dura anti-JCPOA in Iran. «Non dovrebbe sorprendere che Raisi ora stia giocando duro sul dossier nucleare rispetto a Rouhani. Mentre Rouhani ha sostenuto che un accordo per rilanciare il JCPOA era a portata di mano nelle sue ultime settimane in carica, l’Amministrazione di Raisi ha prevedibilmente fatto di tutto per apparire più intransigente».

«Dopo che il sesto round dei colloqui di Vienna si è concluso a giugno, Rouhani ha affermato che un accordo sarebbe possibile se ai suoi negoziatori fosse stata data l’autorità di finalizzarlo. Ha detto che un accordo era in effetti possibile già a marzo, e ha accusato una legge approvata dal Parlamento iraniano, dominato dalla linea dura, che impone l’espansione nucleare per minare i suoi sforzi diplomatici. La legge parlamentare è stata il risultato di una strategia degli estremisti iraniani per impedire un accordo sotto Rouhani, non un tentativo di uccidere l’accordo e ottenere lo status nucleare di soglia permanente», secondo Toossi. Infatti, il Ministro degli Esteri di Rouhani, Mohammad Javad Zarif, aveva spiegato al Parlamento iraniano quello che aveva definito un accordo ‘quadro’ raggiunto a Vienna. «Secondo il rapporto di Zarif, gli Stati Uniti hanno concordato a Vienna di revocare tutte le sanzioni che violano il JCPOA e di annullare le sanzioni dell’era Trump contro l’ufficio di Khamenei e la designazione del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica iraniana come organizzazione terroristica. Zarif ha detto al Parlamento che era speranzoso che Raisi avrebbe completato i negoziati all’inizio del suo mandato».
Raisi ha invece «differenziato il più possibile l’approccio della sua Amministrazione al JCPOA senza escludere del tutto un ritorno all’accordo. Questo è il fattore critico che gli Stati Uniti e altri politici occidentali non devono perdere di vista. Raisi non avrebbe mai ripreso immediatamente da dove Rouhani aveva interrotto. Pensare che Raisi lo avrebbe fatto è fondamentalmente fraintendere la politica iraniana».

«Nessuna retorica o azione del Governo di Raisi suggerisce che l’Iran stia abbandonando l’accordo», anzi, «il JCPOA è necessario perché la visione economica di Raisi abbia successo. Raisi è attualmente in cima ai sondaggi di opinione pubblica, ma questo può cambiare rapidamente se i negoziati falliscono e le prospettive economiche dell’Iran diventano fosche. Mentre l’Iran ha resistito ai doppi colpi della massima pressione e della pandemia di COVID-19, con la sua banca centrale che afferma che l’Iran è ora fuori dalla recessione, non può approfondire le sue relazioni economiche con il mondo esterno finché sono in vigore le sanzioni secondarie degli Stati Uniti. Per Raisi, massimizzare il potenziale economico del recente ingresso dell’Iran nell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, e lasciare un’eredità positiva per se stesso, gli serve la revoca delle sanzioni secondarie statunitensi».

In questa fase, conclude Sina Toossi, un gesto di buona volontà degli Stati Uniti, per esempio liberando i beni iraniani congelati all’estero per l’acquisto di beni umanitari, può aiutare ad abbattere il muro di sfiducia tra le due parti e dare all’Iran un percorso salva-faccia per tornare pienamente alla conformità del JCPOA». L’Iran, da parte sua «dovrebbe liberare i cittadini con doppia cittadinanza detenuti ingiustamente e accettare di negoziare direttamente con gli Stati Uniti per rendere i negoziati il più semplici possibile».

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