giovedì, 2 Febbraio
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Nucleare iraniano: ora o mai più

Nulla di nuovo sotto il cielo (plumbeodell’accordo per il nucleare iraniano, il Comprehensive Plan of Action (JCPOA). All’ottavo round di colloqui, nulla di nuovo. O meglio, qualcosa di nuovo c’è: i sei mesi di colloqui viennesi stanno per finire. Non si tratta di una scadenza formalmente fissata, ma -tutte le parti concordano- se non ci saranno progressi nelle prossime due settimane, sarà presto raggiunto il punto di non ritorno, mette in guardia Crisis Group, in un rapporto la cui poderosità dà il senso della drammaticità del dossier. Il punto di non ritorno perchè, spiega bene Crisis Group: «i progressi nucleari dell’Iran metteranno presto il Paese sulla soglia della capacità di armi nucleari», nella situazione così detta di ‘stato di soglia’. «A questo ritmo, entro la fine di gennaio 2022, l’Iran avrà abbastanza uranio arricchito al 60% per alimentare le centrifughe IR-6 avanzate per una rapida corsa verso il breakout», ha avvertito un alto funzionario dell’AIEA. Un’altra preoccupazione è che, se l’Iran dovesse acquisire la latenza delle armi nucleari (vale a dire, possedere la tecnologia e il materiale per costruire una bomba senza un’armamento operativo completo), l’Iran potrebbe spingere altri Paesi della regione -dalla Turchia all’Arabia Saudita e all’Egitto- a seguire l’esempio». A quel punto l’accordo non avrebbe più senso. Ecco perchè in questi negoziati il tempo è essenziale e perchè si avanza il punto di non ritorno.

Il think tank -che ha messo a disposizione il suo Presidente e CEO, Robert Malley, alla Casa Bianca,che lo ha nominato Rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’ Iran, scommettendo sulla sua lunga esperienza nella risoluzione dei conflitti, e sul fatto che il dossier lo conosce bene per essere è stato il principale negoziatore dell’accordo nucleare iraniano del 2015- mette in guardia. «Lo stallo nelle prossime settimane potrebbe indurre a uno spostamento verso la diplomazia coercitiva o persino all’azione militare da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati», ovvero Israele, «eall’escalation nucleare e regionale da parte dell’Iran». Però, la possibilità di salvare l’accordo ancora ci sono: «lo scenario peggiore per Washington e Teheran è tutt’altro che inevitabile». «Le differenze sull’inversione dei progressi nucleari dell’Iran e sulla riduzione delle sanzioni statunitensi non devono essere insormontabili se Washington può garantire determinati dividendi economici a Teheran e Teheran prende le misure necessarie per annullare in modo verificabile il suo programma nucleare».«C’è poco tempo, ma non è ancora troppo tardi per le due parti e gli altri firmatari del JCPOA per forgiare una rinnovata intesa basata sul rispetto reciproco. Ciò richiederà agli Stati Uniti e all’Europa di offrire proposte credibili su come tradurre la revoca delle sanzioni statunitensi legate al nucleare in un reale sollievo economico per l’Iran, e all’Iran a impegnarsi fermamente per un verificabile revoca del suo programma nucleare».
«
Sperperare quest’ultima possibilità di mantenere vivo l’accordo significherebbe probabilmente un disastro», ammonisce il rapporto del think tank.

L’Iran continua rifiutare di incontrare i negoziatori statunitensi, quindi le discussioni vengono condotte indirettamente tramite le delegazioni europea, cinese e russa.
Il quadro di partenza resta sempre uguale. «Entrambe le parti si chiedono se possono raggiungere i loro obiettivi. Per Washington, la domanda chiave è se può garantire i vantaggi di non proliferazione dell’accordo originale, data la drammatica espansione nucleare iraniana, specialmente nell’ultimo anno. Per Teheran, la questione è se gli Stati Uniti possono offrire e offriranno sanzioni che garantiscano benefici economici sufficienti e sostenibili, cosa che non si è verificata durante la vigenza dell’accordo. Entrambi concordano, per ora, sulla necessità di procedere per via diplomatica per il semplice motivo che le alternative sarebbero ben peggiori».

Le questioni aperte e più critiche sono così sintetizzabili, secondo gli analisti del ‘The Guardian‘. «Sulla revoca delle sanzioni permangono differenze su come classificare se una sanzione si riferisce all’accordo nucleare, e quindi ora dovrebbe essere revocata, o se è correlata ad altre questioni, come il terrorismo iraniano o le violazioni dei diritti umani che gli Stati Uniti e altri ritengono debbano rimanere in vigore».
«Una seconda questione riguarda le
garanzie che l’Iran sta cercando perchè gli Stati Uniti non ripetano il ritiro di Trump dall’accordo nel maggio 2018. Gli Stati Uniti non possono offrire un trattato legalmente vincolante poiché il Senato non sarebbe mai d’accordo». Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato americano ha detto: «Non esiste una garanzia nella diplomazia e negli affari internazionali. Possiamo parlare a nome di questa amministrazione, ma questa amministrazione è stata molto chiara sul fatto che siamo disposti a tornare al pieno rispetto del JCPOA e a rimanere nel pieno rispetto del JCPOA fintanto che l’Iran farà lo stesso».
«Una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite potrebbe essere un minimo di conforto per l’Iran, ma difficilmente è vincolante per le parti. Teheran vuole impegni vincolanti secondo cui se gli Stati Uniti abbandonano l’accordo, l’UE farà di più per sfidare le sanzioni statunitensi secondarie iniettando denaro reale nel meccanismo commerciale fallito Instex istituito dall’UE per aggirare le sanzioni statunitensi».
«Un
terzo problema è la verifica. Quali sono i parametri con cui l’Iran può verificare che le sanzioni sono state revocate nella realtà e non solo sulla carta, e di conseguenza che deve smettere di arricchire l’uranio a livelli di purezza non consentiti dall’accordo? Si è parlato liberamente del fatto che gli Stati Uniti ritengano che la revoca delle sanzioni possa essere verificata in 48 ore, ma l’Iran vuole un processo più lungo con parametri di riferimento».

Abolghasem Bayyenat, del Belfer Center for Science and International Affairs dell’Università di Harvard, pone al centro dell’attenzione le distorsioni intrinseche nell’accordo, che fanno principalmente riferimento all’ampio capitolo delle garanzie.
I meccanismi di applicazione del JCPOA e i costi e benefici complessivi sono distorti, afferma Bayyenat, e questo squilibrio intrinseco del JCPOA sta minando gli interessi di non proliferazione nucleare. «La manifestazione di gran lunga più notevole di questo squilibrio è l’incapacità dell’accordo di stabilire una reciproca deterrenza legale e politica tra Iran e Stati Uniti riguardo alla violazione dell’accordo o alla sua rinuncia. Il JCPOA ha costruito una deterrenza unilaterale contro l’Iran, minacciando lo scatto di sanzioni multilaterali e unilaterali nei suoi confronti e avviando automaticamente il suo rinvio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel caso in cui dovesse violare l’accordo o ritirarsi da esso».
«A differenza dell’Iran,
gli Stati Uniti e le altre parti del JCPOA non hanno dovuto affrontare impedimenti legali o politici nell’abbandonare l’accordo o comunque nel non rispettarlo. In quanto tale, l’unico potenziale deterrente contro la defezione da parte degli Stati Uniti e di altri membri sono rimaste le misure nucleari unilaterali dell’Iran al di fuori del JCPOA per aumentare i costi della non conformità per queste parti. Tuttavia, l’enorme disparità di potere tra Iran e Stati Uniti e le incertezze sulla capacità politica e tecnica di Teheran di ricorrere a queste misure, hanno lasciato spazio a errori di calcolo e hanno minato la deterrenza unilaterale dell’Iran. Questa condizione era aggravata da quella che ho chiamato l’asimmetria della reversibilità degli impegni, o la relativa facilità e velocità con cui Washington potrebbe revocare le sue sanzioni contro il processo molto più arduo e lungo che Teheran deve intraprendere per ricostruire i suoi impianti nucleari smantellati».
«
Correggere questa situazione difficile e ridurre al minimo le possibilità di un’altra rottura del JCPOA richiede la creazione di una reciproca deterrenza legale e politica. Qualsiasi procedura legale e politica che renda costosa e macchinosa la violazione e il recesso dall’accordo può contribuire a questo obiettivo». Secondo Abolghasem Bayyenat, a ciò si deve aggiungere «l’ideazione di un sistema internazionale di compensazione finanziaria per le parti che subiscono una perdita economica a seguito del recesso di un membro può aumentare ulteriormente i costi e ridurre i benefici della defezione per la rispettiva parte. Certo, nessuno di questi meccanismi fornirebbe un deterrente sicuro contro un futuro ritiro degli Stati Uniti, ma una combinazione di tali procedure legali e politiche, uno schema di compensazione finanziaria e la minaccia credibile di una più drastica espansione nucleare iraniana, minimizzerebbe le possibilità di questo scenario».
«Nel complesso, invece di insistere affinché il JCPOA venga ripristinato rigorosamente nella sua forma originale e attuato secondo la sua lettera, le parti dovrebbero cercare di correggere lo squilibrio dell’accordo», conclude l’analista del
Belfer Center.

«Il ticchettare del tempo ha affinato il pensiero di Washington e dei suoi alleati sulle alternative al JCPOAle cosiddette opzioni del Piano B, che vanno da un accordo provvisorio per congelare i progressi nucleari dell’Iran in cambio di un parziale allentamento delle sanzioni, al ritiro delle sanzioni dell’ONU e dell’Unione Europea per interventi militari nascosti o palesi per fermare il programma nucleare iraniano«», afferma Crisis Group. «Ma ciascuna di queste linee d’azione comporta sostanziali svantaggi e rendimenti inaffidabili. In assenza di rapidi progressi nelle prossime settimane, sembra essere in vista un ritorno alla pericolosa corsa alle sanzioni contro le centrifughe di un decennio fa», e la guerra potrebbe essere dietro l’angolo.

«Gli Stati regionali si stanno preparando per ciò che verrà dopo. Per i vicini arabi del Golfo dell’Iran, che sono stati coinvolti nel fuoco incrociato tra Iran e Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump e vedono gli impegni degli Stati Uniti per la loro sicurezza con cautela, sia un accordo rianimato che scenari senza accordo sollevano preoccupazioni. Gli Stati del Golfo hanno iniziato a dialogare con Teheran», con la sempre più importante mediazione della Cina, «per coprire le loro scommesse contro i riverberi di una nuova spirale escalation. In Israele, al contrario, la leadership sembra più preoccupata per l’arricchimento finanziario dell’Iran attraverso il rilancio del JCPOA, che per l’aumento dell’arricchimento dell’uranio che è già avvenuto e che probabilmente accelererebbe se l’accordo fallisse. Sebbene alcuni veterani della sicurezza nazionale riconoscano sempre più i vantaggi di non proliferazione del JCPOA».

Gli ultimi tre anni hanno mostrato la dinamica perdente che risulterebbe da una negoziazione fallita. «Ciò che ha riportato al tavolo gli Stati Uniti, l’Iran e la P4+1 (Regno Unito, Francia,Russia, Cina e Germania) è il riconoscimento che il JCPOA offre il miglior quadro disponibile per affrontare una preoccupazione strategica globale, e l’unico quadro disponibile affinché l’Iran normalizzi le sue relazioni economiche con il mondo esterno. Apprezzare i vantaggi della ripresa dell’accordo e gli aspetti negativi che deriverebbero dalla sua fine dovrebbe essere sufficiente per i firmatari originali per fare un passo indietro dal limite e impedire che il JCPOA si disfi», conclude Crisis Group.

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