giovedì, Ottobre 21

Nucleare iraniano: l’accordo è già morto, ora avanti il prossimo Ecco perché Iran e Stati Uniti, insieme agli altri firmatari del JCPOA, dovrebbero impegnarsi in negoziati per un accordo completamente nuovo e di lunga durata

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Enrique Mora, direttore politico dell’UE e coordinatore dell’Unione Europea per i colloqui sul nucleare iraniano (il Joint Comprehensive Plan of Action -JCPOA), oggi è a Teheran per colloqui con i membri della squadra dei negoziatori iraniani guidati dal viceministro degli Esteri iraniano Ali Bagheri Kani, quattro mesi dopo l’interruzione dei colloqui tra l’Iran e gli altri firmatari JCPOA, compresi gli Stati Uniti, nel tentativo di salvare l’accordo e riportare l’Iran al tavolo delle trattative il prima possibile.
Questo dopo che ieri dagli Stati Uniti erano arrivate parole molto dure nell’evidente tentativo di mettere pressione all’Iran.

«Siamo realistici. Sappiamo che c’è una buona possibilità che l’Iran scelga una strada diversa»,ha detto Robert Malley, l’inviato speciale di Washington per l’Iran, rispondendo alla domanda sulle speranze che Teheran possa tornare a conformarsi all’accordo nucleare iraniano. «Dobbiamo prepararci per un mondo… in cui l’Iran non ha vincoli sul suo programma nucleare e dobbiamo considerare le opzioni per affrontarlo», ha detto Malley. «Ogni giorno che passa riceviamo un pezzo della risposta dell’Iran, ogni giorno in cui non tornano al tavolo, ogni giorno in cui affermano quanto poco sia stato realizzato a Vienna».
Gli Stati Uniti sono pronti a prendere in considerazione tutte le opzioni se l’Iran non è disposto a tornare ai limiti fissati dall’accordo nucleare del 2015, ha detto Malley.

Tra le altre cose, Malley ha affermato che gli Stati Uniti e Israele, che in precedenza avevano preso di mira i siti nucleari iracheni e siriani, si oppongono allo sviluppo di un’arma nucleare da parte dell’Iran e hanno parlato dell’applicazione delle sanzioni statunitensi progettate per impedire all’Iran di vendere il suo petrolio all’estero.

«C’è la possibilità che l’Iran scelga una strada diversa e dobbiamo coordinarci con Israele e altri partner nella regione. Tra pochi giorni viaggerò in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per parlare degli sforzi per tornare all’accordo sul nucleare e quali opzioni abbiamo per controllare il programma nucleare iraniano se non possiamo raggiungere quell’obiettivo», ha detto Malley.
Dichiarazioni in linea con quanto nelle stesse ore affermava il Segretario di Stato Antony Blinken dopo un incontro con i Ministri degli Esteri di Israele e degli Emirati Arabi Uniti. Blinken ha espresso frustrazione per lo stallo dei negoziati e tra il resto affermato «Continuiamo a credere che la diplomazia sia il modo più efficace», ma «Siamo pronti a passare ad altre opzioni se l’Iran non cambia rotta». Un chiaro riferimento, dunque, sia di Blinken che di Malley a quel ‘tutte le opzioni’ che in diplomatichese vuole intendere includere davvero tutte le possibilità, compresa l’azione militare,

L’israeliano Yair Lapid è stato esplicito, dicendo che sia lui che Blinken, in quanto figli di sopravvissuti all’Olocausto, sanno che «ci sono momenti in cui le Nazioni devono usare la forza per proteggere il mondo dal male». «Israele si riserva il diritto di agire in qualsiasi momento e in qualsiasi modo. Questo non è solo un nostro diritto, ma anche una nostra responsabilità».
Israele, per altro, è già stato impegnato in una guerra ombra con l’Iran, prendendo di mira i suoi siti militari nell’alleata Siria e conducendo una campagna di sabotaggio all’interno dell’Iran contro il suo programma nucleare.
E’ da annotare che gli Stati Uniti di Joe Biden, per la prima volta, concordano con Israele: se la diplomazia fallisse potrebbero ricorrere alla forza.

Sul fronte europeo toni più morbidi ma altrettanto urgenti.
Mora ha dichiarato su Twitter che solleveràl’urgenza di riprendere i colloqui da dove si erano interrotti a giugno.
«La visita arriva in un momento importante», hanno detto mercoledì in una nota i diplomatici di Gran Bretagna, Germania e Francia. «La situazione nel campo nucleare è peggiorata e si è aggravata continuamente», in riferimento all’accelerazione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, che ha installato centrifughe più avanzate, ha aumentato i suoi livelli di arricchimento dell’uranio dal 3,67% ai sensi del JCPOA al 20%, con una piccola quantità arricchita fino al 60%, e ha interrotto l’ispezione dei suoi impianti nucleari da parte dell’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite, l’International Atomic Energy Agenzia. «Per questo motivo, non vediamo questa visita come unbusiness as usual‘, ma piuttosto come una visita decisiva nella crisi».
La Repubblica islamica ha più volte affermato chetornerà ‘presto’ ai negoziati senza dare alcun senso di cosa significhi effettivamente. I diplomatici occidentali hanno affermato che un ritorno ai colloqui di Vienna potrebbe essere possibile prima della fine di ottobre.
Le questioni chiave più pesanti sono sempre le stesse: i limiti nucleari che potrà accettare Teheran, quali sanzioni potrà rimuovere Washington.
I diplomatici hanno affermato di essere preoccupati che la nuova squadra negoziale di Teheran -sotto un Presidente noto come un estremista anti-occidentale a differenza del suo predecessore pragmatico- possa avanzare nuove richieste.

Il braccio di ferro diplomatico tra la l’Iran e gli Stati Uniti sul ripristino dell’accordo nucleare iraniano «sembra quasi perenne. Le due parti si sono impegnate nella strategia del rischio, cercando di ottenere il massimo vantaggio l’una contro l’altra. Ma il processo deve giungere a un culmine per interessi reciproci contrastanti: Teheran vuole vedere la fine delle paralizzanti sanzioni statunitensi e Washington vuole concentrarsi sulla dissuasione di due avversari globali: Cina e Russia», afferma Amin Saikal del’Australian Strategic Policy Institute. Nel giugno scorso Washington e Teheran sembravano ancora ottimisti sulle possibilità di raggiungere un accordo. Da allora però tutto è fermo. «Due fattori più di ogni altro spiegano questo. Il primo è il cambio della presidenza iraniana da Rouhani a Ebrahim Raisi, che ha spinto Teheran a sospendere i negoziati fino all’insediamento di Raisi all’inizio di agosto. A differenza di Rouhani, Raisi proviene dalla fazione intransigente della politica islamica iraniana. Diffida degli Stati Uniti quanto il leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei». Pur favorendo la ripresa dei colloqui sul nucleare mediata dall’Unione Europea, è decisamente freddo. «Gli Stati Uniti e le potenze europee hanno sollevato preoccupazioni per i ritardi di Teheran e sospettato che abbia voluto guadagnare tempo per arricchire l’uranio di grado superiore per armi atomiche», «Washington ha detto che la porta per un accordo negoziato non sarà aperta a tempo indeterminato».
«Il secondo fattore è che dall’inizio dei negoziati le due parti non sono state in grado di raggiungere un compromesso sulle esigenze fondamentali dell’altra. Washington ha condizionato la revoca delle sanzioni al ripristino da parte di Teheran di tutti i suoi impegni nei confronti del JCPOA, mentre Teheran ha chiesto la fine di tutte le sanzioni come prerequisito per progredire verso un accordo finale. Ha sostenuto che, dal momento che gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo, spetta all’amministrazione Biden costruire la fiducia agendo per prima. Queste posizioni contrastanti sono diventate un vero punto critico».
Sullo sfondo, ma non tanto, la sconfitta degli Stati Uniti e degli alleati in Afghanistan e il fatto che l’Iran ha stretto forti legami strategici con Cina e Russia per contrastare gli Stati Uniti, il che incoraggia l’amministrazione Raisi a trattare un accordo più duro.

Ora, conclude Amin Saikal, «ci sono due domande importanti. Washington opterà per la revoca di alcune delle sue sanzioni fondamentali per raggiungere un accordo sul JCPOA o lasciare che Teheran continui con l’arricchimento dell’uranio di grado superiore? E impedirà a Israele, che ha detto che non tollererà in nessun caso un Iran nucleare, di attaccare l’Iran e di accendere un inferno regionale?». Ma queste domande sono subordinate a una di fondo: i due protagonisti della querelle, USA e Iran, hanno ancora davvero interesse a trovare un accordo?

Secondo Roxane Farmanfarmaian del Quincy Institute for Responsible Statecraft, e direttrice degli studi internazionali e della politica globale presso l’University of Cambridge Institute for Continuing Education, ricercatrice senior presso il King’s College di Londra, l’accordo sul nucleare iraniano potrebbe già essere morto «di una morte ignominiosa», e le difficoltà della trattativa sarebbero lì a dimostrarlo.

«I ritardi sia degli Stati Uniti che dell’Iran hanno afflitto i negoziati. Entrambi hanno dichiarato che il tempo sta per scadere. Le dinamiche sono cambiate in modo così drammatico che potrebbe non esserci alcuna ragione convincente per gli Stati Uniti o l’Iran per tornare ora al tavolo dei negoziati», afferma Roxane Farmanfarmaian. Se avesse ragione l’analista del Quincy, anche gli Stati Uniti, che stanno sollecitando il ritorno alle trattative, di fatto non sarebbero più interessati, e starebbero, evidentemente, cercando di buttare la palla della responsabilità della rottura in campo avverso. Tattica, insomma.
«Mentre l’Iran porta il suo programma di arricchimento nucleare vicino a
livelli di rottura», manca attualmente circa un mese alla produzione di carburante sufficiente per un’arma, anche se la costruzione di una testata e il montaggio su un missile richiederebbero molto più tempo, tra un mese l’Iran potrebbe essere quello che viene definito ‘Stato soglia’ «e mentre le paralizzanti sanzioni statunitensi continuano a mettere in difficoltà il commercio e l’accesso finanziario dell’Iran, un accordo rinnovato sembra sempre più remoto. Anche tornare al tavolo di Vienna sembra problematico, dopo una pausa di quattro mesi dall’ultima volta che le due parti si sono sedute per negoziare, a giugno, trattative che non sono mai state faccia a faccia e hanno prodotto una bozza con importanti punti critici».

Il «vecchio JCPOA è morto e ciò su cui le due parti stanno mercanteggiando è un nuovo accordo in abiti vecchi che deve adattarsi alle realtà affrontate dalle due amministrazioni nel loro primo anno (Biden a Washington; Ibrahim Raisi a Teheran). Entrambi si trovano ad affrontare agende interne molto diverse da quelle del tempo in cui hanno negoziato l’accordo. E da allora anche la dimensione internazionale è cambiata significativamente. Quello che non è sulle carte è un accordo «più lungo e più forte», come lo definisce Biden, che sperava includesse restrizioni sui missili balistici iraniani. Ma Teheran non ne vorrà nemmeno parlare. Quindi deve essere un vecchio accordo con nuove modifiche -modifiche significative – e nessuna delle due parti sembra particolarmente motivata».

Rispetto a qualche mese fa, Biden ha meno vantaggi politici nel concludere un nuovo accordo. «Da un lato, ha già mantenuto una promessa della campagna elettorale di politica estera ritirandosi dall’Afghanistan. Non è stato un successo assoluto, e si è mostrato maldestro, che ha pagato a caro prezzo sul fronte interno. Tuttavia, ora non può essere criticato per aver rinnegato una promessa della campagna elettorale, e questo significa che è meno sotto pressione per adempiere a un altro difficile impegno, come l’accordo con l’Iran. Sebbene tornare all’accordo sul nucleare e revocare le sanzioni appaia popolare tra molti democratici, i repubblicani accusano Biden di esseremorbidocon l’Iran, il che potrebbe costare a Biden politicamente nelle elezioni di medio termine».

Dal punto di vista di Raisi, «una revoca parziale delle sanzioni è peggio che mantenere lo status quo», soprattutto se alla prossima tornata elettorale ci fosse un cambio di presidenza negli Stati Uniti e si andasse a una reintroduzione di una serie completa di sanzioni. «L’eliminazione delle sanzioni temporanee destabilizzerebbe di nuovo la sua economia. Soprattutto considerando che da quando l’Iran, negli ultimi tre anni, da quando Trump ha lanciato il suo programma di massima pressione, si è adattato economicamente alla vita con le sanzioni. La sua economia è cresciuta del 6% quest’anno. È meno dipendente dal petrolio e ha commerciato di più con i suoi vicini a est».

L’Iran il mese scorso è entrato nel Consiglio di cooperazione di Shanghai. «Sebbene le ricompense per questa mossa arriveranno lentamente, potrebbe essere un punto di svolta. L’Iran in precedenza si era concentrato sull’Occidente e sui suoi progressi tecnologici, ma ora si è voltato dall’altra parte, vedendo la Cina e l’India come mercati ugualmente buoni e con abilità tecnologiche in rapida crescita.

Inoltre, i leader iraniani hanno poca fiducia che un accordo rinnovato porterebbe a un ritorno degli affari mondiali a Teheran. Anche con l’accordo precedente, l’eliminazione delle sanzioni non ha mai prodotto l’apertura finanziaria o l’impegno aziendale che i negoziatori avevano previsto. Stavolta banche e aziende hanno già fatto capire di non potersi impegnare, dal momento che un ritorno a nuove sanzioni potrebbe essere dietro l’angolo».

«Anche a livello internazionale, sia per gli Stati Uniti che per l’Iran, i pali della porta si sono spostati. Biden deve affrontare due dilemmi. In primo luogo, il rapido ritmo con cui l’Iran ha arricchito l’uranio lo ha portato pericolosamente vicino ai livelli di qualità delle armi, e le stime di alcuni esperti statunitensi hanno ridotto il tempo necessario per produrre una bomba a meno di un mese. Ciò significa che la conoscenza e il know-how dell’Iran sono avanzati, e questo non può essere ignorato.

Pertanto, qualsiasi nuovo negoziato non può iniziare da dove era stato interrotto, tuttavia la recente nomina da parte dell’Iran dell’intransigente Ali Bagheri alla guida della squadra di Vienna suggerisce che Teheran non ha interesse a rinunciare a questo vantaggio».

«Il secondo dilemma di Biden è Israele, che nell’ultimo anno ha condotto una campagna di sabotaggio segreta ma altamente dannosa contro l’Iran per degradare il suo programma nucleare. Forzando l’Iran a mantenere uno stato di allerta costante e interrompendo la sua capacità di produzione nucleare, Israele considera il suo approccio sostenibile ed efficace. Eppure questo mette sotto pressione non solo l’Iran, ma anche i colloqui sul nucleare, poiché alimenta il profondo sospetto dell’Iran nei confronti delle motivazioni americane e ha indurito la sua posizione.

Teheran crede che gli Stati Uniti e i suoi partner internazionali potrebbero fermare l’azione israeliana se lo volessero, e ha affermato all’inizio di questo mese che se l’AIEA vuole condurre ispezioni in Iran, deve condannare pubblicamente gli ‘attacchi terroristici’ contro i suoi centri tecnologici. Il capo di stato maggiore militare israeliano, il tenente generale Kochavi, in un raro momento di franchezza, ha risposto affermando che gli obiettivi del programma nucleare iraniano continueranno e, di fatto, saranno migliorati. Nonostante l’opinione dell’Amministrazione Biden che la negoziazione, piuttosto che il potere duro, sia la via da seguire, la sua incapacità di limitare le azioni israeliane indica che Washington è meno impegnata nei colloqui di Vienna di quanto potrebbe sembrare, soprattutto perché Biden ha assicurato a Israele che se dovessero fallire, altre misure sarà preso contro l’Iran».
Anche per Raisi è cambiato il contesto internazionale. «Mentre Washington ha ritirato le sue forze in Afghanistan e in Iraq, la dinamica strategica della regione è cambiata. Teheran ha ora seri colloqui faccia a faccia con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sulla sicurezza regionale e sulla guerra in Yemen. Il commercio è aumentato anche nel Golfo. È possibile che se questi negoziati iniziali diano frutti, altre questioni possano essere affrontate in futuro, tra cui la sicurezza regionale, i missili e persino il ruolo di attori non statali come le milizie. Con i ricchi Stati del Golfo che si sentono meno sicuri del sostegno militare degli Stati Uniti, c’è un forte impulso tra i loro leader ad assumersi la responsabilità del loro vicinato. Questo riduce l’incentivo per Teheran a stringere un nuovo accordo con Washington».

Per tutto ciò nessuna delle due parti ha molte ragioni per rendere un successo il prossimo round di colloqui a Vienna. Piuttosto, secondo Roxane Farmanfarmaian, Iran e Stati Uniti, insieme agli altri firmatari del JCPOA, dovrebbero impegnarsi in negoziati per un accordo completamente nuovo e di lunga durata.

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