venerdì, Dicembre 3

Nucleare iraniano: colloqui in vista, esito per nulla scontato Secondo gli annunci dell'Iran e le dichiarazioni degli USA tra poche settimane i colloqui sul rientro degli Stati Uniti nell'accordo JCPOA del 2015 potrebbero ripartire a breve. Ma gli ostacoli non sono da poco e potrebbero bloccare la trattativa

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L’Iran sta pianificando di riavviare i negoziati con le potenze occidentali per rilanciare il suo accordo nucleare del 2015 entro poche settimane, secondo l’agenzia di stampa ufficiale iraniana, ‘IRNA‘.
«Ogni incontro richiede un coordinamento preventivo e la preparazione di un ordine del giorno. Come sottolineato in precedenza, i colloqui di Vienna riprenderanno presto e nelle prossime settimane», ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh, secondo quanto riferito da ‘Reuters‘. Khatibzadeh ha aggiunto che il team di politica estera iraniana deve completare la sua panoramica finale sulla natura dei colloqui, prima di tornare ai negoziati.

L’annuncio di Teheran è arrivato più o meno nello stesso momento in cui il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha detto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, martedì, che Washington sarebbe tornato a pieno all’accordo nucleare iraniano se Teheran avesse fatto lo stesso. «Siamo pronti a tornare alla piena conformità se l’Iran farà lo stesso».
Ieri, poi, gli USA, attraverso un funzionario di alto livello del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti la cui identità non è stata svelata dalle agenzie che con lui hanno avuto un briefing telefonico, ha fatto sapere che «Siamo ancora interessati. Vogliamo ancora tornare al tavolo. La finestra di opportunità è aperta. Non sarà aperto per sempre se l’Iran prenderà una strada diversa». I tempi sono brevissimi, ha sottolineato, poiché il programma nucleare iraniano sta avanzando ben oltre i limiti fissati dall’accordo.

Le potenze mondiali hanno tenuto sei round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran a Vienna per cercare di capire come entrambi possano tornare al rispetto del patto nucleare, abbandonato dall’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2018. Trump ha reimposto dure sanzioni all’Iran, spingendo Teheran a violare gradualmente i suoi impegni nell’ambito dell’accordo, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).

I colloqui di Vienna si erano fermati a giugno dopo che il nuovo Presidente iraniano Ebrahim Raisi, insediato in agosto, aveva sottolineato la necessità di avere tempo a disposizione per esaminare il dossier.
Ebrahim Raisi vuole colloqui con le potenze mondiali per rilanciare lo storico accordo nucleare del 2015 e portare alla rimozione di tutte le sanzioni statunitensi. «La Repubblica islamica considera utili i colloqui il cui esito finale è la revoca di tutte le sanzioni oppressive», ha detto Raisi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un discorso preregistrato il 21 settembre.
I colloqui di Vienna, mediati dalle parti europee dell’accordo, sono stati condotti sui dettagli tecnici del rispetto da parte dell’Iran dei suoi impegni nucleari e dei tempi e della portata delle sanzioni statunitensi.

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno tenuto un incontro segreto con Israele per discutere un piano B nel caso in cui i colloqui sul nucleare iraniano non riprendano o se le potenze mondiali non raggiungano un accordo con Teheran sul rilancio dell’accordo nucleare, ha riferito ieri ‘Axios‘. Si sono incontrati come parte di un gruppo di lavoro chiamato ‘Opal’, che è stato istituito durante l’Amministrazione Obama come canale per Washington e Gerusalemme per discutere della strategia iraniana. ‘Axios‘ ha riferito separatamente che il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha in programma di recarsi in Arabia Saudita e in altri Paesi della regione nei prossimi giorni. I funzionari statunitensi che hanno partecipato alle conversazioni avrebbero sottolineato la loro disponibilità a imporre ulteriori sanzioni all’Iran se i colloqui non riprenderanno presto.
Martedì, a margine dell’apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian ha incontrato i suoi omologhi di Giordania, Arabia Saudita, Turchia, Kuwait, Qatar, Egitto, Francia, l’alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza e i segretari generali della Lega araba, dell’Organizzazione per la cooperazione islamicae del Consiglio di cooperazione del Golfo. Al centro dell’incontro, le questioni regionali, il bisogno «di accordi di sicurezza endogena e indigena per creare stabilità e sicurezza nella regione» ha detto il Ministro degli Esteri iraniano Amir-Abdollahian, sottolineando che «La presenza e l’intervento stranieri in qualsiasi forma sono contrari agli obiettivi di pace e sicurezza nella regione».

La questione regionale posta sul tavolo delle trattative sul nucleare dagli Stati Uniti è uno degli ostacoli che si ripresenterà a Vienna. «Insistere sulla discussione di questioni regionali, come il ruolo dell’Iran in Siria e Iraq, il suo sostegno a Hezbollah in Libano, la fine della guerra in Yemen e la sicurezza marittima nella regione del Golfo Persico, nell’ambito dei colloqui sul nucleare, rischia di far fallire i progressi» fatti sul tema nucleare, affermano Vali Nasr docente di studi sul Medio Oriente e affari internazionali presso la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, uno dei massimi esperti del mondo sciita, Seyed Hossein Mousavian, specialista in sicurezza e politica nucleare in Medio Oriente presso il Program on Science and Global Security dell’Università di Princeton e ex diplomatico iraniano.
«
Teheran crede che gli Stati Uniti non stiano cercando la sicurezza regionale, ma l’indebolimento dell’Iran e il cambio di regime».
«I disaccordi sulle questioni regionali stanno rallentando i progressi sui colloqui sul nucleare, e
il mancato raggiungimento di un accordo sul nucleare peggiorerà la sicurezza regionale», affermano i due esperti. Quasi certamente «il fallimento al tavolo nucleare sarà seguito da una maggiore pressione economica sull’Iran e dal sabotaggio dei suoi impianti nucleari», e la risposta iraniana «probabilmente si svilupperà sotto forma di un nuovo conflitto in Libano, Siria e Iraq, nonché di provocazioni, escalation che coinvolgono impianti petroliferi e infrastrutturali in Arabia Saudita o spedizioni in alto mare». «Se l’Amministrazione Biden è determinata a evitare costosi conflitti in Medio Oriente, allora dovrebbe cambiare il suo approccio per rimuovere un ostacolo significativo di fronte ai colloqui sul nucleare e aiutare la sicurezza regionale in un momento in cui gli Stati Uniti stanno cercando di ridurre i propri impegni militari nel regione. Dovrebbe separare le due questioni e perseguire separatamente una risoluzione dello stallo regionale».
«Teheran è arrivata a riconoscere che i progressi nei colloqui sul nucleare devono in definitiva occuparsi della sicurezza regionale, ma non come parte del JCPOA o nei negoziati con gli Stati Uniti.
L’Iran vuole negoziare questioni regionali direttamente con i suoi vicini. Ha ripetutamente chiesto risoluzioni di questioni regionali sotto l’egida delle Nazioni Unite e ha invitato direttamente il Segretario generale delle Nazioni Unite ad avviare un processo». L’ex Presidente Hassan Rouhani aveva già avviato questo processo di dialogo regionale e i primi incontri si sono già tenuti. «Gli alleati degli Stati Uniti hanno già concluso che Washington non sarà in grado di affrontare il ruolo regionale dell’Iran nel contesto dei colloqui sul nucleare e la fragilità dei colloqui sul nucleare significa che non ci sono piani per frenare l’influenza dell’Iran».
«Washington ha ragione a pensare che l’Iran potrebbe interpretare un cambiamento nella sua posizione come una concessione, ma non sarebbe così se Washington chiedesse all’Iran di rinunciare a una delle sue linee rosse in cambio, come una garanzia degli Stati Uniti che un accordo non sarà annullato. Inoltre,
Washington non ha bisogno di abbandonare formalmente la sua richiesta di un cambiamento della posizione regionale dell’Iran,ma semplicemente di non insistere sui negoziati successivi come precondizione per un accordo nucleare. Può anche fornire incentivi all’Iran per negoziare direttamente con i suoi vicini».
Secondo Vali Nasr e Seyed Hossein Mousavian «
gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare i colloqui sulla sicurezza regionale in corso e lasciarli procedere separatamente ma in tandem con i colloqui sul nucleare. Gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare l’Arabia Saudita e altri attori regionali a trasformare il forum di Baghdad in una piattaforma per i negoziati sulla sicurezza regionale». «Gli Stati Uniti dovrebbero sostenere questo processo e, una volta che ci saranno progressi sufficienti, potranno parteciparvi. È più probabile che un processo guidato dalle Nazioni Unite faccia progressi sulle questioni di sicurezza regionale rispetto ai colloqui JCPOA e, affrontando le questioni regionali in un forum separato, gli Stati Uniti rimuoverebbero uno dei principali ostacoli ai colloqui sul nucleare».

Altro passo avanti nella trattativa sarebbe da condurre in materia di sanzioni. Biden ha mantenuto in gran parte intatta la pressione delle sanzioni di Trump, anche se il suo negoziatore, Rob Malley, ha dichiarato apertamente che la politica di ‘massima pressione’ di Trump ha fallito e ha dimostrato di essere consapevole che «gli Stati Uniti e l’Iran potrebbero non essere in grado di evitare una guerra disastrosa se l’Iran sceglie la propria forma di massima pressione», «la flessibilità diplomatica è un must». L’inflessibilità di Biden sulle sanzioni «ha rafforzato lo scetticismo iraniano nei confronti delle intenzioni statunitensi sul JCPOA, contribuendo ad affossare i progressi fatti all’inizio dell’anno. Tuttavia, ci sono passi che il team di Biden potrebbe intraprendere per fornire assistenza o soccorso umanitario concreto, indipendentemente dal JCPOA, che dissiperebbe le false affermazioni di equivalenza tra Trump e Biden del Leader Supremo e chiarirebbe che le offerte di sanzioni e diplomazia sono sincere. Ciò richiederebbe coraggio politico, ma c’è poco da perdere e buona volontà da guadagnare», afferma Ryan Costello, a capo del team politico di National Iranian American Council (NIAC). «L’allentamento delle sanzioni per motivi umanitari farebbe molto per dimostrare che gli Stati Uniti sono seriamente intenzionati a tornare al JCPOA».

Altresì non aiuta che gli USA non parlino con la Cina. Scorsa settimana, Malley è andato a incontrare i firmatari dell’Europa occidentale del JCPOA a Parigi e si è recato a Mosca per parlare con i russi. Non è andato a Pechino, che è tra i firmatari dell’accordo del 2015. Così «l’aumento delle tensioni sino-americane potrebbe complicare seriamente gli sforzi degli Stati Uniti» per rientrare nell’accordo, afferma Jon B. Alterman, vicepresidente senior del Center for Strategic and International Studies (CSIS).
Alterman sottolinea che «la violazione sempre più aperta da parte della Cina delle sanzioni statunitensi all’Iran. A partire dall’Amministrazione Trump e crescendo sotto l’Amministrazione Biden, la Cina ha importato petrolio iraniano in aperta violazione delle sanzioni statunitensi». Il team di Biden ha chiuso gli occhi come segno di buona volontà, sia nei confronti dell’Iran che della Cina. Le importazioni cinesi di petrolio «sono cresciute da un rivolo a un’alluvione in primavera, raggiungendo un totale di circa un milione di barili al giorno a maggio. «Anche la Cina nutre serie preoccupazioni sulla proliferazione iraniana, ma è felice di essere un free rider negli sforzi globali per limitare l’Iran». La Cina desidera una risoluzione negoziata delle controversie, «ma contemporaneamente persegue i propri accordi con l’Iran, basandosi sul suo schiacciante vantaggio dovuto non solo alla dimensione relativa delle economie dei due Paesi, ma anche all’isolamento dell’Iran nel mondo. La Cina rappresenta circa un terzo del commercio iraniano e l’Iran rappresenta meno dell’1% del commercio cinese. L’economia cinese è 30 volte più grande di quella iraniana e la sua popolazione è 18 volte più grande. La Cina è un elefante e l’Iran è una formica. Sebbene la Cina consideri indesiderabile la proliferazione iraniana, non si sente minacciata dall’Iran. La Cina vede invece l’Iran come uno strumento utile da utilizzare nella sua politica estera, calibrando la sua distanza e vicinanza all’Iran in qualche misura come un modo per avvicinarsi o allontanarsi dagli Stati Uniti e dai loro alleati». L’impulso dei cinesi ora è quello di tirare ulteriormente la corda. «Le opinioni della leadership iraniana sui negoziati sul nucleare rimangono poco chiare, ma ci sono crescenti segnali che il governo Raisi -e l’establishment clericale dietro di lui- è più diffidente nei confronti degli Stati Uniti che mai, ed è deciso a resistere a un ritorno al JCPOA. Una Cina sempre più focalizzata a minare le dimostrazioni di potere e influenza degli Stati Uniti diventa funzionale della resistenza iraniana, servendo il duplice obiettivo di ottenere un credito speciale con l’Iran -che pagherà benefici economici alla Cina- e minare la posizione globale degli Stati Uniti».

E’ probabile che tra non molto ci sarà l’annuncio della ripresa del tavolo di lavoro di Vienna, ma è evidente che la strada è tutta in salita e che sarà dirimente la volontà politica di Biden, la capacità di togliere di mezzo pretestuosi ostacoli almeno quanto lo sarà l’autenticità o meno dell’interesse dell’Iran a fare davvero ripartire il treno dell’accordo.

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