lunedì, Giugno 14

Nucleare iraniano: accordo vicino (forse) Nel quinto round di colloqui per il rientro degli USA nel JCPOA si starebbero trattando i dettagli e alta pare la probabilità che le due parti li definiscano e rilancino l'accordo nucleare prima del 18 giugno

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E’ iniziato ieri, a Vienna, il quinto round di colloqui sul nucleare iraniano volti a riportare gli Stati Uniti all’interno dell’accordo, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). La commissione mista dell’accordo, presieduta, a nome dell’alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell, dal vice segretario generale e direttore politico del servizio europeo per l’azione esterna, Enrique Mora, vede presente al tavolo Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito e Iran. Gli Stati Uniti non sono presenti al tavolo, ma sono a Vienna e partecipano indirettamente ai colloqui con l’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Iran, Robert Malley.
Proprio Malley, che al termine del round precedente aveva detto che i colloqui erano stati ‘costruttivi’ e aveva «visto progressi significativi», lunedì ha dichiarato di essere in «viaggio per Vienna per un quinto round in cui speriamo di poter avanzare ulteriormente verso un mutuo ritorno alla conformità».

Il clima effettivamente è molto positivo sia da parte iraniana e occidentale che da parte statunitense.
Scorsa settimana, il Presidente iraniano
Hassan Rouhani aveva detto che gli Stati Uniti hanno accettato di revocare le sanzioni sui settori economici chiave -banche, spedizioni marittime e petrolio- che erano state riattivate dopo che l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump era uscito dall’accordo nucleare del 2015, tre anni fa. Una dichiarazione che aveva fatto schizzare i prezzi del petrolio e che era stata messa in dubbio poco dopo da un anonimo alto funzionario iraniano il quale aveva detto invece che Washington non aveva alcuna intenzione di revocarecompletamente le sanzioni su quei settori, e che qualsiasi sospensione delle sanzioni sarebbe stata temporanea. Questo mentre il Segretario di Stato americano Antony Blinken usava il freno dello scetticismo mettendo in dubbio la sincerità dell’Iran di tornare a rispettare l’accordo del 2015. Tatticismi, che nulla tolgono, al momento, all’ottimismo di fondo.
Il capo negoziatore iraniano,
Abbas Araghchi, ha affermato oggi che tutte le parti dei negoziati hanno mostrato chiaramente la loro serietà aggiungendo di essere sicuro che il risultato «questa volta» sarà raggiunto, secondo quanto riporta l’agenzia ufficiale iraniana ‘IRNA‘ .

Nei giorni scorsi, il 10 dicembre, più di 50 leader nazionali del Partito democratico e membri del Democratic National Committee (DNC), avevano inviato una lettera al Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sollecitando un ritorno all’accordo sul nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni imposte in malafede di Trump.

La lettera, organizzata dal Quincy Institute for Responsible Statecraft, afferma che «come membri eletti e nominati del Comitato Nazionale Democratico e leader di partito di tutto il Paese, scriviamo in forte sostegno all’adesione degli Stati Uniti all’accordo nucleare iraniano».
L’Amministrazione Trump, prosegue la lettera, «
ha rinnegato sconsideratamente l’accordo con l’Iran e ha perseguito una cosiddetta campagna dimassima pressione‘ per raggiungere apparentemente un ‘accordo migliore’ con l’Iran.L’unico risultato è stato un programma nucleare iraniano notevolmente ampliato, una maggiore instabilità regionale, una guerra USA-Iran vicina in più occasioni e severe sanzioni economiche che hanno contribuito a una terribile crisi umanitaria all’interno dell’Iran. Di conseguenza, la credibilità dell’America è stata gravemente danneggiata e la sua sicurezza nazionale danneggiata. La decisione di Trump ha reso l’America meno sicura».

Il JCPOA «ha un valore così critico per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti che la questione di chi inizia per primo non dovrebbe diventare un ostacolo. Inoltre, la revoca delle sanzioni in malafede di Trump -sanzioni che ha esplicitamente imposto all’Iran per rendere un ritorno al JCPOA quasi impossibile- non dovrebbe essere trattata come una concessione all’Iran, ma piuttosto come uno sforzo per ripristinare la credibilità degli Stati Uniti e migliorare la sicurezza americana.

Ti esortiamo a non cedere alle pressioni dei fautori del fallito approccio di Trump all’Iran. Abbiamo visto l’effetto netto di quella politica: un programma nucleare iraniano più ampio e un rischio maggiore di guerra con l’Iran».

«È essenziale che gli Stati Uniti tornino all’accordo sul nucleare iraniano, che richiede la revoca delle sanzioni in malafede di Trump», ha detto il procuratore generale del Minnesota Keith Ellison ed ex vicepresidente del DNC. «Il Partito Democratico dovrebbe lottare per porre fine alla militarizzazione dilagante e promuovere il multilateralismo che ha consentito agli Stati Uniti di risolvere la questione nucleare con l’Iran senza sparare un solo colpo».

«Ritornare al JCPOA è essenziale per rassicurare il mondo che la parola degli Stati Uniti è buona», ha detto il membro del Congresso Barbara Lee. «Come Democratici, dobbiamo mettere la diplomazia al centro della nostra politica estera e dimostrare che l’America adempie ai suoi impegni come attore responsabile sulla scena mondiale».

«Rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano e revocare le sanzioni in malafede di Trump non è solo supportato dai democratici di base negli Stati rossi, viola e blu, ma anche dai leader del nostro Partito Democratico di tutto il Paese», ha detto Yasmine Taeb, avvocato per i diritti umani ed ex membro del Comitato democratico della Virginia. «Il Presidente Biden si è impegnato a tracciare una nuova rotta e ha chiesto una politica estera per la classe media che porrà fine per sempre alle guerre e si concentrerà sulle crisi interne immediate e che inizierà rientrando nell’accordo nucleare del 2015 e respingendo l’approccio fallito di Trump sull’Iran».

«La maggioranza degli americani sostiene il ritorno all’accordo sul nucleare, in particolare democratici e giovani americani», ha detto Michael Kapp, presidente del Consiglio della gioventù del DNC e membro del DNC dalla California. «I giovani vogliono un futuro in cui gli Stati Uniti adottino un approccio pacifico per risolvere i problemi globali, e questo è un passo importante in quella direzione».

Una lettera, questa, che esprime come un pezzo importante del partito di Biden stia lavorando per un ritorno all’accordo senza esitazioni. Voci che Biden non può ignorare, non ultimo perchè il Presidente ha bisogno di ogni uomo del suo partito, non si può permettere una opposizione interna, e poi perchè il ritorno al JCPOA è stata una delle sue promesse elettorali più importanti nel percorso di costruzione della sua politica estera, quella dell”America che è tornata’.

Il fattore tempo non gioca a favore, per quanto nei giorni scorsi una boccata d’ossigeno sia arrivata dall’estensione per un mese di un accordo di monitoraggio tra l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e l’Iran, così che «i negoziati abbiano la possibilità di progredire e portare risultati», come ha dichiarato il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano.
La mancanza di tempo è determinata dal fatto che
il 18 giugno si terranno le elezioni per eleggere il successore del Presidente Hassan Rouhani. Proprio due giorni fa, lunedì, il Consiglio dei guardiani ha reso noto l’elenco dei sette candidati approvati, e il contestuale avvio della campagna elettorale. Tra i sette, il favorito sarebbe il Presidente della Corte Suprema Ebrahim Raisi, un religioso, giurista conservatore considerato come il preferito del leader supremo Ali Khamenei, con il quale ha legami consolidati nel tempo. Con ilduroRaisi arrivare ad un accordo sarebbe molto più complicato. Per questo l’ansia, sia da parte americana che da parte iraniana, di arrivare ‘questa volta’ a concludere un accordo, ora, prima delle elezioni.
Anche se non mancano coloro che fanno notare che «
l’effettiva decisione di rientrare nell’accordo nucleare e avviare discussioni con gli Stati Uniti, avviene a un livello superiore a quello del presidente», ovvero la decisione è in mano al leader supremo e al Consiglio supremo di sicurezza nazionale. «Questa è una decisione collettiva, e quindi quella decisione rimarrà la stessa prima delle elezioni come dopo le elezioni. Le cose che influenzano quella decisione non sono le elezioni.Saranno le grandi questioni regionali che circondano l’Iran e gli Stati Uniti e le questioni che circondano lo stesso accordo nucleare», come afferma Amir Handjani, del Quincy Institute for Responsible Statecraft, al ‘The National‘.

Per quanto l’Amministrazione Biden, come la Casa Bianca di Trump, punti a un ‘accordo migliore’, è consapevole, che per il momento il passaggio obbligato è quello del rientro nel JCPOA cercando di superare la diffidenza dell’Iran e la contrarietà di ampie fasce sia dei vertici politici che dell’opinione pubblica in generale americana, cercando di «maneggiare quegli strumenti politici», di cui dispone, a partire dalle sanzioni «al servizio di obiettivi realistici, comprendendo che non ci sarà un’uscita rapida o facile», come afferma Michael Singh, Senior Fellow e amministratore delegato del Washington Institute.

Da quanto sta emergendo, i negoziatori in questi giorni starebbero trattando su quali le parti del programma nucleare l’Iran deve ridimensionare e quali sanzioni gli Stati Uniti devono revocare. La gran parte degli osservatori propende per la probabilità che le due parti definiscano tutti i dettagli per rilanciare l’accordo nucleare prima del 18 giugno.

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