sabato, Settembre 18

Nucleare iraniano: a Vienna l’ultima possibilità per l’Europa La trattativa sembra essere stata incanalata bene, prossima settimana il lavoro prosegue, ma gli europei hanno perso tempo e ora sono impegnati in una danza diplomatica dell'undicesima che è l'ultima possibilità per salvare un accordo essenziale per la sua sicurezza

0

Non in molti ci speravano. Eppure al termine della prima settimana di colloqui sembrerebbe che la trattativa sia incanalata sul giusto binario. I colloqui a Vienna sul rientro degli Stati Uniti nel Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’Accordo sul nucleare del 2015, iniziati martedì a Vienna, proseguiranno la prossima settimana. Al tavolo ci sono le delegazioni di Iran, Francia, Germania, Russia, Cina, Regno Unito e Ue, quest’ultima in veste di coordinatore della Commissione congiunta del Jcpoa. Gli USA, con una delegazione guidata dall’inviato speciale di Joe Biden, Rob Malley, non sono stati al tavolo, bensì hanno tenuto colloqui indiretti con l’Iran attraverso la mediazione della UE, impegnata nella cosiddetta ‘diplomazia della navetta’ tra Stati Uniti e Iran.

Nel 2018, l’allora Presidente Donald Trump aveva ritirato unilateralmente gli Stati Uniti dall’Accordo, adottando la politica di ‘massima pressione’ che ha visto il ripristino delle sanzioni e l’aggiunta di nuove sanzioni. L’Unione Europea, garante dell’Accordo, non era stata in grado di far ritornare sui suoi passi Trump. L’Iran ha iniziato a violare l’Accordo, in termini di quantità di uranio arricchito accumulata e la purezza a cui può essere arricchito.
Joe Biden in campagna elettorale aveva fatto sapere di voler riportare gli USA nell’Accordo. Dopo tre mesi dall’insediamento e dopo svariati tira e molla finalmente l’incontro di Vienna di questa settimana.

La nuova Amministrazione Usa si è detta disponibile a rientrare nell’intesa, ma chiede a Teheran di impegnarsi nuovamente a rispettarne i termini, mentre l’Iran pretende prima la revoca di tutte le sanzioni Usa.

Già al termine della prima giornata di lavori gli Stati Uniti avevano definitofruttuoso e costruttivo il dialogo a Vienna tra i partner, ‘un passo nella giusta direzione‘. A favorire il dialogo ha contribuito l’apertura di Malley, alla revoca di quelle sanzioni, che sono «in contrasto con l’accordo sul nucleare». Immediatamente il governo iraniano aveva fatto sapere: «Riteniamo tale posizione promettente e realistica».

Al termine della prima giornata, Teheran e Washington di fatto avevano concordato che la politica della massima pressione di Trump ha fallito e che l’unico modo per risolvere il dossier nucleare è la diplomazia. Due gruppi di lavoro a livello di esperti sono stati incaricati di studiare come concretamente affrontare i due aspetti cardine per far uscire dallo stallo il dossier: la revoca delle sanzioni economiche americane e il ritorno di Teheran al rispetto dei suoi obblighi.

L‘obiettivo dei colloqui di Vienna è concordare una road map, perchè Iran e Stati Uniti tornino in modo simultaneo al rispetto dell’intesa, uscendo dalla logica del ‘primo passo’.

«C’è unità e ambizione per un processo diplomatico congiunto», aveva twittato il coordinatore della Commissione congiunta del Jcpoa, Enrique Mora, promettendo di ‘intensificare’ i contatti a Vienna «con tutte le parti, compresi gli Stati Uniti». «Ci sono molti problemi complessi da risolvere ma l’importante è che sia iniziato il lavoro pratico in questa direzione», aveva twittato l’ambasciatore russo presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov. Di colloqui «costruttivi» aveva parlato anche il capo negoziatore di Teheran, il vice ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Oggi il pronunciamento russo. «L’incontro della Commissione congiunta a Vienna è finito, i partecipanti del Jcpoa hanno fatto il punto sul lavoro fatto dagli esperti negli ultimi tre giorni e hanno registrato con soddisfazione i progressi iniziali fatti», ha riferito in un tweet l’ambasciatore russo presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov, annunciando nuovi colloqui della Commissione «la prossima settimana per mantenere lo slancio positivo».

In attesa di capire se e a quali conclusioni di una qualche concretezza il gruppo di lavoro giungerà la prossima settimana, il fatto che questo primo round di colloqui sia andato bene, è un punto a favore dell’Unione Europea, che molto ha insistito perchè queste trattative partissero, e che ha un debito molto pesante con l’Iran per non essere stata capace di assolvere positivamente al suo ruolo di garante quanto Trump ha deciso l’uscita degli USA.
Gli ultimi tre anni «hanno mostrato l’incapacità dell’Europa di mantenere vivo l’accordo al di là delle sue funzioni vitali», afferma Cornelius Adebahr, analista del Carnegie Europe.
E per quanto sia vero che «s
enza gli sforzi di mediazione dell’Europa, qualsiasi accordo in un’atmosfera così sfiduciata sarà sfuggente», «gli europei hanno impiegato troppo tempo per intensificare il loro gioco e impegnarsi in questa danza diplomatica dell’undicesima ora».
La prossima settimana potrebbe essere decisiva.

«È vero che Francia, Germania e Regno Unito, i tre cofirmatari europei dell’accordo (l’E3), si sono battuti duramente per impedire che l’accordo si dissolva, anche silurando gli sforzi unilaterali dell’America per ripristinare tutte le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran nel Settembre 2020. Tuttavia, non sono riusciti a mantenere l’apertura economica promessa a Teheran in cambio della stretta supervisione del suo programma nucleare. Anche dopo che la pandemia ha colpito duramente la Repubblica islamica, i governi europei non sono riusciti a trovare un modo per aumentare il commercio umanitario, o addirittura concedere aiuti multilaterali all’Iran, di fronte alle continue sanzioni statunitensi». «» Cornelius Adebahr

A giocare contro gli europei, afferma Adebahr, la difficoltà di trovare un punto di concreta intesa tra due nemici giurati che negli anni hanno alimentato la tossicità del loro scontro. Inoltre, «anche loro sono diventati diffidenti nei confronti di un governo iraniano che ha smantellato metodicamente la sua conformità all’accordo nucleare, allargando al contempo il suo punto d’appoggio nella regione più ampia e reprimendo violentemente il dissenso popolare all’interno».

Joe Biden, da parte sua, ha una serie di difficoltà tecniche. «La precedente amministrazione aveva faticosamente costruito un ‘muro di sanzioni‘ contro l’Iran per impedire il possibile ritorno di un successore al JCPOA. In particolare, è andato oltre il semplice ripristino di tutte le sanzioni relative al nucleare entro la fine del 2018 e ne ha deliberatamente riconfezionato alcune come misure contro il programma missilistico iraniano e le attività regionali, al fine di rendere l’annullamento delle sanzioni proibitivamente costoso in termini politici».
Non bastasse
gli europei hanno perso l’occasione di preparare il terreno per i colloqui, pur sapendo che il fattore tempo era essenziale. Da quando Biden è stato eletto ad oggi, «l’Iran ha compiuto progressi significativi nello sviluppo di centrifughe più capaci e nell’arricchimento dell’uranio al 20%, molto al di sopra del livello necessario per un programma di energia nucleare civile. Si stima che il tempo necessario all’Iran per accumulare abbastanza materiale fissile per una bomba atomica si sia ridotto da oltre un anno a un paio di mesi».
Altra criticità in fatto di tempo, è il calendario politico iraniano, con le elezioni a brevissimo, elezioni che stanno limitando le possibilità di un compromesso. «Mancano solo dieci settimane alle elezioni presidenziali e non è chiaro come la prossima campagna influenzerà le dinamiche diplomatiche. Di sicuro, il presidente in carica, il Presidente Hassan Rouhani, vorrebbe vedere il suo successo distintivo -la revoca delle sanzioni internazionali dopo l’accordo del 2015- e un accordo rinnovato. Tuttavia, il leader supremo del paese, l’ayatollah Ali Khamenei, ha alzato il livello di qualsiasi patto chiedendo assicurazioni che, questa volta, Washington terrà fede alla sua parola. Inoltre, un Parlamento dominato dalla linea dura ha emesso linee guida per ridurre drasticamente le ispezioni internazionali, una mossa che è stata solo sospesa per una finestra di tre mesi che termina a fine maggio, dopo che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica si è affrettata a raggiungere un accordo temporaneo».

Ora i negoziati sembrano ben incardinati, ma l’Europa deve essere consapevole che questi negoziati «sono l’ultima possibilità per salvare un accordo essenziale per la sua sicurezza, come hanno ripetutamente affermato i leader».
Secondo
Adebahr, i Paesi dell’E3 e la UE dovranno concentrarsi su due liste di cose da fare. Si tratterà di precisare cosa deve fare Teheran per tornare a conformarsi sul fronte nucleare e stabilire esattamente come Washington deve ridurre la sua architettura delle sanzioni. A quel punto si potrà procedere con un ritorno in tempi brevi degli USA all’interno dell’Accordo.Solo dopo, i membri JCPOA potranno tornare a negoziare per l’obiettivo più difficile, ovvero «limitare la portata dell’Iran istituendo un’architettura di sicurezza regionale», che vorrà dire un nuovo JCPOA ma non solo, probabilmente molto di più. Il nuovo Accordo rincorrendo il quale si è perso tempo molto importante.

Ali Reza Eshraghi, direttore dei progetti della divisione MENA dell’Institute for War and Peace Reporting e analista dell’UNC Center for Middle East and Islamic Studies, è molto drastica su questo punto: «È altamente improbabile che gli Stati Uniti e l’Europa saranno in grado di concludere un accordo più ampio con l’Iran a meno che non si uniscano prima al JCPOA originale, sotto l’attuale o il prossimo governo di Teheran. Più tempo impiegheranno gli Stati Uniti a rientrare nel PACG, maggiore sarà il sostegno a Teheran per l’accelerazione del programma nucleare iraniano. Nelle prossime settimane, gli sforzi europei e statunitensi dovrebbero concentrarsi su un rapido ritorno al PACG piuttosto che resistere all’improbabile prospettiva di una nuova formula nucleare con l’Iran».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->