lunedì, Settembre 27

Nucleare Iran: Donald Trump, fuori gli Stati Uniti dall’ accordo Quali conseguenze potrebbe avere la decisione del presidente americano? Quale la sua strategia? Ci possono essere conseguenze sulle trattative con Pyongyang?

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Proseguendo nell’ opera di smantellamento di quanto fatto dal suo predecessore?

Assolutamente sì. Ha dedicato il primo anno e mezzo della sua presidenza per smontare quello che Obama aveva fatto. Ed era un po’ la premessa che aveva fatto ai suoi elettori. La decisione sull’ accordo sul nucleare iraniano è, per certi versi, il riflesso di quell’ approccio che, ad esempio, era stato adottato, all’ interno, sull’ Obamacare. Trump ha in mente gli elettori che l’ hanno votato, in vista della campagna elettorale che sta per partire in autunno, ma che, in realtà, è già partita. L’ Iran, da questo punto di vista, ha un’ enorme portata simbolica e può sembrare paradossale dirlo nel contesto internazionale odierno. La Corea del Nord, tutto sommato, è un avversario meno significativo rispetto all’ Iran, con cui c’è una questione aperta di tipo politico e culturale da tantissimo tanto tempo.

«L’accordo con l’Iran è nell’interesse dell’America e sta funzionando … non è fondato sulla fiducia, ma è basato sulle più approfondite ispezioni e verifiche mai negoziate dal regime in un accordo sul controllo delle armi» ha scritto l’ ex presidente Barack Obama in un post su facebook. Secondo Trump, invece, l’ accordo non è riuscito a limitare lo sviluppo del programma nucleare e i controlli si sono dimostrati inadeguati. L’ accordo abbisogna di perfezionamenti tali da giustificare la decisione di Trump?

Il fatto che le autorizzazioni degli osservatori internazionali siano state usate dall’ Iran in modo discutibile è uno degli appigli che ha Trump anche perché, pochi giorni fa, c’ era stata la dichiarazione di Netanyahu sul proseguimento, da parte iraniana, dello sviluppo del programma nucleare, denunciando l’ incapacità delle ispezioni di accertare in maniera soddisfacente il rispetto dell’ intesa. E questo costituisce un po’ il punto debole. Va detto che Obama, da questo punto di vista, si era un po’ allineato alla politica europea, decisamente più dialogante di quella americana. Da questo punto di vista era stata saggia la mossa di Obama perché aveva aperto un varco tra le forze moderate dell’ Iran – anche se non è detto che poi questo corrisponda alla realtà – ma comunque aveva ridato fiato a quel fronte che poteva andare incontro alle richieste degli Stati Uniti. Diciamo che l’ accordo va migliorato, va rivisto in alcune delle sue parti, soprattutto in merito alle garanzie internazionali e ai controlli, ma, tutto sommato, sembrava funzionare o, perlomeno, questa era l’ impressione di questi ultimi anni. Però, per perfezionarlo, non era necessario lo strappo: poteva essere perfezionato, per esempio, con un colpo di scena qualora Trump avesse annunciato la proroga di altri sei mesi, a patto che venisse rivisto secondo certe regole. Però questo non sarebbe proprio di Trump che puntava al colpo di coda per mettere in allarme, soprattutto, gli alleati europei. Sta giocando una partita che fa leva su dei sentimenti antichi negli Stati Uniti.

Gli alleati europei, Macron e Merkel in testa, ma anche il governo May, hanno però deciso di mantenere in vigore l’ accordo. In questa partita, dunque, diventano concorrenti degli Stati Uniti?

La politica estera di Trump, soprattutto in quest’ ultima fase nei confronti dell’ Iran, sta finendo per danneggiare gli interessi americani: sta mettendo gli Stati Uniti sempre più da una parte rispetto al contesto internazionale, dando spazio, in particolar modo, alle ambizioni di altri soggetti come Macron o la Merkel che ha bisogno di qualche successo internazionale ed europeo. Dall’ altra parte, però, rimanda alla strategia trumpiana: quella di tirar fuori gli Stati Uniti da alcuni coinvolgimenti a livello internazionale che, tutto sommato, è quello che si aspettano gli elettori di Trump ed è importante vedere se riuscirà a mantenere questa maggioranza. Credo che in tutto questo ci sia anche un gioco dell’ Europa in ballo: l’ Europa è costretta a prendere delle posizioni e su questo Trump è stato chiarissimo. Forse questo è lo scossone che farà cambiare l’ atteggiamento europeo nei confronti degli Stati Uniti. Le avvisaglie c’ erano: dalla difesa comune agli accordi commerciali, questo è l’ ultimo di una serie di segnali. Ecco perché, come dicevo, questa decisione sull’ accordo con l’ Iran ha una portata molto più ampia a livello internazionali.

Dopo la guerra commerciale dei dazi, potrebbe iniziare una disputa con le sanzioni americane all’ Iran che andrebbero a danneggiare, tra gli altri, quei Paesi europei come Francia e Italia che intrattengono degli importanti rapporti economici. «A coloro che fanno affari con l’Iran sarà dato un po’ di tempo per fermare» gli affari con Teheran, ha reso noto la Casa Bianca. Il Tesoro americano ha però fatto sapere che potrebbero essere considerate delle esenzioni a favore di Paesi che abbiano dimostrato di aver ridotto le operazioni con l’ Iran. C’è la possibilità che, alla fine, vengano esentati gli alleati europei?

Io penso di sì. Bisogna vedere dove Trump vuole portare il rapporto con l’ Europa. Con un’ altra Amministrazione direi sì, anche per garantirsi un canale d’ accesso. Con questa Amministrazione, è difficile fare previsioni.

Si rischia, come molti hanno avvertito, che si possa scatenare un conflitto in Medioriente?

Sebbene la politica di Trump si sia dimostrata guardinga in questi mesi, il rischio di un conflitto c’è. L’ indirizzo che ha preso Trump sembra quello di grandi parole, grandi minacce e poi, nei fatti, nessuna conseguenza significativa a livello militare. Bisognerà vedere quale sarà la risposta, nel breve periodo, dell’ Iran: da come ha reagito, in questo momento, il governo di Teheran, pare non ci sia l’ intenzione di mettersi sul terreno di confronto diretto con gli Stati Uniti. E credo non sia nemmeno nell’ interesse degli Stati Uniti anche perché era una delle richieste dell’ elettorato.

Bisognerà poi considerare anche quella che sarà la strategia di Arabia Saudita ed Israele, entrambi alleati degli Stati Uniti di Trump ed entrambi contrari, fin dall’ inizio, all’ accordo sul nucleare iraniano.

Certo. Ci sono due grandi attori in Medioriente. Israele, poi, ha una posizione molto particolare. E’ evidente che, per gli Stati Uniti, un Iran più conservatore e più antiamericano, diventa quasi automatico schierarsi a favore dell’ Arabia Saudita.

«L’accordo con l’Iran è un modello per quello che la diplomazia può riuscire a fare: le sue ispezioni e il programma di verifiche è esattamente quello che gli Stati Uniti dovrebbero mettere in piedi con la Corea del Nord. In un momento in cui facciamo tutti il tifo per un successo della diplomazia con la Corea del Nord. Uscire dall’accordo con l’Iran mette a rischio il raggiungimento dei risultati che cerchiamo con la Corea del Nord» ha scritto Obama nel suo post su Facebook. Esiste la possibilità che la decisione in merito all’ accordo sul nucleare iraniano possa influenzare, in un certo qual modo, le trattative tra Washington e Pyongyang?

Non credo potrebbe influire direttamente sulle trattative o comunque sull’ apparente dialogo con la Corea del Nord. Anzi, potrebbe fare gioco a Kim Jong Un per dimostrare quanto, rispetto all’ altro ‘Stato canaglia’, lui sia capace di gestire il rapporto con gli Stati Uniti. Quindi, secondo me, dà più respiro alla Corea del Nord. Rimangono comunque due situazioni diverse, sia per motivi storici che per motivi geopolitici. Al momento credo che gli Stati Uniti siano molto più proiettati nel Pacifico: quindi, tutta la questione mediorientale e, come abbiamo visto in alcune scelte che sono state fatte da Obama, gli Stati Uniti hanno altre priorità che si trovano nel Sud-Est asiatico. Sembra quasi che il Medioriente lo lascino gestire, tutto sommato, in modi molto diversi, a Putin.

L’ ex presidente Obama, nel suo post, ha avvertito che «la trasgressione degli accordi di cui il nostro Paese è parte rischia di erodere la credibilità dell’America e di metterci in contrasto con le maggiori potenze mondiali». E’ possibile che, come sostiene Obama, questa scelta di Trump finisca per rafforzare le ‘minacce strategiche’ dell’ America come Russia e Cina?

Il problema è che finisce per creare degli spazi. Dal punto di vista della politica e delle scelte di Trump, credo che questa sia la mossa per affermare nuovamente una certa centralità della potenza americana; d’ altra parte, dipende da quale prospettiva la si guarda: secondo l’ ottica di Obama, è un indebolimento. Si creano dei nuovi spazi e questo è un dato di fatto. Penso anche che la scelta dell’ amministrazione sia quella di lasciarli quegli spazi. Non è un errore di calcolo, ma sembrerebbe una volontà.

Ritornando alla politica interna, esce rafforzata la presidenza Trump e come viene letta questa mossa, soprattutto dai repubblicani? Il Partito repubblicano sta rivalutando la figura di Trump?

Sì io credo che alcune di queste scelte siano, tutto sommato, ben viste dal Partito Repubblicano. Avrei qualche dubbio nel sostenere una rivalutazione della presidenza Trump in quanto c’è ancora qualche resistenza nel partito, anche se il Presidente li ha spiazzati, soprattutto nelle scelte di politica interna, ma anche, in qualche misura, in quelle di politica estera. La mia sensazione è che queste ultime uscite, sia per quanto riguarda la Corea del Nord che per l’ Iran, abbiano rafforzato la presidenza Trump e questo, ai repubblicani, fa gioco. Sebbene continuino ad esserci resistenze nell’ apparato tradizionale del partito, penso che i repubblicani vedano dei risultati positivi e, in vista delle elezioni, sembrano fare proprio il loro gioco.

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