martedì, Ottobre 26

Nucleare in movimento Dall'Iran alla penisola coreana, il nucleare è in movimento. E oltre i due grandi protagonisti, altro sta sobbollendo. E' tempo che gli Stati Uniti prendano in mano i due dossier centrali della questione nucleare in maniera finalmente realistica e senza ambizioni egemoniche

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Funzionari dell’Iran e dell’Arabia Saudita di medio rango si sono incontrati questa settimana a Baghdad per un quarto round di colloqui da inizio 2021, il primo da quando è stato eletto in Iran il Presidente Ebrahim Raisi. Al centro del confronto, le relazioni bilaterali da ricostruire (dopo che l’Arabia Saudita ha interrotto le relazioni con l’Iran nel gennaio 2016 e da allora il rapporto è diventato velenoso) e le questioni regionali che coinvolgono entrambe le parti.
Dunque, i due rivali regionali, dopo anni di tensioni violente, provano parlarsi, con in obiettivo ridurre l’infiammabilità della loro relazione. Il tentativo è molto importante, soprattutto perchè al centro dei colloqui sono state poste le questioni regionali sulle quali entrambi i Paesi sono coinvolti, e proprio le questioni regionali sono sul tavolo delle trattative sul nucleare iraniano poste dagli Stati Uniti come una delle condizioni -cessazione del comportamento minaccioso di Teheran nei confronti dei partner regionali statunitensi- al centro della trattativa per il rientro USA nello JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), e sono considerate un grave ostacolo che si ripresenterà a Vienna quando riprenderanno -si ritiene a breve- le trattative.

Più o meno nelle stesse ore in cui a Baghdad si provava a togliere di mezzo un ‘ostacolo nucleare’, in Corea del Nord, il regime annunciava di aver lanciato con successo un razzo supersonico planante, un nuovo tipo di missile balistico che trasporta una ‘testata planante ipersonica staccata’. Ciò dopo una serie di altri due test condotti nelle scorse settimane (il lancio di un missile da crociera ‘strategico’ e due missili balistici ferroviari), trionfalmente annunciati da Pyongyang, e mentre al Palazzo di Vetro di New York, l’ambasciatore nordcoreano Kim Song dichiarava il «giusto diritto all’autodifesa»; «Stiamo solo costruendo la nostra difesa nazionale per difenderci e salvaguardare in modo affidabile la sicurezza e la pace del Paese», osservando che gli Stati Uniti hanno quasi 30.000 soldati di stanza nella Corea del Sud e che non c’è stato mai alcun trattato formale per porre fine la guerra di Corea. Se gli Stati Uniti rinunciassero alla loro ostilità, la Corea del Nord «risponderebbe volentieri in qualsiasi momento», ha detto l’ambasciatore ai delegati delle Nazioni Unite, «ma è nostro giudizio che non ci sia alcuna prospettiva nella fase attuale per gli Stati Uniti di ritirare davvero la loro politica ostile».
Una dichiarazione che, accompagnata, un’ora prima, dal lancio del razzo supersonico, è perfettamente in linea con la politica di sempre di Pyongyang e con la decisione di Kim Jong-un didare uno scrollonealla Casa Bianca(considerata dai più latitante sul dossier) perchè si decida a volgere lo sguardo verso la penisola coreana, e insieme approcciare Seoul -Kim Yo Jong, sorella di Kim e sua consigliere chiave, nello scorso fine settimana aveva affermato che Pyongyang è disposta a prendere in considerazione un vertice intercoreano sulla base del ‘rispetto’ e ‘imparzialità’ reciproci, proprio mentre la Corea del Sud sta potenziando il suo arsenale nucleare, e ieri è entrata a far parte della State Affairs Commission (SAC), l’organo di governo del Paese guidato da suo fratello, consolidando ufficialmente il suo ruolo nella leadership della Corea del Nord. Non sorprende, dunque, la notizia di ieri, diramata dal quotidiano ufficiale nordcoreano ‘Rodong Sinmun‘, secondo il quale Kim Jong-Un ha respinto l’offerta di apertura di un dialogo fatta dagli Stati Uniti, definendola «una facciata per nascondere i loro inganni e i loro atti ostili».
E sempre ieri, mentre il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riuniva proprio per discutere sulla Corea del Nord, Kim ha mandato il suo ennesimo messaggio: ha fatto annunciare dalla ‘Kcna‘ che la Repubblica popolare democratica di Corea ha lanciato un nuovo missile antiaereo, dopo che, parlando al all’Assemblea Suprema del Popolo, aveva detto: «Dall’avvento della nuova Amministrazione Usa, la minaccia militare statunitense e la loro politica ostile nei nostri confronti non sono minimamente cambiate, ma sono diventate più astute».

Dunque, dall’Iran alla penisola coreana, il nucleare è in movimento. E oltre i due grandi protagonisti, altro sta sobbollendo.
Israele è sempre più preoccupata dalla postura dell’Iran diStato di soglia nucleare‘. I progressi nucleari dell’Iran dal ritiro di Donald Trump dall’accordo del 2015 sono considerati irreversibili, l’Iran si considera che avrà prodotto abbastanza uranio per una bomba nucleare entro un mese. Il che ha aperto un dibattito all’interno dell’establishment della sicurezza israeliana su come reagire, sull’opportunità o meno di cambiare la sua politica diambiguità nucleare‘ (policy of deliberate ambiguity). Israele non ha mai riconosciuto di avere un programma nucleare militare sostenendo ufficialmente che «non sarà il primo Paese a introdurre armi nucleari in Medio Oriente», di fatto il Paese ha un programma nucleare militare dalla fine degli anni ’60 che ora include più di 200 testate. Il primo ministro Naftali Bennett, nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha minacciato di intraprendere un’azione militare contro gli impianti nucleari iraniani, e però non pensa che Israele abbia bisogno di cambiare la sua politica di ‘ambiguità nucleare’. Di fatto il dibattito è aperto.
Un
nervosismo sul nucleare che coinvolge anche l’Arabia Saudita.
I funzionari sauditi stanno osservando le azioni della nuova Casa Bianca -come il recente ritiro da parte di Biden dei missili Patriot e dei caccia dal suolo sauditae da quel che vedono si sentono tutt’altro che rassicurarti, visto che sono fatti che indicano il ritiro degli Stati Uniti dall’area. Riyadh ha da tempo dichiarato che è probabile che l’Arabia Saudita costruisca la propria capacità nucleare se l’Iran ne sarà dotato.

Altresì, si ipotizza che l’Emirato islamico insediatosi in Afghanistan possa cercare di militarizzare l’energia nucleare per sviluppare un’arma di distruzione di massa. Gli esperti sono scettici che una simile azione possa essere imminente, ma la possibilità, almeno teorica, non è esclusa.
E non si dimentichino: 
i sottomarini atomici dell’Australiai giacimenti di silos missilistici della Cina, oltre l’attività incessante di Stati Uniti e Russia.

Se gli Stati Uniti prendessero in mano i due dossier centrali della questione nucleare -Iran e Corea del Nord- in maniera finalmente realistica e senza ambizioni egemoniche, probabilmente la corsa al nucleare rallenterebbe e ci sarebbe lo spazio per avviare un percorso costruttivo in vista degli incontri dei prossimi mesi sui trattati chiave sul controllo delle armi nucleari, in particolare quello sul Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), che sarà discusso a gennaio 2022.

Affrontare in maniera realistica le queste questioni nucleari significa in primo luogo considerare le motivazioni che spingono Iran e Corea del Nord a pagare costi altissimi -sia politici che economici- pur di non rinunciare al nucleare.

L’Amministrazione Trump, ritirandosi dal JCPOA e re-imponendo le sanzioni, ovvero lanciando la campagna dimassima pressione‘,riteneva di costringere l’Iran ad accettare le condizioni USA e, nella migliore delle ipotesi, ottenere anche il crollo del regime. Previsione del tutto errata. Anzi, oggi i ruoli si sono capovolti, e «l’Iran ha adottato una sorta di approccio di massima pressione sugli Stati Uniti. Sta adottando un approccio trumpiano nei nostri confronti, con l’aspettativa che cederemo”, come ha commentato Dennis Ross, diplomatico americano di lungo corso in Medio Oriente.

Le ambizioni nucleari e i modelli di comportamento dell’Iran dovranno essere tenute ben presenti questa volta, dagli USA e da tutta la comunità internazionale, quando il tavolo di Vienna riprenderà i lavori.
L’Iran è più vicino a una bomba nucleare di quanto non lo sia mai stato, secondo le valutazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e di altri esperti. Alcuni e
sperti ora credono che a Teheran manchi solo un mese per avere abbastanza materiale fissile, o uranio per armi, per costruire una bomba. Per tanto, tempo da perdere non c’è. Anzi, forse il tempo è già scaduto.
Le
«profonde carenze nella comprensione delle motivazioni e della strategia di Teheran», la non conoscenza «della prospettiva di Teheran» ha impedito fino ad ora di «sviluppare una strategia praticabile di non proliferazione e contro-proliferazione per moderare i suoi obiettivi nucleari», afferma Ariel (Eli) Levite, esperto di politica nucleare del Carnegie Endowment.
«
L’ambizione costante dell’Iran è stata quella di diventare un giorno uno Stato dotato di armi nucleari, un’ambizione evidente durante il regno di Shah Mohammad Reza Pahlavi e rinvigorita dalla Repubblica islamica dopo la sanguinosa e traumatica guerra Iran-Iraq negli anni ’80». Fino a quando non raggiungerà questo status nucleare l’Iran procederà cercando di accrescere le sue capacità ove possibile, facendo concessioni tattiche quando necessario e acquisendo mezzi propri per attraversare la soglia nucleare. «Due fattori si combinano per alimentare o consolidare le ambizioni nucleari dell’Iran, e altri due fattori hanno finora domato questo impulso. Il primo motore delle ambizioni nucleari dell’Iran è una combinazione di paranoia e grandiosa autostima. In termini di paranoia, le élite iraniane condividono un profondo senso di vittimismo storico fondato sia sull’eredità dell’Islam sciita (risalente al VII secolo) sia sul carattere persiano dell’Iran, poiché il Paese ha sperimentato ripetuti avventurismi e aggressioni straniere che hanno approfittato della sua debolezza. Naturalmente, la Repubblica Islamica nutre tali sentimenti in modo ancora più acuto rispetto al governo precedente, vedendo anche iniziative estere ben intenzionate per sbloccare lo stallo diplomatico e reintegrare l’economia iraniana con il resto del mondo come un veleno zuccherato progettato per minare il regime islamico, come il leader supremo del Paese ha più volte chiarito. Ma allo stesso modo, l’Iran si considera un orgoglioso discendente e l’incarnazione moderna di una grande civiltà con interessi ampi ed espansivi, una civiltà che si estende dall’Asia centrale attraverso il Golfo Persico fino al Mar Mediterraneo. Questi interessi non sono solo territoriali, ma anche etnici,religiosi e funzionali, e riguardano non solo i compagni musulmani sciiti, ma anche altri aspetti dell’identità iraniana come Paese a maggioranza musulmana, sostenitore del non allineamento diplomatico e importante produttore di petrolio. Agli occhi di molti leader iraniani, l’Iran non solo merita il suo posto al sole, ma può anche garantire o consolidare ulteriormente la sua legittima posizione possedendo armi nucleari. La questione nucleare gioca a favore di questa illusione di grandezza iraniana sotto un altro importante aspetto. Ha reso ripetutamente possibile per i leader iraniani costringere le maggiori potenze mondiali a prendere sul serio il loro Paese e sedersi e negoziare ripetutamente la questione nucleare, autorizzando così l’Iran a ottenere incentivi in cambio di concessioni nucleari simboliche. In altre parole, non solo le azioni nucleari dell’Iran, ma anche la lunga diplomazia nucleare rafforzano il senso di auto-importanza di Teheran. Garantire un accordo nucleare a tempo indeterminato che sperpererebbe questo prezioso strumento non è quindi nelle intenzioni dell’Iran».
«Il secondo fattore che guida il processo decisionale dell’Iran è una
valutazione ampiamente condivisa tra le élite iraniane che, se Teheran supererà la soglia nucleare, la comunità internazionale alla fine imparerà ad accettarla». I leader iraniani sono convinti che l’acquiescenza è destinata a seguire, una volta che l’atto è compiuto.

Entrambi questi principi della visione del mondo dei leader iraniani si sono combinati negli ultimi decenni per produrre sforzi strategici chiari e coerenti (sebbene tatticamente flessibili) per far avanzare l’Iran verso la soglia nucleare.

«Un fattore importante che tempera la spinta dell’Iran verso la nuclearizzazione è un concettoprofondamente radicato dalle origini musulmane che è stato notevolmente ampliato come principio culturale sciita, vale a dire la pazienza/resistenza strategica». Il programma nucleare iraniano, prosegue Ariel (Eli) Levite ha dimostrato solo un modesto senso di urgenza; «gliinseguimentinucleari di Teheran sono stati visti dalla leadership iraniana come una maratona,piuttosto che uno sprint». A livello strategico, «il comportamento nucleare di Teheran è stato ampiamente coerente e generalmente riuscito nel tentativo di trovare un equilibrio tra l’attrazione delle sue ambizioni nucleari e il contraccolpo delle sue occasionali moderazioni».
«L’Iran è anche riuscito a resistere all’alto prezzo economico imposto dalle sanzioni internazionali prima del 2015 e di nuovo dopo il 2018 senza rinunciare alle sue ambizioni nucleari. Attestando sia la forza delle sue convinzioni nucleari sia i suoi modi cauti di perseguirle, l’Iran ha scelto di far avanzare notevolmente il suo arricchimento nucleare in termini di qualità, quantità e livello». In più, e questi sono fatti dell’oggi (primavera-estate 2021), «dopo l’elezione del Presidente iraniano Ebrahim Raisi nel giugno 2021, l’Iran ha intensificato l’offensivadi charmdiretta ai Paesi del Golfo per cercare di minare la formazione di una coalizione anti-Iran e allo stesso tempo corteggiare il sostegno diplomatico cinese e russo per contrastare gli Stati Uniti». I colloqui in Iraq sono frutto di questa ‘offensiva’.

Il nuovo Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian intervenendo alle Nazioni Unite ha dimostrato «l’emergente convinzione del suo governo di avere, per la prima volta da anni, il sopravvento in Medio Oriente e di essere intenzionato a rendere l’Iran un cosiddettoStato di soglia nuclearesotto la copertura del dialogo con l’Occidente», afferma Michael Hirsh, corrispondente senior di ‘Foreign Policy‘. «”Gli iraniani chiaramente non hanno più paura di noi“, ha commentato Dennis Ross. “Questo di per sé significa che non abbiamo davvero il livello di deterrenza di cui abbiamo bisogno, sia sulla questione nucleare che nella regione“. Ross e altri hanno descritto questo come un ironico capovolgimento della campagna di pressione internazionale sull’Iran esercitata da Donald Trump».
La ritrovata fiducia dell’Iran è anche rafforzata dalla sensazione che altre grandi Nazioni che una volta si erano unite all’alleanza guidata dagli Stati Uniti si stiano staccando. Ciò è particolarmente vero per la Cina, che ha indicato di essere pronta a fare nuovamente affari con Teheran, dopo aver ripreso gli acquisti di petrolio dall’Iran. Teheran ha anche ripreso a inviare carburante ai suoi alleati di Hezbollah in Libano attraverso la Siria. E recentemente Pechino ha aderito alla richiesta di Teheran di aderire alla Shanghai Cooperation Organization, l’alleanza eurasiatica dominata da Cina e Russia che comprende anche India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan.

Secondo diversi diplomatici addentro ai colloqui di Vienna, l’Iran sta cercando cercando di prendere tempo e prolungare i colloqui mentre si avvicina al suo punto di non ritorno erottura‘, ovvero quando avrà ottenuto abbastanza uranio arricchito per una bomba. 

«Indipendentemente dal fatto che Teheran arrivi o meno al punto di costruire apertamente un’arma nucleare, la preoccupazione maggiore è che, un po’ come il Giappone, avrà il know-how e l’uranio arricchito per costruirne una molto rapidamente. Anche quel risultato, noto come ‘stato soglia’, cambierebbe drasticamente l’equilibrio di potere nella regione» così come al tavolo viennese.
«Gli iraniani sono fiduciosi che il tempo sia dalla loro parte e che l’influenza degli Stati Uniti abbia raggiunto il picco», ha affermato Ali Vaez dell’International Crisis Group. Quando i colloqui riprenderanno, l’Iran riterrà che l’Occidente non abbia alternative all’accettazione delle loro richieste di revoca delle sanzioni.

La vicenda nordcoreana in qualche modo è simile, in termini di forte motivazione e obiettivo.
L’obiettivo americano è la completa e verificabile denuclearizzazione della Corea del Nord, con la disponibilità a offrire ricompense economiche solo dopo che la denuclearizzazione sarà ben avviata e irreversibile. Kim Jong-un si è impegnato a «lavorare verso la completa denuclearizzazione», ma attraverso un processo graduale in cui i passi nordcoreani verso la denuclearizzazione siano abbinati in ogni fase ai passi statunitensi verso la costruzione di un regime di pace nella penisola coreana e rimuovendo le sanzioni USA.
Kim ha dimostrato in questi anni di non avere alcuna intenzione di rinunciare completamente al suo deterrente nucleare. E per quanto sia interessato all’aspetto economico, Kim non darà mai la priorità all’economia rispetto al nucleare, anche perchè è fermamente convito che lo sviluppo economico sia possibile solo perché la Corea del Nord ha garantito la sua sicurezza con armi termonucleari e missili balistici intercontinentali.

«La comunità di intelligence degli Stati Uniti ha valutato che le capacità nucleari di Pyongyang sono destinate alla deterrenza, al prestigio internazionale e alla diplomazia coercitiva. Dal punto di vista di Pyongyang, avere armi nucleari ha un senso eminente poiché soddisfa contemporaneamente diversi obiettivi di politica estera di vecchia data: sopravvivenza del regime, dissuadendo gli attacchi o le rappresaglie alleate in risposta alle provocazioni nordcoreane; fonte di orgoglio nazionale, raggiungendo la parità con gli Stati Uniti; legittimità interna e prestigio internazionale per la leadership; enorme potenza militare, superando le carenze delle forze convenzionali; leva formidabile per la diplomazia coercitiva, per strappare concessioni e benefici», sostiene Heritage Foundation. «La Corea del Nord vede le armi nucleari come un mezzo per ottenere lo status di parità con gli Stati Uniti. Pyongyang ha cercato a lungo il riconoscimento formale come Stato con armi nucleari per trattare con Washington da una posizione di parità». Il Ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong-ho ha dichiarato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che l’obiettivo finale di Pyongyang è «stabilire l’equilibrio di potere con gli Stati Uniti».

Pyongyang ha utilizzato gli anni di negoziazione e i ritardi per aumentare le sue scorte, non ha mai smesso di costruire i suoi programmi nucleari e missilistici.
Khang X. Vu del Boston College, per il think tank Lowy Institute di Sydney, analizzando il discorso di Kim all’8° Congresso del Partito dei lavoratori, sottolinea come questo abbia omesso di parlare della denuclearizzazione, «ponendo invece l’
accento sul fatto che la Corea del Nord sia unpossessore responsabile di armi nucleari”. Kim sembrava anticipare pochi cambiamenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord», il più importante di questi recenti sviluppi, secondo Vu e altri analisti, è «che la Corea del Nord voglia ora firmare un accordo sul controllo degli armamenti con gli Stati Uniti. Un tale accordo equivarrebbe a un riconoscimento formale come potenza nucleare. Sono finiti i giorni della denuclearizzazione completa, verificata e irreversibile».

Questo si addice a Pyongyang, sottolinea l’analista. «Oltre ai vantaggi diretti di essere trattati come una potenza nucleare in una relazione di deterrenza, il desiderio della Corea del Nord di un accordo per il controllo degli armamenti ha un altro importante effetto collaterale. Storicamente, gli Stati hanno usato il controllo degli armamenti come mezzo per creare un cuneo tra i nemici. La Corea del Nord non fa eccezione. Pur essendo in grado di mantenere alcune delle sue armi nucleari, Pyongyang cerca di sfruttare un accordo sulcontrollo degli armamenti come un compromesso per Washington che demolisce una ‘politica ostile’», con in obiettivo indebolire la garanzia di sicurezza degli Stati Uniti alla Corea del Sud, obiettivo che la Corea del Nord persegue da tempo.

«Un accordo per il controllo degli armamenti si adatta all’attualeoffensiva del fascinodella Corea del Nord perché è essenzialmente un impegno per evitare la guerra e stabilizzare le relazioni interstatali». Ma l’eventualità potrebbe essere attraente che per gli Stati Uniti, sottolinea Khang X. Vu. «Con la Corea del Nord che avanza verso una capacità di attaccare il continente americano, l’obiettivo immediato per gli Stati Uniti è ritardare e congelare lo sviluppo nucleare e missilistico di PyongyangUn accordo sul controllo degli armamenti potrebbe essere più allettante di accordi di denuclearizzazione ripetutamente provati e falliti». Attrattività che non deve far sottovalutare i rischi insiti, a partire dagli effetti collaterali negativi per l’alleanza USA-Corea del Sud.

L’ambasciatore Thomas Graham Jr., una carrieratutta dedicata al controllo degli armamenti, su ‘Just Security‘, del Reiss Center on Law and Security presso la New York University School of Law, in un intervento dei giorni scorsi sottolinea come «l’adozione di una politica di non utilizzo iniziale delle armi nucleari» sarebbe un primo ma importante passo per ridurre il rischio di guerra nucleare derivante da incidenti, errori di calcoloo incomprensioni. «Con l’Amministrazione Biden che sta preparando il suo Nuclear Posture Review, i tempi potrebbero essere maturi». In questo contesto è possibile che Biden provi anche a cambiare strategia di approccio a Corea del Nord e Iran? Lo si vedrà tra qualche mese.

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