sabato, Maggio 15

Nuclear Security Summit 2016: bilancio in chiaroscuro

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Per gli Stati Uniti di Barack Obama, il bilancio del Nuclear Security Summit tenutosi a Washington lo scorso 31 marzo-1 aprile, appare in larga misura positivo. Nonostante la scontata assenza della Corea del Nord e dell’Iran e quelle – meno scontate – di Russia e Bielorussia, la partecipazione alla conferenza (tenutasi per la prima volta sei anni fa, sempre a Washington, proprio su iniziativa dell’amministrazione Obama e da allora ripetutasi con cadenza annuale, dapprima a Seoul, quindi a L’Aja) è stata significativa soprattutto per quanto concerne i Paesi dell’Asia Sud-orientale. L’ennesima conferma – se mai fosse stata necessaria – di quanto i test nucleari e missilistici nordcoreani (per ultimi il test nucleare sotterraneo dello scorso 6 gennaio, poco credibilmente presentato come quello di una nuova arma all’idrogeno, e quello di due missili balistici il 18 marzo successivo) contribuiscono a fare della regione l’attuale ‘fronte caldo’ nel campo della proliferazione. In questa prospettiva non stupisce la scelta di Pyongyang di procedere – secondo quanto annunciato dalle autorità sudcoreane – a un nuovo test venerdì 1 aprile, in concomitanza con il lavori del Summit, nel corso del quale un nuovo missile sarebbe stato lanciato al largo delle coste orientali del Paese.

E’ proprio nel campo del contenimento delle ambizioni nordcoreane che l’NSS 2016 pare avere prodotto i risultati più importanti. Soprattutto l’impegno assunto dalla Cina di attuare ‘pienamente e rigorosamente’ le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza ONU contro Pyongyang costituisce un segnale significativo, oltre che un nuovo passo compiuto dai vertici della RPC sulla strada intrapresa all’epoca dei test della primavera 2013, quando Pechino aveva lasciato trapelare per la prima volta in maniera esplicita la sua insoddisfazione per la scelta compiuta dal regime di Kim Jong-un. La convergenza che si è registrata su questo punto fra Obama e il suo omologo Xi Jinping rappresenta inoltre un nuovo tassello nel processo di avvicinamento in corso da qualche tempo fra le posizioni dei rispettivi Paesi. Al di là delle divergenze (che pure continuano a esistere), gli anni della seconda amministrazione Obama, sembrano, infatti, avere assistito a un consolidarsi dell’asse fra Washington e Pechino, con la prima che trova nella seconda un partner importante in vista del (ridimensionato ma mai abbandonato) pivot to Asia e la seconda che trova nella prima un referente essenziale per dare forma concreta alle sue ormai esplicite ambizioni di leadership regionale.

Più complessa appare, invece, la situazione nell’altro quadrante strategico della politica di counter-proliferation statunitense. Nella regione del Medio Asiatico, la definizione di un accordo sulla questione del nucleare iraniano (accordo che è entrato nella sua fase di attuazione con lo scattare, lo scorso 16 gennaio, del c.d. ‘I-Day’ ) non è bastata, infatti, ad avviare l’auspicata ‘descalation’. Le tensioni fra India e Pakistan non sono diminuite, con i vertici di Islamabad che hanno scelto proprio il palcoscenico dell’NSS per ribadire il loro diritto a proseguire nello sviluppo di un programma nucleare che il Ministro degli Esteri, Aizaz Chaudhary, ha definito ‘modesto’ rispetto a quello portato avanti da Nuova Delhi. Parallelamente, i rapporti fra Pakistan e Arabia Saudita paiono essersi rafforzati. Già in passato Islamabad aveva annunciato la disponibilità a fornire a Riyadh know how nucleare (e, se del caso, armi) nel caso in cui Teheran avesse sviluppato capacità proprie nel settore; di contro, i capitali e l’aiuto sauditi hanno svolto un ruolo-chiave nei rapidi passi avanti fatti dal programma pakistano. Un rapporto che è stato sinora benefico per entrambi che lo ‘sdoganamento’ dell’Iran da una parte, le crescenti ambizioni regionali dell’India di Narendra Modi dall’altra rischiano di rilanciare.

Fino ad oggi, l’amministrazione Obama ha scelto di ‘chiudere un occhio’ sugli sviluppi che – in campo nucleare – hanno caratterizzato le monarchie petrolifere del Golfo. Ciò, in parte, per controbilanciare le aperture nei riguardi dell’Iran, che a Riyadh e nelle altre capitali della regione hanno sollevato timori largamente espressi. Il raffreddamento dei rapporti fra Washington e Riyadh e la (parziale) ‘autonomizzazione’ di quest’ultima dal suo ‘grande protettore’ sancita della c.d. ‘dottrina Salman’, tuttavia, hanno gradualmente trasformato questa politica in una sorta di scelta obbligata. Il ruolo che – fra i ‘grandi’ – Francia, Russia e Cina sono riuscite a ritagliarsi nello sviluppo dei programmi nucleari nella regione ha, inoltre, accentuato il carattere multilaterale di ogni strategia (credibile) di non-proliferazione; un fatto, questo, che stride non poco con l’assenza, all’NSS, della delegazione russa. Nonostante l’invito indirizzato da Obama a Mosca per una riduzione concordata dei rispettivi arsenali (invito ribadito alla vigilia del summit di Washington), i punti di contrasto fra i due Paesi rimangono, infatti, parecchi; non ultimo quello legato all’adozione, con la nuova dottrina militare russa, del concetto di ‘nuclear de-escalation’ che continua a sollevare i timori di Washington e dei suoi alleati europei.

 

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