martedì, Agosto 3

Nostra culpa (se compriamo il libro di Corona) field_506ffb1d3dbe2

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corona

L’ammiccante titolo è stato scippato – naturalmente, mica c’è più religione… – direttamente dalla liturgia cattolica. E’ ‘Mea culpa – Voglio che mio figlio sia orgoglioso di me’ che Fabrizio Corona, nelle patrie galere, ovvero il Carcere di Opera, avrebbe scritto (ma poi si scopre con il supporto di uno dei fratelli… e ciò la dice lunga sulla supervisione pentitistica: è farina del sacco di chi dei due?) e che prossimamente la Mondadori lancerà in libreria.

Ne ha anticipato alcuni lacrimevoli contenuti il ‘patinato’ di famiglia ‘Chi’, naturalmente suonando la grancassa su questo ‘evento letterario’. Ma per carità (di Dio… Colui a cui si dovrebbe rivolgere il mea culpa, ma non a scopi di marketing… anche se di automarketing si potrebbe parlare anche quando vogliamo essere mondati dai nostri peccati, per lo più assai più veniali di quelli del paparazzo con orgasmi di onnipotenza!).

Dicevo: per carità, già si legge poco e le librerie chiudono; già editori che non ti chiedono il contributo per la stampa sono pochissimi, persino fra nomi togati; già il mondo dell’editoria è una palude, c’era bisogno di questa captatio benevolentiae per un bullo tracotante che non ci credo neanche se lo vedo che si sia pentito?

Mentre ci stracciamo le vesti su un’Italia analfabeta – di andata e di ritorno – e su FB vedo cose indescrivibili, cronache marziane scritte da selfie maitres à penser ajo, ojo e peperoncino, con orrori/errori da prima elementare -, ecco che celebriamo il trionfo del peggio del peggio, ovvero di uno che ha vissuto a lungo borderline, fra ricatti ed eccessi (a proposito, come farà ad approvvigionarsi, in carcere?), in una sorta di religione dell’annullamento delle virtù civiche, dei doveri del cittadino che, pure, sono il naturale bilanciamento dei diritti: gli uni reggono gli altri.

Ed invece, manco fosse vittima di un clamoroso errore giudiziario, pur avendo accumulato condanne come in un album delle figurine Panini, lui se ne esce con una raccolta di lettere dal carcere che lo candiderebbe al ruolo di Silvio Pellico del nuovo Millennio.

Se Severino Boezio, dalla cella del carcere di Pavia, mica tanto lontano da Opera, partoriva una pietra miliare dell’elevazione dello spirito come ‘De consolatione philosophiae’ (diteglielo a Corona che fu lui a scrivere: ‘Nulla è più fugace della forma esteriore, che appassisce e muta come i fiori di campo all’apparire dell’autunno.’); se Pier delle Vigne, coautore delle Constitutiones Melfitane, il Codice legislativo illuminato che fu uno dei motivi di grandezza dell’Imperatore Federico II, fu catturato a Cremona (anche qui, rimaniamo in Lombardia) in quanto accusato di tradimento, e si stagliò fra i suoi coevi come un grande del pensiero; se dal confino di Ventotene, nello scorso secolo, da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nacque l’idea concreta dell’Europa unita e le ‘Lettere dal Carcere’ di Antonio Gramsci sono un faro del pensiero politico, c’era necessità, se non per quel – siamo generosi e persino fantascientifici – 13% di diritti d’autore (in genere, non si oltrepassa il 10%) ed il resto va suddiviso fra editore e distribuzione, di mettere in commercio una cosa che poteva anche risolversi con una serie di email private?

Lo sdolcinato racconto di un rapporto con un’altra furbetta approfittatrice della subalternità che ha una fascia di minus habens, i quali si bevono ogni azione di gente senza qualità del mondo dello star system, rispondente al nome di Belen Rodriguez, si regge finché non ci si ricorda, che in molti degli episodi di guida senza patente e di soste in luoghi vietatissimi, la madamina era accanto a Fabrizio er Bullo e ne traeva le sue belle utilità, pompando la sua fama di aria fritta. La quale – l’ho già scritto tempo fa – ancora recentemente, dopo essersi sposata da qualche mese, già annunciava una crisi con quel bamboccione che è andata a raccattarsi, per poi stimolare ulteriori gossip, affermando di voler allontanare lo spettro del dissidio concependo un altro innocente, come se i bambini fossero soltanto gli ammortizzatori dell’incomunicabilità di coppia. 

Insomma, una bella montatura, ‘sto libro, che porterà più che altro soldi ad un altro pregiudicato, il quale, a differenza di Corona, ancora non espia le colpe per cui è stato condannato con sentenza ormai passata in giudicato.

Quanto al fratello di Corona, partner di scrittura, due fonti diverse sul web attribuiscono la co-autorialità a un germano differente: il maggiore, Francesco, pare che sia una persona corretta e civile; il minore, Federico, fa il tronista e si è avviato nella giungla delle starlette fuffaiole, volendo, sia pure in maniera meno spregiudicata, fare il verso al fratello ‘famoso’ (tristemente).

Io credo che il fiancheggiatore sia Federico, tant’è che fu lui, quando, tempo fa, si diffuse nei media la notizia di un tentativo di suicidio del detenuto, a darne smentita (ogni tanto escono queste leggende metropolitane: sabato scorso, su Internet, imperversò quella del suicidio di Michele Misseri, poi priva di fondamento).

Quanto al sottotitolo, ‘Voglio che mio figlio sia orgoglioso di me’, mi sembra davvero un ulteriore specchietto per le allodole. Vabbé che sui giornali abbiamo assistito a tutto ed al contrario di tutto, laddove persino la figlia di Totò Riina rivendica la propria fierezza verso suo padre (condannato ad un bouquet di ergastoli per le peggio cose accadute in Italia in certi anni, comprese le bombe di Roma, Milano e Firenze); ma con una fedina penale non certo intonsa, cosa gli raccontiamo al baby Corona? Che papà è stato ipnotizzato dai marziani ed è andato distribuendo reati e ricatti come confetti?

Piuttosto, io penserei ad un altro personaggio dell’albero genealogico dei Corona a cui chiedere perdono: al padre Vittorio, grande giornalista (e chi l’ha conosciuto dice che fosse una persona meravigliosa), ormai scomparso, che si è trovato incolpevolmente un simile ceffo in famiglia (col pericolo di contagio anche ad un altro). Sì, lui è in carcere, sta espiando ed è un detenuto modello: ma, se mi permettete, dopo tutte le sparate che ha fatto, al di là delle parole che tutti son buoni a scrivere (specie se hanno un convincente ghost writer), chi ci garantisce la sua reale redenzione?

 

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