venerdì, Agosto 19

Pyongyang e Seoul: gemelli diversi, nel segno delle Olimpiadi Non sono le prime Olimpiadi in terra coreana. Come andò nel 1988?

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La Corea del Nord di Kim Il-sung, invece, sulla scia degli esempi dei suoi alleati (e non solo) alle Olimpiadi precedenti, non partecipò a quei Giochi. Non solo: prese le distanze da tutti quei Paesi suoi alleati (Ungheria, Bulgaria, etc) che accolsero l’invito del suo nemico del Sud e presero parte alla manifestazione, cogliendo, con questa, l’occasione di stabilire nuovi amichevoli rapporti con questa giovane e dinamica realtà economica asiatica. L’Urss sarebbe repentinamente crollata di lì a pochi anni e, ancora nel 1988, quello che sarebbe accaduto dal 1989 in poi era non solo ritenuto improbabile, ma nemmeno pensabile, sebbene i tempi della corsa esasperata agli armamenti, del terrore nucleare e dello spionaggio alla James Bond fossero, già allora, lontani dagli occhi e dal pensiero dei più. Tuttavia, le differenze ideologiche erano ancora sufficientemente forti per essere messe da parte in favore di una più pragmatica ottica di Realpolitik.

Trent’anni dopo, Kim Jong-un fa proprio quello che il nonno non aveva fatto: i muri ideologici sono – quasi tutti – crollati, i regimi comunisti sono scomparsi o hanno preso direzioni che pochissimo hanno a che vedere con quanto teorizzato da Karl Marx e la Corea del Nord resiste pressoché unicamente per ragioni di equilibrio geopolitico fra Cina e Stati Uniti. Kim Jong-un ha bisogno di presentarsi al mondo come una potenza credibile dal punto di vista politico e militare e a questo scopo segue due strade. La prima, battuta da tempo, è quella di farsi riconoscere come potenza nucleare. Il possesso della bomba, così come i lanci missilistici degli ultimi anni vanno letti più come deterrente a un abbattimento violento del regime: è, per certi versi, un’arma di difesa, piuttosto che di offesa. Il suo possesso e le minacce di un suo uso dovrebbero, nell’ottica di Kim, scoraggiare chiunque ad attentare alla sopravvivenza del proprio regime. La seconda strada, molto recente e in attualissima via di definizione, è quella del dialogo. Le Olimpiadi di PyeongChang sono la prima vera occasione per mettere in pratica l’altro lato della medaglia della politica estera nordcoreana, per aprire un canale di comunicazione con il mondo esterno al regime e consolidare la propria posizione sullo scacchiere geopolitico, al netto delle divisioni ideologiche, ridotte, in questo senso, a strumento di indottrinamento interno e non a chiave di lettura geopolitica.

Anche sotto l’aspetto economico i trent’anni trascorsi si fanno sentire. I dati economici della Corea del Nord sono irreperibili, essendo il regime molto chiuso, tuttavia possiamo fare alcune considerazioni dall’esterno. La Nord Corea era ed è uno Stato poverissimo ed economicamente depresso, retto perlopiù da finanziamenti esteri dei regimi amici, mentre denuncia a livello popolare una povertà diffusa e, sotto questo aspetto, poco è cambiato. Tuttavia, gli ingenti investimenti nella ricerca bellica tradiscono una certa disponibilità economica del regime, anche considerando gli indubbi passi da gigante che sembra aver fatto negli ultimi anni, come dimostrano i lanci missilistici. Inoltre, la Corea del Nord sta facendo investimenti in Africa, sul modello del suo vicino e protettore cinese: Angola, Benin, Namibia e tanti altri sono gli approdi degli interessi economici e strategici del regime di Pyongyang, utili per espandere la propria rete di interessi e per portare, alle casse nordcoreane, quella valuta estera di cui ha estremo bisogno, anche a causa del vigente embargo commerciale e delle sanzioni a cui essa è sottoposta. Quel che è certo è che la Corea del Nord sta muovendosi su più piani contemporaneamente, nascondendosi dietro l’immagine bizzarra del suo leader.

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