lunedì, Settembre 27

Non solo Istituti Confucio Se l'Occidente chiude le porte agli IC, il mondo emergente accoglie la cultura cinese attraverso forme altre

0

Per qualcuno sono i cavalli di Troia del soft power cinese nel mondo; per altri un insulto alla libertà accademica delle università ospitanti. Ciò che è certo è che gli Istituti Confucio (IC), araldi della lingua e della cultura d’oltre Muraglia, dovranno abituarsi a ricevere un’accoglienza spesso poco calorosa, almeno dalle nostre parti. Il problema? La loro dipendenza dallHanban (l’Ufficio nazionale per l’insegnamento del cinese come lingua straniera appendice del Ministero dell’Istruzione), ovvero dal Governo di Pechino, -secondo molti- comporterebbe troppi rischi per l’integrità ideologica dei partner stranieri. A cui si aggiunge il sospetto di una prezzolata sudditanza all’agenda politica cinese per quanto riguarda dossier sensibili come l’indipendenza di Tibet e Taiwan.

Il dibattito sui Confucio -che a differenza dei consimili Goethe-Institut e Istituto Cervantes operano all’interno di università straniere– è cosa nota. Dal 2004 a oggi gli IC si sono espansi in 465 atenei di 123 Paesi, ma recentemente il processo di go-global ha registrato una pesante battuta d’arresto. Costantemente sotto la lente d’ingrandimento dei detrattori di Pechino, nell’ultimo lustro gli Istituti hanno perso diversi partner, da ultime l’Università di Stoccolma (a dicembre) e quella di Chicago (a settembre); quest’ultima -ufficialmente- non avrebbe rinnovato la collaborazione a causa di alcuni commenti inopportuni rilasciati dal Direttore dell’Hanban, Xu Lin. Non solo la gaffe ricorreva in concomitanza delle celebrazioni per il Decimo anniversario del Confucio, ma si dà anche il caso che Xu fosse giusto reduce da un precedente scivolone. Era il 22 luglio quando alla vigilia della conferenza dell’European Association of Chinese Studies (EACS) di Braga, Portogallo, per volere di Xu il programma dell’evento veniva frettolosamente alleggerito di quattro pagine con l’intento di far sparire ogni riferimento alla taiwanese Chiang Ching-kuo Foundation, sponsor del convegno per i precedenti vent’anni e divenuta ospite non gradito per via delle relazioni tutt’ora problematiche tra la Mailand e l’isola democratica.

Evitando di tornare su una controversia oltremodo ridondante (e approfondita in Italia da Cinaforum), ci limitiamo a sottolineare come i singoli Istituti siano strutturati in modi diversi: “molti hanno due co-direttori (uno locale e uno cinese), mentre alcuni ne hanno solo uno. Alcuni si concentrano sulla sensibilizzazione della comunità cinese all’estero, altri hanno il loro focus sulla formazione linguistica a livello universitario,” ci spiega Michael Berry, Direttore dell’East Asia Center della University of California. Fattore che di per sé dovrebbe mettere in guardia da semplicistiche generalizzazioni, suggerendo livelli di trasparenza differenti a seconda dei casi. Punto numero due: mentre il viaggio verso Occidente degli IC si fa via via più tortuoso, frontiere relativamente poco esplorate (come Africa, Medio Oriente, Asia Centrale e America Latina) rappresentano territori di conquista più semplici per il potere morbido cinese. Se, secondo statistiche del Pew Research Centre, la maggior parte dei rispondenti in cinque Paesi africani su sei (Uganda, Kenya, Ghana, Senegal, Nigeria e Sudafrica) conserva una buona opinione della Cina, in America, di contro, i sondaggi tracciano una parabola discendete con solo il 37% di giudizi favorevoli nel 2013 rispetto al 51% di due anni prima.

Proprio i Paesi emergenti sono destinazione favorita di un progetto meno noto alle nostre latitudini, che vede il gigante asiatico esercitare il proprio soft power attraverso organizzazioni estranee ai canali accademici e ben più vecchie degli IC: i centri di cultura cinese (CCC). Al momento ce ne sono venti sparsi per il pianeta, ma l’obiettivo è quello di toccare quota cinquanta entro il 2020. Il Governo di Pechino ha già sborsato 1,3 miliardi di yuan (circa 214 milioni di dollari) per la loro espansione, mentre il budget stabilito per il 2015 ammonta a 360 milioni di yuan, un +181% su base annua. Una cifra in crescita seppur ancora nettamente inferiore al portafoglio degli IC, ai quali nel 2013 sono andati 278 milioni di dollari, grossomodo 100-200 mila dollari all’anno per i principali campus.

In cosa si distinguono?

Tutti gli IC offrono corsi di lingua e in alcuni casi propongono anche lezioni aggiuntive di cinema, cucina, pittura cinese e altro”, spiega a ‘L’Indro’ David Goodman, Direttore del Centro Studi cinesi presso l’Università di Sydney, “da noi, per esempio, sono molto più protesi verso l’interazione con la comunità locale. I CCC sono più o meno lo stesso. Hanno il compito di diffondere il messaggio della Cina nel mondo.” Il modo in cui lo fanno, tuttavia, differisce sostanzialmente. A partire dal fatto che “i CCC fanno capo al Ministero della Cultura, gli Istituti Confucio, o meglio i partner cinesi degli IC (un IC di per sé è un progetto nato dalla cooperazione nel campo dell’istruzione con un’università straniera) dipendono dal Ministero della Pubblica Istruzione. E come sappiamo, la comunicazione orizzontale tra i Ministeri cinesi è scarsa“, spiega a L’Indro Carsten Boyer Thøgersen, Direttore del Business Confucius Institute di Copenhagen presso la Copenhagen Business School. “Il vantaggio dei CCC è il distacco dalle università locali di accoglienza; oltre a funzionare indipendentemente, possono rappresentare qualunque linea politica ritengano opportuna” aggiunge Michael BerryNon sono sottoposti allo screening di un istituto ospitante che – come accade per gli IC – ha il potere di approvare o meno la didattica. Ma non pare godano di maggior indipendenza per quanto riguarda il loro sostentamento economico. Mentre il Chinese Cultural Centre of Greater Toronto nasce da un’iniziativa della diaspora cinese e si definisce «un’organizzazione no-profit e non politica», ovvero slegata dai finanziamenti di Pechino, la maggior parte dei centri ‘ufficiali’ riconosce esplicitamente la propria affiliazione al Ministero della Cultura cinese.

La loro collocazione geografica evidenzia l’affinità culturale e ideologica che da sempre lega il gigante asiatico ai Paesi in via di sviluppo, anche quelli ostracizzati dalla comunità internazionale. I primi CCC nascono nel ‘lontano’ 1988 a Mauritius e nella Repubblica del Benin (Africa), mentre quest’anno è prevista l’apertura di nuove sedi in Tanzania, Pakistan, Nepal e Sri Lanka; in un vicino futuro anche in Turchia. Si noti, quasi tutti Paesi interessati dalla nuova Via della Seta, progetto che ha lo scopo conclamato di rilanciare la cooperazione commerciale attraverso l’Eurasia – ufficiosamente di restituire alla Cina il ruolo di Impero di Mezzo. Una colossale cintura economica fondata sulla costruzione di nuove infrastrutture e l’integrazione di risorse tra il gigante asiatico e l’esterno, senza tralasciare gli scambi people-to-people. E’ qui che entrano in gioco i centri di cultura. “La maggior parte (non tutti) i CCC sono concentrati nei Paesi emergenti, il che suggerisce potrebbe esserci dietro una strategia ben precisa“, spiega a L’Indro Jonathan Sullivan, Professore associato presso la Scuola di Studi cinesi dell’Università di Notthingam. “Sono contraddistinti da grandiose strutture fisiche (superiori a quelle degli IC) e seguono il modello cinese di comportamento messo in atto nel mondo in via di sviluppo, dove vengono tirate su costruzioni enormi e impressionanti che sono semplici simboli dell’abilità, generosità e modernità di Pechino“. In una parola: del suo soft power.


L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->