sabato, Maggio 15

Non moriamo fascisti. Il resto è rimediabile Un appello dichiaratamente non-politically correct al voto del 4 marzo

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Tra non molto il calendario ci ricorderà che è passato un secolo della marcia su Roma. In Italia la ricorrenza potrebbe vedere i fascisti al potere o comunque molto vicini alla stanza dei bottoni, legittimati dal silenzio assenso di molta parte della destra italiana, che con furbizia gioca col fuoco, mettendo le sorti nel Paese su un piano inclinato. Basterebbe questa totale ambiguità rispetto al fascismo a rendere sconsigliabile il voto alla coalizione di destra.

Il punto non è l’oggettiva pericolosità dei poveri nostalgici, rimasti bloccati in una bolla temporale piuttosto patetica, il nostro sistema è in grado di neutralizzarli, quello che, invece, sconcerta è proprio quella palese complicità della destra italiana nei loro confronti. Una destra che usa sfacciatamente tutte suggestioni del fascismo, ancora oggi in grado di saccheggiare consensi dove l’ignoranza tiene in ostaggio molti individui.

Il 28 ottobre 2022, quando saranno passati cento anni esatti dalla rovinosa pagliacciata passata alla storia come Marcia su Roma, e sebbene la situazione economica e sociale del Paese non sia nemmeno lontana parente di quella miserevole di allora, i fascisti, che non badano a certi particolari, tengono lustri gli stivali e sentono profumo di opportunità, perché sanno di avere una casa confortevole, la destra italiana.

Molti minimizzano, aspettano che la piaga guarisca spontaneamente, un film già visto, ma certi fenomeni sono contagiosi, e quando si comincia a capire che stanno infettando la collettività, in genere è troppo tardi.

Sarà la prossimità della ricorrenza di cui si diceva. Sarà che l’atomo del fascismo è stabile, come quello del ferro, e interessa pure coloro che i fascisti li picchiano, scendendo di un gradino e giocando con le loro armi. Sarà che un pezzo della società rimane sempre indietro, perché impreparato alla vita, e odia tutto ciò che corre in avanti, detesta ogni indizio di diversità. Quale che sia il motivo, i fascisti, come i tardigradi, sopravvivono al cambiamento, il grande nemico. Per loro esiste un eterno passato al quale bisogna tornare trascinando tutto il mondo in un gioco infantile e regressivo, l’unico al quale riescono a partecipare con qualche ambizione di successo, giacché la loro inettitudine all’oggi e al domani è una ferita sanguinante.  Un imprecisato passato, nebbioso e oscuro, è la loro terapia.

In genere si è affezionati al passato perché non si riesce ad annidarsi nel presente, una persona contenta della propria esistenza difficilmente diventa fascista, dunque il fascismo è il sintomo di un malessere interiore. Il sintomo di una profonda estraneità col prossimo, con la liberta, con tutto ciò che è nuovo e che vorrebbero distruggere perché atterriti dalla propria pochezza. Ecco allora la fuga in un passato illusorio e irreperibile.  

Ogni fascista cerca di cristallizzare la realtà in una sorta di perenne infanzia, un luogo ideale dove tutto ‘funziona’, come le forme a priori kantiane.

La realtà presente è solo un’interferenza nelle proprie fissazioni, un insetto da schiacciare prima che diventi troppo fastidioso. Il passato è il migliore amico dei fascisti, un modo geniale per sfuggire all’oggi, vorace di quelle qualità che essi sentono di non possedere e che mai possiederanno.

Non è un passato qualunque quello evocato dai fascisti, bensì la loro singolare visione del passato, così arcaico e oscuro, quello in cui le donne facevano figli, lavavano, stiravano e stavano zitte, mentre il maschio godeva di una naturale superiorità. Un passato che purtroppo non passa. La sera stessa della strage di Cisterna ero in auto, mi faceva compagnia la radio, un’ascoltatrice interveniva nel dibattito sul terribile episodio, argomentando che le donne, invece di chiedere la separazione, dovrebbero usare maggiore comprensione e dolcezza verso i mariti, come un tempo.

Ancora il passato, che ritorna.  Proprio la nostalgia del tempo trascorso è il segno distintivo del fascista, che sogna la paralisi, la sospensione di ogni progresso, se potesse metterebbe una zeppa nel grande ingranaggio dell’Universo, onde fermarne l’espansione. Egli non disapprova il dominio gerarchico dell’uomo sull’uomo, la sottomissione, ma se ne fa paladino.

Il fascista è spaesato, insicuro, anaffettivo, privo di ogni barlume di vera empatia. Fuori dal recinto delle sue relazioni strette c’è il deserto, odia il diverso, se ne sente minacciato, proprio perché avverte la propria tragica permeabilità, la propria insopportabile fragilità, mascherate dietro posture e azioni virilizzanti.  

La destra è il vero, gravissimo, pericolo per il Paese, non c’è una sola delle sue componenti che possa offrire garanzie. Silvio Berlusconi possiede il tragico dono, come accadde dopo Tangentopoli, di attrarre le componenti più sfasate e patologiche della politica italiana, traendone una sorta di inquietante ibrido, che si alimenta di finalismi incompatibili con gli interessi di una comunità evoluta.

Rimangono due possibili opzioni.
La prima, quella dei M5S (Movimento 5 Stelle), malgrado le buone intenzioni, rischia di aprire falle colossali nella stabilità del Paese e nel suo tessuto democratico, poiché tende a somigliare al cervello di una persona psicotica, insondabile e sempre a rischio di esplodere, trascinando con sé anche il buono rimasto.
La seconda, il centrosinistra, rimane una discreta carta, addirittura ottima se riuscisse a proteggersi dall’immaturo showman che ne guida le sorti.

Non è molto, ma forse non è nemmeno poco se consideriamo che, malgrado la qualità della politica, stiamo andando a votare. Un esercizio di democrazia, un privilegio che vale la pena difendere, sforzandosi di lasciare fuori dalla porta chi si è arricchito in modo opaco e inquietante, chi giura sul Vangelo ma odia gli stranieri, chi elegge il fascista Viktor Orban a modello, chi sogna il manganello, insomma la destra italiana. Sa ci riuscissimo sarebbe, finalmente, un atto d’amore verso l’Italia.

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