martedì, Settembre 21

Non mettere l'acqua tra Cile e Bolivia field_506ffbaa4a8d4

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Silala ma non solo, in gioco (forse nell’utopia boliviana) vi è la possibilità di acquisire un accesso sovrano da parte della Bolivia all’Oceano Pacifico. Dall’altra parte del tavolo della (non)trattativa il Cile che si contrappone territorialmente colmando uno spazio di circa 200 km tra costa e confine boliviano. Ultrasecolare questione derivante dal risultato di un conflitto bellico che contrapponeva il Cile all’asse Bolivia-Perù. Netta sconfitta dei rivali di Santiago e grave dazio pagato da La Paz che dal conflitto ne è venuta fuori priva di ogni sbocco sul mare. Nemmeno un centimetro di costa è rimasto alla Bolivia che ha dovuto riscrivere le proprie ambizioni commerciali tarandole su un più modesto traffico fluviale o in alternativa ferroviario e stradale con l’ovvia conseguenza di dover pagare dazio per l’usufrutto di porti mercantili non più suoi. La Bolivia negli ultimi anni, in concomitanza con l’ascesa di Evo Morales alla presidenza, ne ha fatto una vera e propria crociata della questione reclamando un accesso all’oceano sottratto illegittimamente da Santiago. Un’argomentazione che molto spesso si muove su un sottile filo tra legittimità ed illegittimità a seconda dei punti di vista in quanto esistono trattati internazionali che comprovano la sovranità acquisita da Santiago che tuttavia assumono sfumature di relatività storica se analizzate nei tempi e nei modi. Contrapposizione che non si discosta molto da quella in atto tra Argentina e Regno Unito e che ha per oggetto la sovranità sull’arcipelago della Malvinas. Anche per Buenos Aires vi è una costante lotta diplomatica per la riappropriazione dell’arcipelago ed anche qui vi è una duplice lettura in base al punto di vista preso in considerazione: Londra frappone trattati internazionali alle richieste argentine mentre il paese del Cono Sud argomenta la propria visione su concetti di prossimità e relatività storica degli stessi trattati. Difficili questioni quindi che ripetutamente vengono portate all’attenzione della Corte Internazionale dell’Aja che a sua volta può esprimere il proprio parere, pur non avendo alcun valore impositivo su l’una o l’altra sovranità. L’Aja assolve più che altro alla funzione di rafforzare dinanzi all’opinione pubblica internazionale l’una o l’altra parte nelle proprie richieste, ma in concreto rimette ogni decisione al dialogo tra i paesi protagonisti del confronto. Difficile quindi prevedere una ‘rivoluzione sovrana’ su queste questioni visto che entrambe (Malvinas e accesso al mare boliviano) finiscono con il coinvolgere interessi ben più concreti che la mera sovranità: l’arcipelago delle Malvinas, oltre ad essere uno strategico ponte ideale verso le ambizioni territoriali in Antartide, custodisce nei suoi fondali marini importanti riserve petrolifere, mentre sul versante cileno il nord del paese resta un’importante fonte di risorse minerarie. A quest’ultimo aspetto occorre aggiungere che, anche la mera detenzione dell’area oggetto dello scontro tra La Paz e Santiago, rappresenta un indiretto vantaggio commerciale dato dal rincaro che le merci boliviane subiscono con i dazi di transito dal Cile e dell’usufrutto dei porti cileni quali unica porta d’uscita per il commercio internazionale (soprattutto per raggiungere gli emergenti mercati asiatici). Ma altro aspetto che accomuna le due questioni è la loro utile strumentalizzazione fattane dai vari governi susseguitisi in Argentina e da quello di Evo Morales in Bolivia. In Argentina le Malvinas hanno rappresentato un utile collante sociale nei momenti di maggiore tensione come quando nel 1981 una dittatura decadente decise di riacquisire vigore riportando l’attenzione all’esterno del paese e risvegliando il nazionalismo argentino. Il dittatore Galtieri decide di invadere militarmente le isole a largo del continente per poi subirne le conseguenze politiche di una cocente sconfitta. Orgoglio nazionale e nazionalismo alla base della strumentalizzazione della questione capace di unire tutti all’unanime richiesta sovrana e quindi capace di legittimare la leadership di turno anche nei momenti di maggiore flessione. Lo sguardo alle Malvinas finisce sempre con il distrarre da ciò che accade sul continente così come il desiderio di tornare ad affacciarsi sull’oceano da parte della Bolivia. Morales è stato capace nel risvegliare il nazionalismo boliviano che oggi si riscopre ferito da una guerra di fine ‘800 e deturpato di un territorio importantissimo. Oggi i boliviani percepiscono la sensazione di non appartenere solo alle Ande e di aver avuto in passato anche una dimensione marittima e costiera venuta meno a causa della negligenza di dittature passate e dalla scaltrezza cilena. Sbocco sul mare che oggi si percepisce fondamentale per gli sviluppi economici del paese, ma che allo stesso tempo finisce con il rappresentare (idealmente) il salvacondotto per Morales in un momento di flessione della propria popolarità politica. Morales paga gli scandali interni collegati al figlio e ancor di più paga la bocciatura referendaria del suo popolo al prolungamento della sua eleggibilità. Una sconfitta politica cocente in prospettiva delle elezioni del 2018 e quindi il confronto internazionale con il Cile ha il valore anche di distogliere l’attenzione dalla presidenza per permettere alla stessa di riprogrammare la propria strategia politica. Problema attuale tuttavia è dato dal fatto che l’esasperazione del confronto diplomatico tra i due paesi ha finito con il riflettersi sui rapporti sociali nella regione nord del Cile. Qui il consueto passaggio dei trasportatori boliviani con destinazione finale nei porti di Antofagasta e Arica negli ultimi giorni è stato oggetto di aggressioni verbali da parte dei locali. Un campanello d’allarme per due paesi che comunque sono confinanti e che corrono il rischio di veder sfuggire la situazione dalle stanze diplomatiche alla strada per poi involvere in conflitto sociale e guerra. Un rischio troppo alto che ha spinto lo stesso Morales a riappianare i toni della vicenda e lo fa dopo l’ulteriore provocazione politica avvenuta il 18 luglio scorso quando una delegazione boliviana ha raggiunto i porti di Antofagasta e Arica per verificare sul posto la situazione. Una visita che a detta della cancelleria cilena non ha rispettato i canoni diplomatici previsti in caso di visita internazionale. Morales già il 17 aveva ribattuto che tale visita era stata annunciata ben 5 giorni prima a differenza degli accordi internazionali che circoscrivono il preavviso a 48 ore prima. Scontro che tuttavia è stato ben presto ridimensionato dallo stesso presidente boliviano che lo scorso 21 luglio ha elogiato la mandataria cilena Michelle Bachelet per la propria propensione al dialogo e la determinazione a risolvere i problemi esistenti mediante il dialogo. Una dichiarazione che apre a quanto lo stesso presidente boliviano ha inteso esplicare lo scorso 24 luglio ovvero la volontà di riaprire un tavolo per il dialogo costruttivo tra Cile e Bolivia. Cosa ne verrà da tale confronto? Tutto dipenderà dalle pretese di La Paz che dovranno ricalibrarsi su quanto di reale è possibile raggiungere nel confronto. Difficile pensare ad un esito positivo se Morales continuerà a pretendere un accesso sovrano all’Oceano Pacifico e la gestione totale delle risorse idriche del fiume di confine Silala. Più utile procedere su temi più pragmatici e accessibili come un abbattimento totale dei dazi di transito e di utilizzo dei porti imposti ai boliviani oppure sullo sviluppo congiunto di una Zona Franca di frontiera, un’opzione che gioverebbe ad entrambe i paesi e che eliminerebbe ogni contenzioso dall’agenda dei due paesi. Ogni soluzione su questo tema finirebbe ovviamente con l’eliminare il (non) problema della gestione delle risorse idriche del Silala che, pur avendo la fonte in Bolivia, finiscono con il bagnare le sponde di entrambe i paesi e che quindi internazionalmente hanno una gestione equamente ripartita tra Santiago e La Paz.

 

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