venerdì, Aprile 16

Non è vero che va tutto male field_506ffb1d3dbe2

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Se uno dovesse farsi un’idea attraverso i servizi dei telegiornali della diagnosi che il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ha stilato davanti al ‘malato Italia’  ieri, in occasione della presentazione del Rapporto 2014 del suo Istituto non saprebbe che cosa dire.

E’ purtroppo la sorte che tocca a tutti i messaggi che prendono la strada del piccolo schermo. Un minuto e venti -il tempo di un reportage con intervista- equivalgono quasi sempre al nulla comunicativo.

Noi, qui, che abbiamo a disposizione uno spazio adeguato per riferire su quell’evento diciamo subito -e lo dimostreremo-  che la relazione di Fara  e l’intero Rapporto, fatto di quasi mille pagine, dovrebbero essere attentamente meditati da chi ha qualche responsabilità nel far guarire il nostro Paese dalla grave crisi in cui si sta sempre più avvitando.

Innanzi tutto sciogliendo alcuni pesanti equivoci che sembrano tecnici, ma sono sostanziali. Il famoso pareggio di bilancio, richiesto dall’Europa e diventato il cavallo di battaglia del Governo Monti, ad esempio, confonde il pareggio dei conti della pubblica amministrazione con l’equilibrio dell’economica complessiva del Paese, costringendo quest’ultima a ingabbiarsi dentro parametri che non le appartengono e che la soffocano. Ma questa elementare distinzione lucidamente esposta nel libro ‘Figli di troika di Bruno Amoroso, allievo del compianto professor Federico Caffè, nessuno ce la spiega, men che meno la televisione, che continua ad essere il canale informativo del 98,6 per cento degli italiani.

Ma procediamo con ordine e seguiamo l’analisi prospettata dall’Eurispes. Essa è introdotta da un’espressione inquietante e suggestiva, quella di «un fantasma che si aggira per il nostro Paese»  e che si palesa con «la sub-cultura del declino e della decadenza, figlia del nichilismo». E’ ormai una sensazione diffusa, che pervade le istituzioni e le coscienze dei nostri concittadini. «Siamo di fronte», aggiunge Fara, «al rifiuto sdegnoso per ogni autorità ad un cinismo spinto al limite della sfrontatezza, allo scetticismo più radicale sulla possibilità di riformare e di modernizzare il sistema politico-istituzionale e quello produttivo, alla incapacità di immaginare il nostro stesso futuro. Così come per Bazarov, personaggio descritto da Ivan Turgenev inPadri e figli’, capolavoro della letteratura russa dell’Ottocento, negli ultimi anni si è andata affermando l’idea che niente meriti di essere conservato e che tutto ciò che esiste è degno di perire».

La domanda che viene subito dopo è se questa discesa agli inferi sia inevitabile o se piuttosto vi siano degli ancoraggi cui aggrapparsi, fatti da settori sociali ed economici ancora sani o addirittura in sviluppo che tuttavia l’informazione trascura di illustrare, presa com’è dalla frenesia di presentare il peggio perché è quello fa più audience, è quello che il pubblico si aspetta sulla base di antichi proverbi come ‘mors tua vita mea’, oppure ‘al peggio non c’è mai fine.

E qualcosa che funziona c’è. Stiamo dando un’ottima prova nei settori tradizionali del Made in Italy e del lusso: tessile-abbigliamento, calzature, arredamento e nautica, dice il Rapporto. Ed aggiunge: «Siamo riusciti a creare nuove specializzazioni, come nella meccanica; nei prodotti a forte innovazione, nelle tecnologie per l’edilizia e nella chimica farmaceutica».

Negli ultimi cinque anni il fatturato estero dell’industria italiana ha superato quello tedesco e francese. Negli ultimi due anni siamo stati tra i soli cinque Paesi al mondo (con Cina, Germania, Giappone, Corea del Sud) a conseguire un saldo commerciale con l’estero superiore ai 100 miliardi di dollari. Il nostro comparto agricolo ha prodotto risultati fortemente positivi sia in termini di fatturato che di occupazione. E quanto alto sia l’interesse per le nostre produzioni agroalimentari, è dimostrato dal fatto che l’Italian sounding -ovvero la falsificazione internazionale dei nostri prodotti- ha raggiunto la cifra di 60 miliardi di euro l’anno. L’Italia resta una tra le mète preferite del turismo internazionale. Per numero di pernottamenti di turisti stranieri, è seconda in Europa soltanto alla Spagna: con 54 milioni di notti è il primo Paese europeo per numero di presenze extra-Ue.

«E tutto questo», aggiunge Fara, «nonostante gli ostacoli, i ritardi, i mille impedimenti che lo Stato pone a chi decide di avviare una qualsiasi attività imprenditoriale, attraverso una pressione fiscale insopportabile, una burocrazia pervasiva e ossessionata dal regime del controllo e della concessione in luogo del diritto. Condividiamo i contenuti di un recentissimo documento stilato da Giuseppe Bianchi, Presidente dell’Isril, e sottoscritto da decine di rappresentanti di istituzioni economiche, nel quale si afferma che è davvero ardito parlare di un Paese sul viale del tramonto. Non siamo una Nazione di macerie e di cittadini rassegnati».

Ma la vera morsa che soffoca il nostro Paese, con una forte incidenza sulla tenuta collettiva, è la mortificazione del ceto medio, quel tessuto fatto di professionisti, artigiani, piccoli e medi imprenditori, quadri, impiegati pubblici e privati, insegnanti cui è affidata l’educazione e anche la speranza dei nostri figli. Queste categorie, che pur hanno avuto un livello di vita modesto ma dignitoso, oggi sono spinte sotto la soglia della povertà.

Proprio in questi giorni è andata in onda su ‘RaiUno’ una fiction di buona fattura intitolato ‘L’ingegnere’  che rievocava la Torino degli anni ’80 stretta tra pesanti manifestazioni sindacali e la minaccia terroristica. Quella Torino -molti lo ricorderanno- seppe rialzare la testa dopo il famoso ‘corteo dei 40mila’ tra quadri, dirigenti, impiegati ed anche operai che seppero dire no a quei due estremismi. Oggi la situazione ha qualche analogia, nel senso che la malattia del nostro Paese può essere sanata solo dal recupero del valore e della funzione della classe media, che è l’ossatura non solo produttiva ma anche morale della Nazione.

Il Rapporto Eurispes 2014 l’ha detto con chiarezza. Ora speriamo che il quadro politico tanto rissoso cui stiamo assistendo si ricomponga e attraverso le riforme istituzionali e quelle sostanziali riguardanti lavoro, occupazione, ripresa produttiva, impegno formativo e culturale si possa riprendere a sperare.

 

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