lunedì, Giugno 14

Non è un Paese per lavoratori giovani field_506ffb1d3dbe2

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Il gap tra il numero di dipendenti veterani e quelli con meno anni di anzianità non si sta allargando solo nelle parti più travagliate dell’area euro. Anche negli Stati Uniti il mercato del lavoro non è più un luogo per giovani. O per lo meno non lo è il posto fisso. Dall’inizio della Depressione nel dicembre del 2007, infatti, le persone che hanno più di 55 anni hanno visto un incremento di 4,9 milioni di posti di lavoro e ora la quota di assunti è la più alta di sempre. Quelli più giovani di 55 anni sono ancora 3,1 milioni di posizioni sotto il livello pre-crisi subprime.

Le condizioni meteorologiche avverse, le tempeste di neve e il gelo invernale hanno raffreddato non solo le giornate di febbraio degli americani, ma anche l’andamento delle nuove assunzioni negli Stati Uniti. Il numero di posti creati in febbraio è stato di 175 mila, contro le stime per +165 mila unità, ma il tasso di disoccupazione ha deluso, attestandosi al 6,7%, in rialzo dello 0,1% dal mese precedente.

Al contempo la percentuale di impieghi di qualità è scesa, con i part-time non desiderati che hanno preso il posto del full-time. Rivisti in meglio invece i dati di gennaio. I salari orari sono aumentati dello 0,4%, mentre il consensus raccolto da ‘Briefing prevedeva un miglioramento dello 0,2%. La media di ore lavorative per settimana è scesa a 34,2, contro le 34,4 attese. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro è rimasto invariato al 63%. Un dato che salta all’occhio è anche quello riguardante i settori interessati dai miglioramenti a livello di assunzioni. Le maggiori come numero si sono registrate nell’istruzione, nei servizi di aiuto temporanei, passatempi e tra i funzionari pubblici governativi. Se sommati, questi gruppi contano per la creazione di 95 mila nuovi posti di  lavoro, ovvero oltre la metà dei guadagni visti nell’ultimo mese. Il manifatturiero, per prendere invece l’esempio con un’industria più importante in termini di Pil e salari, ha aggiunto 6 mila posti in febbraio, una cifra decisamente più ridotta ed equivalente esattamente a quella registrata il mese precedente.

La Federal Reserve non verrà probabilmente spiazzata da questi dati, che sui mercati hanno avuto un effetto tutto sommato benefico, sostenendo il dollaro e il mercato azionario, fatta eccezione per il Nasdaq, l’indice dei tecnologici. Il report occupazionale era diventato il barometro principale sul quale la banca centrale si rifaceva per stabilire come agire e quando alzare il piede dalle misure di allentamento monetario straordinarie. Ma i tempi sono cambiati.

«Il report di febbraio fornirà indicazioni più importanti sul fronte dei consumi di quanto non lo farà per quanto riguarda le prossime politiche monetarie», ha dichiarato all’emittente ‘FoxKristina Hooper, Strategist di Allianz Global Investors. «La Fed sta sempre di più guardando a un ampio mosaico di dati economici per determinare se continuare, accelerare o rallentare il ‘tapering’». Ad ogni modo il rapporto mensile governativo resta certamente il dato macro più importante delle ultime settimane e la Fed lo analizzerà in maniera approfondita. Dovrebbe infatti giocare un ruolo chiave nelle prossime decisioni di Janet Yellen e soci che devono decidere se ridurre o no la portata di acquisti di titoli di Stato. In particolare visto che per gli analisti la situazione dovrebbe migliorare nei prossimi mesi.

Gli investitori oggi erano in tensione per lo spettro di una nuova bancarotta in Cina, ipotesi che si è poi effettivamente materializzata. Un gruppo che produce pannelli fotovoltaici ha avvertito di non essere in grado di onorare il pagamento di obbligazioni in scadenza per 89,8 milioni di yuan, poco più di 10 milioni di euro, che erano state emesse nel 2012. Di fatto si tratta di una insolvenza sui pagamenti, come ha confermato Gan Guolong, avvocato che rappresenta un gruppo di creditori. Secondo alcuni esperti quello di Chaori Solar Energy è il primo caso di default sui pagamenti da parte di una impresa nella Cina continentale. Allo stesso tempo, tuttavia, non è certamente il primo dissesto finanziario di una grande società cinese di un settore, che negli anni scorsi ha riscontrato un vero e proprio boom.

A favorire il business dell’energia verde sono state le politiche a favore delle fonti non inquinanti e in particolare del fotovoltaico in uno degli Stati consumatori maggiori al mondo, nonché la seconda economia del pianeta. In molti Paesi industrializzati, anche in Europa, le autorità hanno preso misure analoghe. Ma il fenomeno in Cina si è ridimensionato ultimamente, sia per il venir meno di parte di questi incentivi, sia per alcune dispute commerciali proprio con l’Unione Europea.

Altrettanto se non più rumoroso era stato nel marzo dello scorso anno il default di un altro gigante cinese del fotovoltaico, l’impresa Suntech Power. Che però formalmente era finita insolvente negli Stati Uniti, dove peraltro è quotata, per oltre mezzo miliardo di dollari in Bond. In generale i produttori cinesi del settore sono evidentemente in una stato di grave sovracapacità produttiva. E se in passato lo Stato e le amministrazioni locali del Dragone tendevano ad evitare i fallimenti di grandi aziende, il caso Chaori mostra invece che su questo comparto potrebbero ora essersi orientati a lasciare che il mercato faccia il suo corso.

Ad alimentare il nervosismo sui mercati altrimenti calmi ci hanno pensato nuovamente le notizie provenienti dall’Est Europa. Siccome Kiev non ha rispettato le scadenze, ora Europa e Ucraina potrebbero ritrovarsi a corto di gas. La minaccia arriva ancora una volta da Gazprom, il gigante russo dell’energia, che ha avvertito che potrebbe aprirsi una crisi in stile 2009. Fornire energia ai Paesi vicini è il ruolo per cui il colosso societario ha assunto un tale potere da essere stato persino un Ministero in Russia. Il suo ex presidente è inoltre l’attuale Primo Ministro della nazione, Dmitri Medvedev. Gazprom ha fatto sapere che Naftogaz ha tempo fino a oggi per ripagare i debiti di febbraio sul gas. I debiti relativi alle forniture di gas russe ammontanto a $1,89 miliardi e i contratti non sono stati rispettati.

Il debito contratto rischia di creare una situazione critica come quella vissuta all’inizio del 2009, quando Kiev e Mosca per diversi mesi si sono trovate ai ferri corti, senza trovare un accordo sul prezzo del gas. La crisi interessa da vicino anche l’Europa. Dai gasdotti ucraini passa infatti quasi un quarto del gas di cui si rifornisce gran parte del Vecchio Continente.

 

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