lunedì, Ottobre 18

Non è un Paese per donne field_506ffb1d3dbe2

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In Papua Nuova Guinea ho conosciuto alcune donne così fiere e coraggiose da incarnare un esempio encomiabile per il mondo femminile. Sono le donne della PNG Yumi Kirap, una delle associazioni nate in segno di protesta dopo la morte sul rogo di Kepari Leniatauna madre ventenne bruciata viva a febbraio 2013 per l’accusa di essere una strega. Il video di Kepari Leniata ha fatto il giro del mondo, ma a fronte di un caso noto sono in realtà molte le vittime di questa pratica che ci porta indietro ai tempi della Santa Inquisizione. Di santo c’è ben poco nelle torture, mercificazioni e vere e proprie esecuzioni femminili in Papua Nuova Guinea.

Il Sorcery Act , revocato solo da alcuni mesi, è una legge papuana che incredibilmente tutelava chi dava fuoco, per ‘autodifesa’, a una donna accusata di stregoneria. Il caso di Leniata Kepari ha suscitato una rivoluzione tra le donne del Paese, che nel maggio 2013 hanno manifestato con l’Haus Krai, una protesta nazionale contro violenze e uccisioni. Il Sorcery Act, indulgente con chi uccide una ‘strega’, ha fornito una assoluzione a tante orribili persecuzioni, di cui spesso sono state oggetto donne colpevoli solo di essere socialmente ‘deboli’: vedove, single, o rifiutate dallo sposo in caso di mancato accordo nel ‘bride price’, il prezzo della sposa. Il bride price in origine era l’acquisto, attraverso il pagamento in maiali, di una sposa da parte della famiglia del marito. In anni recenti, il pagamento è stato mutato perlopiù in denaro contante, -anche se permane la tradizione dei maiali- e se i parenti della sposa chiedono troppo, le famiglie coinvolte nel matrimonio possono arrivare a risse e litigi: se una ragazza promessa sposa viene rifiutata, viene poi allontanata dalla comunità. Ciò accade anche in India, tristemente famosa per la condizione della donna. Le antiche tradizioni e gli usi moderni sono andati in contrasto, creando ancora più problemi che in passato per la situazione femminile.

Al mercato a Port Moresby 

La Papua Nuova Guinea è, senza ombra di dubbio, una terra pericolosa: la frequenza di sommosse, rapine e stupri non è una leggenda. Indipendente dal 1975 dalla Australia, sottoposta ad un Governo di pochi, la Papua è un Paese ricchissimo di risorse ed è nel mirino di multinazionali che guardano al Paese con avidità, senza scrupoli e senza alcuna intenzione di aiutarne lo sviluppo. Anzi: se nel Paese regna il caos, è anche meglio per chi vuole sfruttarlo. Michael Thomas Somare è stato primo ministro per diversi mandati, detenendo il potere quasi ininterrottamente per circa diciotto anni, fino al 2011. Il governo è accusato di profonda corruzione, e alle potenze straniere che attingono alle ricchezze minerarie del Paese conviene che questa terra continui a rimanere un’isola, di nome e di fatto. 

Sulle 6000 lingue parlate nel mondo, 1000 sono parlate in Papua: vi sono centinaia di tribù dalle tradizioni incredibili. Pare che gli ultimi cannibali vivano proprio qui: nel 2012 ben 29 persone sono state processate per cannibalismo. In una Natura selvaggia, si susseguono forti terremoti ogni giorno, dai 5 ai 7 gradi della scala Richter. A maggio 2013, nonostante le proteste dell’Onu, il Governo ha stabilito la pena di morte per stupri, rapine a mano armata e omicidi, onde scoraggiare la miriade di crimini che rimbalzano dalle città di Port Moresby e Mount Hagen fino ai villaggi più inaccessibili.

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L’associazione PNG Yumi Kirap, di cui io faccio parte, sta portando avanti una campagna di informazione e divulgazione, per invitare le donne a parlare, alzare le proprie voci e denunciare le violenze subite. Ho avuto modo di raccogliere molte testimonianze, di cui alcune raccapriccianti: mogli prese a colpi di machete in faccia dal marito e sopravvissute per miracolo; stupri di gruppo di bambine in remoti villaggi. E poi, tante donne della associazione stessa hanno subito violenze fisiche e psicologiche prima di ribellarsi. E’ difficile raccogliere i racconti e le denunce di questi accaduti, che sono di una frequenza impressionante e spesso vengono vissuti dalle vittime con vergogna. Il momento più delicato è quello della decisione della vittima a parlare. L’obiettivo della Yumi Kirap è divulgare la verità attraverso i media, sensibilizzare l’opinione pubblica e lo stesso governo. Quando ho chiesto alla Presidente della associazione, Salome Rihatta, come poter aiutare la loro opera di denuncia e prevenzione, mi ha chiesto di fare una raccolta qui in Italia di cellulari e macchine fotografiche usate. “Per voi un cellulare fuori moda è da buttare, per noi può essere un grande strumento di lotta. Se una donna decide di divulgare una violenza, non abbiamo molto tempo a disposizione, e spesso non abbiamo i mezzi per documentare i segni di percosse. Ma, ancora più importante, è avere un telefono con cui chiamare aiuto in una situazione di emergenza“.

 

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