domenica, Settembre 19

Non è più tempo di Casini? field_506ffb1d3dbe2

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Pierferdinando Casini

 

Bruno Vespa, fondatore e conduttore di ‘Porta a Porta’, ha sempre raccontato che Arnaldo Forlani, esponente storico della Democrazia Cristiana che fu, si vantava di riuscire a parlare per due ore ‘senza dire niente’, soprattutto nei comizi di partito ma non solo.

Pierferdinando Casini, attuale leader dell’Udc (Unione di Centro) e Presidente della Commissione Esteri del Senato, che di Forlani fu allievo prediletto e membro della segreteria politica della ‘sua’ Dc, può essere considerato il naturale erede anche e soprattutto per quanto riguarda l’ermeticità delle sue dichiarazioni e la duplice lettura che si può spesso dare di queste (tutto e il suo contrario). Raramente nei suoi interventi parlamentari e nelle ‘ospitate’ televisive si riesce a capire esattamente quali possono essere i suoi obiettivi e le sue reali intenzioni.

Forse a lungo andare proprio questa vaghezza delle sue argomentazioni unita a questo continuo oscillare di posizioni tra destra sinistra e terzo polo, stanno logorando la sua immagine ed erodendo i consensi del suo partito. In soli sei anni infatti l’Udc è passato dal 6% dei suffragi registrato alle elezioni politiche del 2008 (dove si presentò da solo), all’1,8% delle politiche del 2013 quando si alleò con Scelta Civica di Mario Monti e Futuro e libertà di Gianfranco Fini, all’attuale 1,3% stimato dall’ultimo sondaggio pubblicato da Swg sulle attuali intenzioni di voto. E bene non hanno fatto al bel Pierferdinando neanche le continue e ‘pesanti’ defezioni nelle sue truppe: Marco Follini, Mario Baccini, Carlo Giovanardi, Savino Pezzotta, Gianfranco Rotondi e Bruno Tabacci su tutti. Gli rimangono solo Rocco Buttiglione, il fido Lorenzo Cesa e il grigio Ministro della Funzione Pubblica Gianpiero D’Alia ad aiutarlo nel tenere a galla quel che resta del glorioso (!) scudo crociato ereditato dal simbolo della Dc.

Eppure solo un decennio fa Casini, allora Presidente della Camera dei Deputati, sembrava avesse l’imbarazzo della scelta sull’Opa da lanciare verso le altre più alte cariche dello Stato. ‘Voglia di Casini’ titolava un articolo de ‘L’Espresso’ nell’agosto 2002, proprio per illustrare i motivi dell’ampio consenso (bipartisan) di cui allora godeva l’ex ‘delfino’ di Forlani. Forse è stato proprio in quell’anno che Casini ha registrato il più alto indice di popolarità e di gradimento politico. In molti lo volevano addirittura sul ‘Soglio quirinalizio’ alla fine del mandato di Carlo Azeglio Ciampi. Poteri forti, parte dell’allora Polo della Libertà, compagni della Quercia e di Rifondazione Comunista (!), buona parte della carta stampata (‘Il Manifesto’ compreso) per non parlare della Chiesa. Tra una seduta alla Camera e una riunione di partito, Pierferdinando ‘tesseva’ la sua rampa di lancio anche piazzando i suoi uomini in settori strategici: negli enti pubblici (Piero Gnudi all’Enel, Marco Staderini nel Cda della Rai), nelle Autority (Alfredo Meocci alle telecomunicazioni), nelle città importanti (Giorgio Guazzaloca a Bologna e Elvio Ubaldi a Parma). Stringendo ancora di più i già favorevoli rapporti con organizzazioni importanti: il mondo delle associazioni cattoliche (la Cisl di Pezzotta, le Acli di Luigi Bobba), gli alti prelati (Camillo Ruini e Rino Fisichella) e naturalmente la carta stampata (‘La Nazione’, ‘Il Giorno’, ‘Il Resto del Carlino’, ‘L’Avvenire’, ‘Il Messaggero’).

Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio in carica, ne temeva la doppia concorrenza: come rivale alla corsa verso il Colle più alto e come candidato Premier del centro destra alle future elezioni politiche. E un sondaggio fatto su un campione di parlamentari espressione di tutte le forze politiche contribuì a far suonare il campanello d’allarme. Alla domanda “Chi voterebbe come Capo dello Statoil 50% dei consensi andò proprio a Casini e il 48% a Berlusconi.

La storia recente però racconta che le preoccupazioni di Berlusconi forse erano eccessive e lapotenza di fuocomessa in piedi da Casini si è rivelata insufficiente per scalare le vette più alte. Il Cavaliere non era rimasto senz’altro inattivo di fronte alle ambizioni e alle strategie dello scalpitante Pierferdinando. E con il colpo di teatro ‘del predellino’ nel novembre del 2007, quando diede vita al Popolo della Libertà, assestò il colpo finale a Casini che rifiutando di aderire con l’Udc alla nuova casa del centrodestra iniziò il processo di emarginazione che lo portò prima a presentarsi in solitudine alle elezioni politiche del 2008 e poi in coalizione con ‘Scelta Civica’ e ‘Futuro e Libertà’ a quelle del 2013. Quest’ultima alleanza si è rivelata un vero e proprio flop. Quella che doveva essere la creazione del cosiddetto ‘terzo polo’, una forza politica moderata tra l’area di centrodestra e quella di centrosinistra, guidata da Mario Monti fresco di esperienza da Capo di Governo, non ha ottenuto neanche il 10% dei consensi alle elezioni di un anno fa. Terzo polo che nel frattempo è imploso dilaniato dalle correnti interne.

Il resto è l’oggi della cronaca. Qualche giorno fa, in un’intervista a ‘La Repubblica’, Casini ha candidamente dichiarato: «Ormai il terzo polo è Grillo. Costruiremo un nuovo centro destra, il Ppe italiano, con Alfano e Forza Italia. Da Toti e Fitto insieme a slogan del passato ho sentito anche cose sensate». Naturalmente Casini non ammette il vero motivo che hanno indotto un nemico convinto del bipolarismo come lui all’ennesima piroetta. Ossia la lotta per la sopravvivenza per i piccoli partiti che si intravvede all’orizzonte col sorgere dell’ Italicum, la nuova legge elettorale sfornata dalla premiata ditta Renzi – Berlusconi nel famoso incontro tenutosi al Nazareno qualche settimana fa. In particolare a causa delle severe soglie di sbarramento che prevedeno, a oggi, il 4,5% per i partiti in coalizione con altri e l’8% per quelli che si presenteranno in solitudine.

Ma un fantasista dell’argomentazione politica come lui non ha avuto certo difficoltà a giustificare l’ennesima virata politica della sua lunga carriera con alte motivazioni: «Gli ultimi dei mohicani difendevano un mondo che non c’era più. Aveva senso pensare a un terzo polo di centro, e dunque dare battaglia contro uno sbarramento così drastico, quando ancora si poteva immaginare uno schema ‘tedesco’, con socialisti, democristiani e liberali. Oggi la partita che stiamo giocando è contro un populismo anti-europeo e anti-costituzionale che mette a soqquadro il Parlamento e attacca in maniera dissennata il capo dello Stato. Le forze responsabili, centro destra e centro sinistra, sono chiamate a serrare le file. Non c’è più spazio a procedere in ordine sparso, non servono a niente le battaglie di retroguardia. Al punto in cui siamo l’unico antidoto allo sfascismo è l’accordo tra Renzi e Berlusconi per fare l’accordo elettorale, quella del Senato e del Titolo V della Costituzione». Grande, un vero prestigiatore.

Alle ultime politiche si è salvato da una clamorosa non rielezione per il rotto della cuffia, a differenza del compagno di (dis) avventura Gianfranco Fini. Proprio nel 2013 ha spento la sua trentesima candelina da parlamentare (fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nel lontano 1983, all’età di 28 anni, nelle file della Dc), chissà se quest’ennesima giravolta basterà a Pierferdinando Casini per garantirgli l’immortalità politico parlamentare o si troverà suo malgrado ad adottare la ‘tattica del sommergibile’ che ha sempre consigliato ai suoi uomini. Inabissarsi dopo tanta visibilità.

 

 

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