martedì, Settembre 21

Non ci resta che piangerli

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Innumerevoli, e forse non individuabili sono le variabili personali (stagione della vita che si attraversa, impegni, distrazioni varie) che talvolta non ci consentono di “leggere” nella loro pienezza avvenimenti pubblici o privati, con i quali prima o poi siamo chiamati a fare i conti. Cerchiamo di inserirli in qualche cornice concettuale,che ci rassicuri. In quelle che sono in definitiva, e altro non potrebbero essere che delle prese d’atto. Venendo improvvisamente a conoscenza, tramite post su facebook allocato da una mia amica teatrante, della morte del Maestro Luca Ronconi, oltre il dolore e una punta di smarrimento intellettuale provati, con la mente mi sono ritrovato a un giorno di Natale del 1997. Anche in quell’occasione, luttuose emozioni di portata estremamente rilevante. Era venuto a mancare il Maestro Giorgio Strehler. Penso di poter dire che questi due personaggi, abbiano costituito l’innervatura, l’architrave di ogni possibile punto di snodo del linguaggio teatrale, negli anni che vanno dall’apertura della sala del Piccolo a Milano fino ad oggi. Per essere un pochino più precisi quindi dal maggio del 1947. Non sono venuti a mancare solo due Maestri, si è chiuso un ciclo. Molti coefficienti che contribuivano a creare le premesse, che un “certo tipo di Teatro” avesse luogo, sono andate via via deteriorandosi fino quasi ad annullarsi. Tra il triste Natale del 1997, e la dipartita del Maestro dell’Orlando Furioso, passano 17 anni e qualcosa. Nell’arco di questo tempo il Teatro ha perduto protagonisti quali Massimo Castri, Mario Missiroli e per citarne di quelli del Teatro nato nelle Cantine Carmelo Bene, Leo de Berardinis, Gianfranco Varetto e recentissimamente Giuliano Vasilicò. Con alcuni di loro ho avuto l’opportunità di lavorare, e di alimentare poi un rapporto di amicizia vera e propria. Vasilicò era uno di questi, la ferita provocata dal suo inatteso volar via è per me ancora vivvissimo, anche perché l’evento si è venuto a determinare pochissimi giorni prima di quello del Maestro Ronconi. Sulla vicenda artistica, del Maestro originario delle Marche, i giornali e tutti i mezzi di informazione, si sono prodigati giustamente, nell’evidenziare le preziosità che Ronconi ci ha lasciato. La quasi contemporanea venuta a mancare di Vasilicò, non dico che sia passata sotto silenzio o inosservata, ma poco ci cala. Nella Chiesa nella quale, una recente mattina di Febbraio, si è svolta la funzione funebre, eravamo alcuni amici tra i quali spiccava come figura che animò in maniera estremamente propositiva il Teatro d’Avanguardia (come si chiamava allora negli anni settanta) il critico teatrale del Corriere della Sera, Franco Cordelli. Dell’amico e regista, al quale in quella fredda mattina eravamo andati a dare, l’ultimo affettuoso saluto, vorrei solamente ricordare che ai tempi di alcuni spettacoli memorabili quali “Le 120 giornatedi Sodoma” e il “Proust”, la sua fama nazionale ed estera, era stata paragonata solo a quella di Giorgio Strehler. Del lavoro di Vasilicò, scrisse anche Roland Barthes. Ora il punto vero sul quale doversi interrogare è se il Teatro è così effimero, come alcuni temono e altri credono. Prendere posizione in un senso o nell’altro, è abbastanza impegnativo. Per quel poco che so, una cosa mi è chiara, il Teatro non si impara sui libri. Quello può servire, per cultura generale, per coltivare un profilo professionale da Storico del Teatro, ma sono altre cose. Il Teatro, il buonTeatro s’impara solo facendolo. Per fare del buon Teatro, ossia quello che arriva al cuore degli spettatori, e che li fa uscire dalla sala alla fine dello spettacolo, frastornati dalle emozioni, ci vogliono i Maestri. Ognuno di quelli citati, con i dovuti distinguo, e considerando le peculiari cifre espressive coltivate da ognuno, raggiungevano l’obbiettivo. Il Teatro migliore, sicuramente è Arte, che si raggiunge però solo dopo un duro e costante lavoro di artigianato. Senza polemiche, ma niente , assolutamente niente a che vedere con impegni richiesti per essere interprete in una fiction ad esempio. Quando si va in scena sotto i riflettori, c’è poco da barare, l’interprete c’è o non c’è, come lo spettacolo. E quando c’è, come ci hanno insegnato i Maestri citati, veramente “non ce n’è per nessuno”. Il Teatro, quando fa il Teatro, con i suoi pochi misteriosi magici ingredienti, vince sempre. Come ha dimostrato di poterlo fare, confrontandosi prima con la nascita del Cinema e poi della televisione. Certo bisogna saperlo fare. Ma a questo, tra una cosa e l ‘altra provvederano le nuove generazioni. Auspico.

 

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