sabato, Maggio 8

Non c'è spazio per un modello bicamerale Intervista ad Alessandro Gigliotti

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«Il Senato non sarà più elettivo, altrimenti sarebbe una presa in giro nei confronti degli italiani». Ha affermato Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, in un intervista al quotidiano ‘La Repubblica’ del 30 marzo 2014.

Il disegno riformistico del Premier sta prendendo sempre più forma e in questo quadro che ha suscitato polemiche e forti tensioni in queste ultime settimane nei due rami del Parlamento, non bisogna sottovalutare né la cosiddetta “abolizione” del Senato, né quella delle Province. Le riforme in questione dividono partiti, istituzioni, dopo l’opposizione del Presidente del Senato, Piero Grasso, intellettuali e lo stesso governo. I progetti governativi non prevedono, in realtà, nessuna abolizione, quanto piuttosto la trasformazione tanto del Senato quanto dei Consigli provinciali in assemblee non più elettive, bensì composte con nomine di secondo grado. Oggetto principale delle divisioni della critica è la decisione di tagliare i rappresentati elettivi.  

Quest’opportunità creata dalla necessità di riesaminare, insieme alla legge elettorale, l’assetto dei poteri e delle loro forme diventa anche il momento in cui è possibile ridefinire la struttura dei poteri repubblicani ma soprattutto ripensare le forme attraverso cui la democrazia si esprime.

Abbiamo cercato di delineare il punto dell’attuale situazione politica con Alessandro Gigliotti,  Dottore di ricerca in Teoria dello Stato e Istituzioni politiche comparate presso l’Università di Roma “La Sapienza” ricercatore presso il medesimo Ateneo. Presidente di Ballot, piattaforma di analisi, approfondimento e commento sui principali temi della vita elettorale e politico-istituzionale, italiana ed estera (http://associazioneballot.com/)  e autore di vari scritti su diversi aspetti del diritto costituzionale e delle seguenti monografie: L’ammissibilità dei referendum in materia elettorale (Giuffrè, 2009); La responsabilità del Capo dello Stato per gli atti extrafunzionali (Giuffrè, 2012).

In queste ore sta prendendo corpo, tra molte polemiche la proposta di riforma radicale del Senato. Cosa ne pensa di questa revisione costituzionale che sembra disegnare un bicameralismo basato su una Camera bassa factotum e una Camera alta ambasciatoriale con poteri limitati? Rodotà e Zagrebelsky lanciano un grido d’allarme per lo stravolgimento della Costituzione.

Il Senato deve essere riformato, non c’è dubbio. Ci sono due valide ragioni che lo impongono: anzitutto, nell’era della democrazia maggioritaria non c’è spazio per un modello bicamerale in cui entrambe le Camere siano chiamate ad esprimere la fiducia al Governo, perché il rischio di paralisi istituzionale è continuo; in secondo luogo, un ordinamento regionale esige una rappresentanza parlamentare degli enti territoriali, da realizzarsi attraverso una Camera delle Regioni. Ciò posto, un conto è differenziare i due rami del Parlamento, uno dei quali divenga la sede istituzionale di rappresentanza delle Regioni, altra cosa è abolire, de iure o de facto, il Senato. Il progetto originario del Governo, quello del 12 marzo scorso, disegnava una seconda Camera praticamente priva di poteri; significativo, in tal senso, il fatto che il nome mutava in Assemblea delle Autonomie, rinunciando ad una denominazione dal significato pregnante. Il testo licenziato dal Consiglio dei ministri nei giorni scorsi migliora un po’ le cose, ma restano diverse criticità. Questo non vuole dire necessariamente che riformare il Senato sia indice di una deriva autoritaria: il vero problema, che nell’appello di Rodotà e Zagrebelsky si può leggere in filigrana, consiste piuttosto nell’intreccio tra svuotamento del Senato ed approvazione di una legge elettorale per la Camera di impronta iper-maggioritaria. Anestetizzare il Senato, in presenza di una drastica riduzione della potestà legislativa regionale e di una legge elettorale politica iper-maggioritaria, questo sì che mi lascia molti dubbi.

Sembra che nelle intenzioni di Governo si voglia spingere su un modello basato su grandi pochi centri decisionali e di spesa. Sulla base delle Sue conoscenze è davvero questo un modello applicabile all’evoluzione della storia costituzionale italiana?

È proprio così. Il nuovo art. 117, quello che detta la ripartizione di competenze legislative tra Stato e Regioni, muove in senso diametralmente opposto rispetto al passato, in cui i poteri delle Regioni sono stati gradualmente incrementati. Ora invece si progetta un modello in cui le Regioni finiscono per essere enti prevalentemente amministrativi, con il grosso della legislazione che ritorna in capo allo Stato centrale e, quindi, al Parlamento. Se la compressione della potestà legislativa regionale può essere vista con favore, alla luce dell’esperienza degli ultimi anni, non si comprende bene perché si debba rinunciare all’apporto prezioso di una Camera di «riflessione» quale potrebbe essere il Senato. Un’Assemblea che partecipi all’iter legis con poteri effettivi, per quanto non equivalenti a quelli della Camera dei deputati, contribuirebbe ad una maggiore ponderazione nell’esercizio della funzione legislativa. Il bicameralismo paritario fa parte della nostra storia, sin dal 1848. Superarlo è auspicabile, a patto però di mantenere in vita una Camera di «riflessione» dotata di poteri effettivi.

Un Senato con i sindaci e i governatori darebbe più peso ai partiti o agli elettori? Ciò non porterebbe ad allontanare troppo la seconda Camera dall’elettorato?

Un Senato non eletto a suffragio diretto certamente allontana dagli elettori, ma la cosa non è in sé negativa se i senatori sono preposti in modo da rappresentare, in modo effettivo, le Regioni. Occorre chiedersi piuttosto se sia più opportuno che tale ruolo sia affidato ai Presidenti delle Giunte regionali, in modo parzialmente analogo a quanto avviene in Germania, ovvero a rappresentanti eletti dai Consigli regionali, come in Austria. Per il resto, non si comprende bene per quale ragione nel Senato debbano sedere i sindaci, tanto più che numericamente sarebbero addirittura la componente maggioritaria dell’intera assemblea.

E sull’Italicum, crede che slitterà dopo le elezioni europee?

L’Italicum è stato approvato alla Camera e, al momento, il testo è fermo presso la Prima Commissione del Senato. L’idea maturata a Palazzo Madama è quella di iniziarne l’esame solo dopo aver approvato, in prima lettura, il disegno di legge costituzionale di riforma del Senato, che richiede alcune settimane di lavoro. Quindi l’avvio della discussione sulla riforma elettorale dipende dai tempi di questo. La logica, in realtà, vorrebbe che si posticipasse il tutto alla conclusione del procedimento di revisione costituzionale: prima si progetta il quadro istituzionale, poi si ragiona di sistema elettorale. Purtroppo questa considerazione non ha fatto breccia tra le forze politiche e si è fatto l’esatto contrario.

Nei giorni scorsi si è discusso del disegno di legge Delrio, il  quale porterà ad un nuovo assetto dell’ordinamento degli enti locali, spariranno le province mentre entrano a pieno titolo le città metropolitane. Un’approvazione della riforma, avvenuta sul “filo del rasoio” e ciò non fa sperare bene per le altre importanti sfide che attendono l’attuale Governo Renzi. Cosa pensa a riguardo?

Il disegno di legge è stato approvato la scorsa settimana dal Senato e proprio quest’oggi in via definitiva dalla Camera. Al momento le province non vengono abolite, ma disciplinate provvisoriamente in attesa della loro abolizione, che richiede una legge di revisione costituzionale. In particolare, è prevista l’elezione indiretta del Presidente e del Consiglio, cariche che potranno essere ricoperte solamente dagli amministratori comunali e senza alcuna indennità; era il massimo che si poteva fare per modificare l’ordinamento degli enti locali e ridurre i costi senza violare la Costituzione. In Senato il decreto di legge Delrio ha comunque incontrato molte resistenze, tanto da indurre il governo a presentare un maxiemendamento e chiedere la fiducia.

Ci sono alcuni segnali di smottamento in alcune componenti parlamentari del Pd. Gli ambiziosi progetti di Renzi potranno davvero andare avanti a colpi di fiducia?

Il Pd non è mai stato un partito coeso, ma il vero problema è che il Governo è sostenuto da una maggioranza composita e, al Senato, numericamente risicata. La storia insegna che in questi casi un Governo, se tira troppo la corda, rischia di spezzarla. Fuor di metafora, se non si cerca un accordo preventivo con tutte le componenti della maggioranza, si rischia di finire in minoranza in Parlamento. Sul ddl Delrio, non a caso, la maggioranza è andata sotto per due volte in Commissione ed in Aula è stata salvata da due senatori centristi, che hanno votato in difformità rispetto alle indicazioni del gruppo, e dalle assenze nelle file di Forza Italia.

Le province sopravvivranno a se stesse?

Credo proprio di no. L’obiettivo è di approvare in tempi relativamente rapidi la loro abolizione, con una legge di revisione costituzionale. Visto che questo significherebbe una drastica riduzione del personale politico locale, però, aspetterei prima di recitare il De profundis.

Renzi afferma che grazie a tale riforma ci saranno 3mila posti in meno della politica. Ci saranno realmente dei tagli o al contrario un aumento della spesa?

La riforma delle province produce un notevole risparmio poiché vengono meno le indennità di presidenti e consiglieri. Tuttavia, il grosso dei costi deriva dal personale delle amministrazioni, che al momento resta e che, in caso di abolizione, andrà comunque ricollocato in qualche modo. In questa prospettiva, il risparmio di fatto non c’è o, quanto meno, se c’è si vedrà nel lungo periodo.

Ci saranno delle ripercussioni sui cittadini? Se si quali?

Le competenze che finora sono state assegnate alle province saranno attribuite ad altri enti, in parte alle Regioni ed in parte ai comuni. Un riordino delle funzioni amministrative, fatto con criterio, non dovrebbe produrre ripercussioni negative sui servizi resi ai cittadini, semmai il contrario.

Le scelte di Renzi e Delrio sembrano nel complesso determinare una torsione del tipo di Stato in Italia. Qual è la sua opinione in merito?

Il nuovo art. 117 riduce drasticamente la potestà legislativa delle Regioni a statuto ordinario e abolisce la competenza concorrente, che aveva creato un contenzioso infinito presso la Corte costituzionale. Intervenire su questo aspetto era inevitabile e, peraltro, molte Regioni non si sono dimostrate all’altezza del compito che la riforma del 2001 ha affidato loro. Il regionalismo però ne risulta fortemente indebolito; il paradosso è che si crea una Camera delle Regioni proprio nel momento in cui le loro competenze sono sostanzialmente svuotate.

La diminuzione degli eletti può comportare anche una riduzione della democraticità del sistema politico?

Una riduzione del numero dei parlamentari non riduce in sé la democraticità del sistema, forse è addirittura auspicabile in un’ottica di razionalizzazione dei lavori delle assemblee legislative. Piuttosto, è il modo in cui vengono eletti che determina il grado di maggiore o minore democraticità del sistema politico. In questo, c’è ancora parecchia strada da fare, ma più che un problema di norme credo sia un problema di cultura civile e politica.

Le elezioni Europee sono ormai vicine. I movimenti euroscettici rischiano di prevalere e anche in Italia cresce la campagna contro l’euro alimentata soprattutto dal Movimento 5 Stelle e Lega Nord. Si fa strada la proposta di un referendum per tornare alla lira e alle svalutazioni monetarie di un tempo. è possibile tutto questo?

Un referendum per uscire dall’Euro, a Costituzione vigente, non si può fare. L’unica soluzione sarebbe quella di indire un referendum di indirizzo, come quello svolto nel 1989 sui poteri costituenti del Parlamento europeo, ma c’è bisogno di una legge costituzionale che lo contempli. In ogni caso, la soluzione per uscire dalla moneta unica dovrebbe essere ricercata nelle norme europee e gestita dall’esecutivo con l’apporto del Parlamento. Non bisogna dimenticare che l’Italia ha intrapreso, da anni, un percorso che ha dato vita ad un ordinamento sovranazionale dotato di una struttura istituzionale ben definitiva e di norme che ne regolano il funzionamento. Più in generale, credo che a questi temi occorra approcciarsi in modo lungimirante e con una visione quanto più possibile macrosistemica. Nella dimensione globale nella quale viviamo seguire le spinte campaniliste è un errore che una vera classe dirigente non può e non deve compiere.

 

 

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