lunedì, Agosto 15

Non abbandonate la nave field_506ffbaa4a8d4

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Una bomba ecologica altrettanto pericolosa, che certamente bisognerà provare a disinnescare nei prossimi anni. Nel caso di navi abbandonate, superato il problema dello spossessamento dell’armatore, l’attribuzione immediata al costituendo Consorzio per la demolizione e il riciclo delle componenti (e al netto di tutti i carichi pericolosi che potrebbero venir fuori, nda) renderebbe tutto molto più facile. Il mercato e lo smaltimento di materiali come acciaio e legno già esiste e va solo agevolato. Per la vetroresina, il composto di plastica vetrificata, introdotto alla fine degli anni ’50 come materiale leggero, versatile e sicuro, la questione appare invece molto più problematica, se escludiamo la demolizione termica a 800 gradi per ricavare idrocarburi come il syngas, con il relativo residuo solido di fibre; una pratica poco seguita, con «un costo calcolato di circa 16.000 euro per un’unità di 15 metri», secondo quanto riportano alcune riviste del settore. “Attualmente l’unica maniera fattibile, quando ci segnalano qualche scafo abbandonato, è smaltirlo come rifiuto speciale, con i costi di trasposto che finiscono a carico del comune competente”, ammettono negli uffici dell’Autorità portuale di Napoli. Non di rado, ciò che resta da rimuovere sono gli avanzi di un falò improvvisato.

Il settore nautico italiano arranca da anni, con un crollo progressivo delle nuove immatricolazioni, che ha sfiorato il punto più basso nel 2013, per lo meno per quanto riguarda gli scafi sopra i 10 metri. Oltre a diminuire il numero dei nuovi leasing stipulati, in leggera risalita nel 2015, dopo i record negativi degli ultimi due anni (cfr. dati Assilea), cresce anche il numero degli incagli, che vanno ad alimentare un mercato dell’usato, da cui arrivano le sole buone notizie di una possibile ripresa. Da qualche anno a questa parte, con una media di tre leasing incagliati ogni dieci e i tempi delle esecuzioni per i beni immobiliari scesi a nove mesi, per i diportisti appassionati di nautica di tutta Europa è il momento dei grandi affari.

A volte alle aste sono gli stessi cantieri a ritirare dal mercato le barche e a fare il cosiddetto ‘remarketing‘, ritirando anche il vecchio scafo del nuovo cliente, che potrà a sua volta essere rigenerato. Questo meccanismo virtuoso, però, oltre a non poter procedere all’infinito, diviene meno praticabile via via che aumenta l’età delle imbarcazioni e ne diminuisce la lunghezza. Cosicché saranno proprio i 191.000 natanti in vetroresina più piccoli e più vecchi, che nei prossimi anni, se non si troverà una soluzione, rischiano di accrescere a dismisura quella stima di 31.000 imbarcazioni disperse, che arriverà sui banchi dei parlamentari, non appena il ddl verrà assegnato alla commissione competente.

L’abbandono risulterà la scelta più conveniente finché non ci sarà un mercato del riciclo efficiente e non scenderanno i costi di rimessaggio, alaggio e varo, ancora troppo alti, soprattutto a causa della scarsità di approdi e marine attrezzate. Il caso più frequente che abbiamo riscontrato, è l’imbarcazione lasciata all’ormeggiatore come riscatto per i pagamenti arretrati; oppure che viene direttamente abbandonata a un approdo, facendo perdere le proprie tracce. I rimessaggi sono piene di queste barche con un proprietario irrintracciabile o bloccate da sequestri di vecchie procedure fallimentari, che spesso di conservativo non hanno più nulla. “Fosse per me gli darei fuoco” ci dice il signor M., proprietario di un cantiere di rimessaggio lungo la costa di Posillipo, riguardo ad alcune vecchie barche che ingombrano le sue grotte, “ma lo sa quanti soldi mi fanno perdere? Qui per una barca di 15 metri si paga 5000 euro l’anno solo per il rimessaggio“.

Tutt’intorno bellissime barche in manutenzione, che forse torneranno a mare ancora una stagione con i loro proprietari, se il conto vendita non avrà trovato un acquirente. Mediamente una barca esce per mare 15 giorni l’anno. Il resto del tempo lo passa attraccata o al coperto. Un dato che dev’essere stato decisivo per convincere Marco Deiosso e altri tre soci a lanciare quest’anno la prima startup italiana per il ‘boat sharing’. Si chiama Nausdream quest’agile piattaforma, che sta ultimando la fase di raccolta fondi e ha già lanciato il suo servizio in molte regioni italiane, in Thailandia e presto vorrebbe arrivare in Australia. “I proprietari di barche piccole, medie e grandi possono registrarsi sulla piattaforma, per mettersi a disposizione di tutti quelli che cercano di fare nuove esperienze via mare” ci racconta questo giovane cagliaritano, “dalla classica gita, a una battuta di pesca, dalla cena romantica, a una notte in rada sotto le stelle. A San Valentino abbiamo avuto tantissime richieste“, sorride soddisfatto. Un buon modo di agganciare il trend in forte crescita dei charter, che rimane il miglior modo per recuperare del tutto o in parte, le spese di manutenzione di una barca, mi pare di capire.

E magari per avere molte più occasioni di uscire per mare in compagnia, chè spesso a uscire da soli ci si annoia“, aggiunge Deiosso, il quale messo pazientemente al corrente di questa piccola indagine sul problema delle barche spiaggiate, prima di lasciarci ha un ultimo slancio: “Prima di abbandonare una barca pensateci! Regaleremo un coupon a tutti i nostri capitani che ci aiuteranno a individuare relitti e carcasse abbandonate lungo le coste dei nostri meravigliosi mari“. Chissà, forse la piccola Nausdream avrà anche un futuro da Benefit company. In bocca al lupo.

 

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