lunedì, Agosto 15

Non abbandonate la nave field_506ffbaa4a8d4

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Il problema nasce quasi sempre da una vicenda giudiziaria” ci racconta un dirigente della security al porto di Napoli, dove siamo andati a fare un sopralluogo al famoso ‘molo San Vincenzo’, proprio sotto le mura del ‘Palazzo Reale’. Qui tra le banchine, che anticamente ospitavano la flotta borbonica, nessuno sa niente di relitti affondati, ma tutti si ricordano ancora la vicenda della Odessa, l’ammiraglia della più grande compagnia sovietica, finita sotto sequestro nel 1995 e rimasta ancorata per sette lunghi anni, in attesa che si completasse il procedimento di bancarotta della Blasco, a cui fruttava con le crociere 20 miliardi l’anno. La resistenza a bordo di 9 marinai ucraini e il calore della città, divennero l’emblema della solidarietà tra la gente di mare, che oltre ai rischi di navigazione, si trova ad affrontare l’incubo delle navi fantasma, abbandonate nei porti da armatori senza scrupoli.

Scendere dalla nave comporta infatti la perdita del diritto ad essere riconosciuti come creditori privilegiati. Una situazione che si è ripetuta spesso negli anni successivi, sempre con lo stesso copione; oppure con la variante dell’affondamento, poco dopo la resa di equipaggi stremati.Quando una nave è sottoposta a un sequestro giudiziario, il tempo diviene un fattore decisivo” ci spiega la nostra fonte negli uffici dell’Autorità portuale, “se l’equipaggio decide di sbarcare, il deperimento avanza rapidamente e per quanto il magistrato e il curatore fallimentare dispongano controlli alla banchina, è abbastanza frequente che l’ormeggio non resista a lungo e lo scafo coli a picco”.

Questo accade in tutti i porti italiani. Ed anche al molo San Vincenzo, dove sotto i nostri occhi tutto appare tranquillo e pulito, “sul fondo giacciono, oltre alla mitica Doris inabbissata nel 1964, parecchi altri relitti più recenti, che al momento non pregiudicano la navigazione e gli attracchi”, veniamo a sapere negli uffici della security. “Qualsiasi progetto di riqualificazione del molo necessita di una ricognizione e di un’eventuale rimozione di questi relitti, soprattutto qualora si voglia dar seguito all’idea di utilizzare il molo per far attraccare le grandi navi da crociera, con pescaggi che arrivano anche a 15 metri di profondità”, cosa abbastanza plausibile, che sicuramente non sarà sfuggita al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, il quale ha appena annunciato lo stanziamento di 147,8 milioni di euro per il ‘Grande Progetto’ del Porto di Napoli, nelle more del piano di rilancio dell’area metropolitana.

Fin qui le ‘balene che cantano’, secondo l’immaginifica definizione di Carlo Lucarelli per il racconto delle grandi navi affondate nei nostri mari, spesso col loro carico di veleni e rifiuti tossici. Ma a questo punto, verrebbe da dire, occhio anche alle ‘sarde che ballano’. Una flotta di imbarcazioni di piccolo e medio cabotaggio, realizzate prevalentemente in vetroresina, che a partire dalla fine degli anni ’80 ha cominciato a ingrossare le proprie fila. “Nessuno sa rispondere con precisione alla domanda, su che fine facciano queste barche al termine del loro ciclo di vita”, ci dicono all’autorità portuale, confermando quanto ci avevano già segnalato al ministero dell’Ambiente.

Sarebbero 31.000 quelle attualmente disperse, pari a circa 41.000 tonnellate di vetroresina, anche se dal ministero parlano di calcoli senza riscontro scientifico. Conti che rischiano di rimanere validi comunque per difetto. Secondo una stima realizzata nell’ultimo rapporto di Confindustria-Ucina, tenuto conto di un ciclo di vita media attorno ai 20 anni per le barche da diporto in vetroresina, sarebbero oltre 200mila quelle che hanno già sorpassato i 15 anni di età, il 90% delle quali non iscritte in alcun registro e prive di contrassegno. Quindi prossime al capolinea e difficilmente riconducibili ai legittimi proprietari in caso di abbandono doloso.

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