venerdì, Settembre 24

Nomine pubbliche: istruzioni per l'uso

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Il tourbillon delle nuove nomine al vertice, riguardanti le aziende partecipate dallo Stato, è uno degli atti davvero fondanti di un nuovo Governo e va pertanto analizzato con la dovuta calma e competenza.

Afferrarne il reale significato è esercizio tutt’altro che facile, dal momento che richiede un bagaglio multitasking e un’esperienza di  lungo corso nel campo sfuggente e scivoloso della pubblica amministrazione di altissimo cabotaggio. Si tratta di valutare le qualità degli individui prescelti per ruoli decisivi per il successo del Paese, in campi d’azione dove  politica, economia , industria, capacità di livello internazionale sono strettamente legate. Scelte governative che comportano anche, fatalmente,  sofisticati equilibri di potere che di regola restano blindati in poche, segrete stanze del cosiddetto Palazzo.

Non essendo in possesso di questo necessario retroterra, trovo ugualmente interessante azzardare un’analisi di tipo generale, nel tentativo di fissare alcuni concetti che spesso sfuggono alla maggioranza.

Partirei dall’ennesima sparata di Beppe Grillo sul suo blog. Dico subito che mi sembra in linea con le deprimenti  vaccate che abbiamo forzosamente digerito in vent’anni di Lega al potere e di avvilenti barzellette berlusconiane, dunque niente di nuovo.

Il trucco c’è e si vede. Nella società mediatica chi alza i toni e abbassa i filtri del buon gusto cercando scientificamente lo scandalo‘, raggiunge l’obiettivo della visibilità. Questo sì, dovrebbe indurre riflessioni serie sul funzionamento della società capitalistica avanzata e sulle derive di una democrazia non adeguatamente presidiata da regole certe.

Ma il vero nocciolo della questione, che rende sostanzialmente insensato l’approccio dei movimenti populisti verso argomenti seri, è: chi conosce davvero i profondi meccanismi dello Stato e le loro mille implicazioni, intrecciate come le radici di un sicomoro centenario? Chi ha reale contezza di cosa significhi governare una Nazione di primaria importanza come l’Italia?

Non certo, io credo, chi pensa di poter tagliare con un salomonico  colpo di spada le radici di quell’albero. Radici sicuramente aggrovigliate da secoli di storia nazionale assai travagliata, vissuta spesso percorrendo strade lastricate di sangue e sterco, tanto per citare una famosa definizione della politica che fu di Rino Formica.

Non sono, questi, discorsi che ambiscono a raccogliere l’entusiasmo popolare, me ne rendo conto. Ma hanno almeno il pregio di rappresentare la realtà qual è, non per ciò che si  vorrebbe che fosse. Per quella, gli inglesi hanno da molto tempo inventato lo speaker’s corner, piccolo pulpito piazzato  in un angolo a nord di Hyde Park, dove chiunque può salire e tenere il proprio comizio, sentendosi  Premier per una mezzoretta o anche più, senza il fastidio di dover motivare e dimostrare ogni virgola delle proposte rivoluzionarie avanzate. Da noi, e non solo da noi, lo speaker’s corner si è dilatato a dismisura e oggi controlla una fetta rilevante dell’elettorato, forte della spaventosa crisi di fiducia nella classe politica, peraltro del tutto motivata dai risultati ottenuti, o meglio non ottenuti in molti decenni di palese inadeguatezza al suo compito.

Ma se è incredibilmente facile sparare, armati di proditoria spocchia pseudorivoluzionaria, sulla Croce Rossa delle passate gestioni della cosa pubblica, molto più difficile è ricostruire con pazienza dalle fondamenta un sistema fallito.             

Anche io, lo confesso, ho avuto perplessità riscontrando, accanto al rimarchevole rafforzamento della presenza femminile, sia pure in ruoli presidenziali  e dunque non prettamente decisionali, nei colossi pubblici, alcune decisioni non certo innovative. Come ad esempio la conferma di Gianni De Gennaro alla presidenza di Finmeccanica, affiancato nel ruolo operativo dal discusso Mauro Moretti, in uscita dalle Ferrovie dello Stato con l’evidente compito di esercitare la sua proverbiale determinazione per fare pulizia nella disastrosa gestione della più grande holding industriale italiana.
Per altro, parlando di Moretti, ricordate quanto scrissi il 24 marzo scorso?! 

Quello che invece sembra non aver inquadrato affatto la situazione in atto è l’Amministratore Delegato del gruppo FS Mauro Moretti,  oppostosi fieramente all’annunciato tetto retributivo dei manager pubblici (una questione etica prima che economica visto il rapporto assolutamente fuori scala tra il guadagno dei top manager con denaro pubblico e la massa dei dipendenti), lamentando l’esiguità (850.000 euro annuali) del suo stipendio, in relazione, dice lui, alle cifre erogate ai suoi pari a livello europeo. Oltre al clamoroso errore tattico e mediatico di Moretti, c’è da rilevare l’assoluta incongruità di una presa di posizione a favore di una categoria distintasi negli ultimi decenni per un livello di incompetenza e di fallimenti in serie, incassati dai ben noti e sgangherati carrozzoni nazionali chiamati Enel, Alitalia, Inps e via discorrendo, pari solo all’entità delle liquidazioni ricevute per sgomberare i relativi campi d’azione e al legame di costoro con i rispettivi referenti e sponsor  politici, il tutto a rischio personale zero. 

Si accettano scommesse: chi non è disposto a puntare cento euro su una pronta marcia indietro del prode Moretti dopo il secco invito del Ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi a cercarsi un’occupazione più soddisfacente sul mercato estero? 

Credo sia giusto approfondire i fatti, allo scopo di cogliere il senso reale di certe operazioni. De Gennaro, ad esempio, non è un potente nel senso comunemente inteso, ma un uomo dello Stato, forse il piùinformatoche c’è. E dunque è garante, probabilmente in un modo che scandalizzerebbe l’uomo della strada al di fuori delle dinamiche politiche sotterranee, degli equilibri su cui inevitabilmente si reggono i governi nelle democrazie occidentali, siano essi di aperta coalizione, come l’attuale, sia quelli sbilanciati a destra o a sinistra.

Anche le cariche presidenziali di Luisa Todini alle Poste Italiane e di Emma Marcegaglia all’Eni  rispondono all’esigenza di soddisfare un criterio di imprescindibile presidio tecnico-politico legato alla natura composita del Governo in carica, senza influire più di tanto negli orientamenti  strettamente operativi.   

Non mi aspetto, sia chiaro, che la lettura che suggerisco  sia accolta con giubilo popolare. Ma mi sembra accettabilmente realistica.  

 

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