martedì, Aprile 20

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Uno dei giorni più bui della storia americana fu il 6 dicembre del 1907. Accadde nella piccola città mineraria di Monongah: nel corso della demolizione di due siti sotterranei di proprietà della “Consolidated Coal Company” di Boston, prese fuoco una mistura di metano e polvere di carbone. Soltanto quattro minatori la scamparono, a morire nell’esplosione furono in trecento e sessantuno e più della metà di essi avevano lasciato all’incirca un migliaio di orfani. Il 5 luglio dell’anno seguente una fervente donna di carità, Grace Golden Clayton, ottenne di far celebrare una funzione speciale nella chiesa metodista di Fairmont e la intitolò “Father’s Day” in memoria di quei lavoratori rimasti uccisi a poche miglia da casa sua. Ma l’immediata prossimità al 4 di luglio non rese opportuna l’istituzione periodica dell’evento, per cui occorsero altri sessantatré anni prima che uno dei peggiori padri della patria statunitense, Richard Milhous Nixon, canonizzasse una data speciale, sìcche dal 1972 in poi la terza di giugno sarebbe rimasta la domenica di tutti i papà americani.

Si dirà che tutta questa pappina consolatoria non è importante… invece un po’ lo è, perché smentisce la leggenda di una data stabilità, per ragioni biecamente commerciali, da una sorta di Spectre internazionale di pasticcieri, e aziende produttrici di cravatte e dopobarba. La nobile origine della giornata ci solleva dalla cupezza di una laicità di minore impatto, di una dedica quasi rubacchiata all’ennesimo papà sedicente della storia umana, a quel Giuseppe che il destino avrebbe consegnato a una faticosa esistenza affidataria, gravata dall’incombente presenza di un padre vero che non la mandava a dire, quando c’era da imporre i suoi disegni. Ma “… se Dio ha i suoi disegni, perché non fa una mostra?” si chiedeva Pino Caruso. E magari i figli li lascia fare e crescere ai papà, che ieri sono stati abbracciati, sbaciucchiati e colmati di auguri…

Mi domando chi siano, oggi, i padri, e come vederli, all’indomani di una guerra decennale, iniziata con il nuovo diritto di famiglia e conclusasi con il recente armistizio dell’affidamento congiunto, una legge che finalmente traslava in vita le salme dei genitori, dai pochi metri quadri di residence coatti all’interno di mura domestiche. Dietro tutto questo, certamente, erano trascorsi secoli di abiezione e di violenza, pagati da mogli e genitrici costrette a subire condizioni di economia, di affetto e di sessualità incompatibili con una crescita sana dei figli stessi. Insomma, uno schifo vero aveva generato un mostro, se non eguale, contrario, allorquando un esercito di giudici in armi prese a sentenziare vendicativamente contro qualsiasi figuretta maschile si fosse presentata accompagnata da un legale. E così una riforma mal concepita, i cui comma erano intrisi di atavici sensi di colpa, fu applicata in modo dissennato dal potere giudiziario che, dopo tre minuti di seccata attenzione, quasi sempre mandava in malora l’esistenza di padri anche perbene: chi ridotto sul lastrico, chi espulso dalla sua stessa casa, chi coattivamente regolamentato da una penosa frequentazione settimanale dei propri figli, molti dei quali sequestrati da quella cultura emergente e preponderante secondo cui la madre bastasse e avanzasse al fine di garantire l’equilibrio e la serenità dei bambini e degli adolescenti di tutta Italia.

Ci sono voluti anni, poveri papà, per riconquistare il diritto a una vita giusta, a una normale frequentazione affettiva, agli abbracci dei loro bambini, non già concessi da madri in pieno delirio di onnipotenza ma goduti in piena libertà. Benintesi, il mondo si è nel frattempo popolato di belle eccezioni materne, che hanno sempre più compreso le ansie e i desideri di padri amorevoli e disposti a un impegno felice; anche grazie a loro si è via via affermata una nuova tendenza solidale, per cui al centro della vicenda è tornato il retorico frutto dell’amore, non più vissuto come oggetto del contendere ma come soggetto del condividere. Ci sono volute testimonianze e denunce di drammatica evidenza per risalire la china. E comunque noi padri di oggi siamo dei superstiti. Siamo stati allevati a una scuola di pura assenza, per cui i nostri genitori li rintracciavamo un paio di volte l’anno, una era il giorno della pagella e l’altra nemmeno la ricordiamo più. Il resto della relazione era desumibile da sguardi e da silenzi che, messi insieme, formavano una parentela stretta. Siamo venuti su senza una minima traccia e siamo tracimati lungo disastri sentimentali al limite della spettacolarità: dai matrimoni lampo alle convivenze formato stillicidio, al cui termine uscivamo, le ex e noi, piegati nel fisico e nel morale, senza peraltro aver acceso neanche il lumicino di un dubbio, che forse nel teatro sentimentale dei genitori stesse la perfetta replica della nostra insipienza. Eppure l’inconsapevole paternità ci ha salvati dalla ripetizione dello schema abbandonico.

E siccome il sistema-coppia era quello che meno ci sembrava meritevole di salvezza, abbiamo tentato il tutto per tutto. Ma ci è andata male. La proposta di superare le finzioni di una coppia eternamente vitale e passionale, furastica e romantica, insomma di un nucleo ambientato in un romanzo di Raymond Radiguet, è stata presto rispedita al mittente con assoluta malafede. Sicché ci siamo rivolti alle uniche persone senzienti e coscienti del nucleo, e loro, i figli, ci hanno riconosciuti. Siamo diventati padri. Ci mancavano le tecniche, le abbiamo apprese con fatica e ancora adesso operiamo con lentezza. Se però fossero queste le novità – pannolini, pappe, aerosol – si tratterebbe di baby-sitter gratuiti e a disposizione del materno tempo pieno. «Fa tante cose…» E nemmeno il cambiamento poté limitarsi a una naturalissima offerta di amore…

Il vero terreno di scontro, sul quale uomini e donne non si ritrovano proprio più, è nella gestione della fase di passaggio. Per anni abbindolate dai testi di Ivano Fossati le nostre compagne hanno ritenuto realizzabile il crescendo affettivo che il noto cantautore descriveva in una delle sue canzoni più riuscite e più bugiarde. A lui e a loro, «la costruzione dell’amore piaceva guardarla salire come un grattacielo di cento piani o come un girasole, lui promettendo che ci avrebbe messo l’esperienza come su un albero di Natale, come un regalo ad una sposa, un qualcosa che stesse lì e che non facesse male». E se gli domandavi: “Ivano ma come pensereste di costruirlo nella vostra esistenza quotidiana questo diavolo d’amore?”, egli non cedeva di un passo e ribadiva che tutto sarebbe avvenuto per fasi, che ci sarebbe stato un sorriso «… ad ogni piano per ogni inverno da passare, ad ogni piano un Paradiso da consumare. Dietro una porta un po’ d’amore per quando non ci sarà tempo di fare l’amore, per quando vorrà buttare via la mia sola fotografia».

E che ci vuole?!? Con la sola differenza che, quando fosse terminato il tempo per fare l’amore, dietro la porta sarebbe apparso un avvocato. E allora, cos’è cambiato? Che siamo noi padri a cercare una stabilità nei meccanismi della famiglia; che siamo noi a discernere i tempi affettivi della vita, i cambiamenti, le crisi; che siamo noi padri a confidare nell’unica via d’uscita da un esito scontato e ripetuto, ossia nella pratica famigliare di un’amicizia vera, nella trasformazione assennata di un sentimento, nella bellezza infinita del trovarsi insieme in una stessa casa, fuori della quale rimanga lo spazio privato delle piccole seduzioni, che nulla hanno da togliere alle espressioni di un bambino felice.       Poi, se una vorrà andare a vivere con Ivano Fossati, sarà libera di provarci… Poi se una vorrà credere alla novità del “rifarsi una vita”, se insomma vorrà mentirsi, nulla e nessuno glielo impedirà. Anche se «un arcobaleno che dura un quarto d’ora non lo si guarda più». Ma non c’è niente da fare, questa semplice metafora di Goethe non entra in testa. 

 

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